Lo Swank Rally di Sardegna risorge dalle ceneri del glorioso omonimo degli Anni ‘80, da un’idea di Deus Ex Machina e Adventure Riding dell’organizzazione di Renato Zocchi. Da questa seconda edizione è anche inserito nel calendario Adventouring dell’FMI, a sottolineare l’interesse del pubblico e della Federazione per questa “nuova” disciplina.

di Francesco Veneziani


L’edizione 2020 offre due categorie: “competitiva” con roadbook e classifiche, ed “experience”, senza classifica a tempo e con navigazione permessa anche con GPS e cellulare, per quelli come noi che ci vogliono provare. Due anche le classi, Modern e Vintage, per moto dello scorso millennio. Il tutto condito da quello spirito un po’ estroverso e flamboyant tipico di Deus, Swank appunto.

C’è anche chi partecipa con una Vespa PX preparata nel garage di casa, Henry Favre un giovane valdostano avvezzo ad avventure bizzare, su tutte Capo Nord con un Ape camperizzato e il coast to coast negli Stati Uniti su un Ciao.

Già la scelta delle nostre moto non era esattamente da campioni: una Ténéré prima serie, una TT 350, una mitica Aprilia Tuareg Rally 250 due tempi – sogno proibito di chi era giovane negli Anni ‘80 – e il mio TT, che non è né leggero né racing. Anche come strumenti di navigazione siamo ben assortiti, abbiamo un roadbook, rigorosamente manuale, un GPS e un telefono.

Diciamolo subito, siamo arrivati orgogliosamente ultimi, sempre, a tutte le tappe, facendo preoccupare l’organizzazione per i nostri clamorosi ritardi, perché più che scannare ci siamo goduti i paesaggi mozzafiato, gli sterrati goduriosi e la gastronomia locale.

Siamo arrivati orgogliosamente ultimi, sempre

ll gruppo è rodato e molto colorito. Su tutti spiccano Gino con la sua Tuareg Rally e il Perro, al secolo Andrea Peroni, protagonista dell’avventura in Marocco raccontata su RoadBook 15, noto alle cronache della prima edizione dello Swank Rally per aver rotto lo statore della sua Ténéré; per rimediare comprò un’altra Yamaha intera e durante la notte la cannibalizzò per riparare la sua moto, così da essere poi puntuale alla partenza l’indomani mattina.

Fagiani e biscotti

Il tutto ha inizio al crossdromo Ciglione di Cardano al Campo, in provincia di Varese, dove ci presentiamo alla partenza già in ritardo. La colorita e pittoresca carovana si raduna tra miti assoluti come Franco Picco, illustri campioni come Alessandro Botturi, e fermoni clamorosi, ovvero noi.

Caratteristica dell’edizione di quest’anno sono il passaggio in ben cinque parchi naturali, infatti ci infiliamo subito (legalmente) nel parco della Valle del Ticino, facciamo slalom tra alberi e cespugli lungo sentieri di terra, per poi raccordarci su asfalto alle risaie del novarese, dove lunghi sterrati polverosi si snodano tra temibilissimi canali di irrigazione da cui, al nostro passaggio, si alzano in volo aironi, ibis e qualche fagiano.

Una cascina organizza una merenda estemporanea con dei biscotti a forma di moto e acqua a volontà, necessaria a lavar via la polvere accumulata già nelle prime due ore.

Attraversato il Po, sempre per ameni sterrati di cui ignoravamo l’esistenza nonostante siano dietro casa, iniziamo a salire nella zona di Gavi, dove ci attende la prima speciale. Con la scusa di dover fare foto la evito vigliaccamente, mentre Gino, Matteo e il Perro se la cavano egregiamente.

Socializzo, salutando vecchi amici e facendone di nuovi; sdraiato a scattare foto a bordo sentiero ritrovo Giuseppe, vecchia conoscenza di fango e salume, prontamente arruolato come fotografo. Subito dopo ci aspetta la mitica Cirimilla, altra pista della nostra gioventù, oggi all’interno del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo e quindi off limits se non fosse per la perseveranza degli organizzatori a individuare tracce paesaggisticamente rilevanti, ottenendo i dovuti permessi.

 

Peccato che la Tuareg di Gino inizi a fare i capricci. Arriviamo al pelo al porto di Genova, il molo sembra un parco chiuso, pieno di moto e mezzi di assistenza; in attesa di salire sul traghetto cerchiamo di capire il problema, col validissimo aiuto di Franco Picco, il quale si mette a spingere come un forsennato su e giù per il molo.

Senza differenze tra chi la Dakar l’ha solo sognata e chi l’ha corsa più volte

Dove ti capita di stare di fianco agli idoli della tua infanzia come lui, che addirittura ti aiuta a spingere la moto sperando riparta e tu possa continuare? Ecco un altro dei plus di questo rally: tutti insieme appassionatamente, senza celolunghismo o differenze tra chi la Dakar l’ha solo sognata e chi l’ha corsa più volte. Ma nemmeno uno come Picco può nulla contro un cuscinetto da banco andato e la Tuareg sale sul traghetto a spinta, più per caparbietà che per convinzione.

Boschi e vespe

Siamo pronti per la parte più bella e attesa del rally. C’è un vento teso che spazza le nubi, come sempre nei primi km sei sopraffatto dai colori e dai profumi di questa terra magnifica e più che correre ci godiamo allegramente il panorama.

Sopra a Ozieri ci attende la foresta di Burgos, una zona di querce da sughero secolari, e la prima speciale in terra sarda. Si parte distanziati di circa trenta secondi, per un novizio il conto alla rovescia del commissario di gara e il suo via sono decisamente motivanti, e tutti scannano come matti.

Botturi affronta la prima curva su una ruota e sparisce, il rombo della sua moto che si allontana nel bosco. Io, al solito, sono tra gli ultimi e mi godo il percorso: tronchi scortecciati e dipinti di rosso, arbusti verdi, scorci di prati, il profumo della terra umida. Uscendo dal bosco su un crinale si apre un prato pieno di mucche che ignorano i piloti che passano, pascolando serene anche troppo vicine al sentiero.

Solo la fatica e il fiatone mi fanno percepire il tempo che passa, non ho riferimenti in quanto ho deciso di non avere il navigatore sul manubrio, tanto non lo vedo e sarebbe solo una distrazione: basta seguire le tracce nel terreno smosso. Mi perdo solo una volta; in gergo quando perdi la traccia e vaghi alla ricerca della giusta direzione si dice pascolare, ma è un piacere soffermarsi sul panorama e sui tanti dettagli di questa foresta rigogliosa.

Solo la fatica e il fiatone mi fanno percepire il tempo che passa

La tappa prosegue lungo la “vecchia ferrovia”, un sentiero ampio e veloce, ormai senza binari, che si snoda tra ulivi, campi e prati ancora verdi grazie alle recenti piogge. In uno spiazzo trovo Henry e la sua Vespa: ha spaccato gli attacchi della marmitta, ma ha sempre un ghigno guascone. Renato Zocchi poi mi racconterà, quasi orgoglioso, che ha rifiutato anche l’aiuto dell’organizzazione, dicendo che se la voleva cavare da solo. Henry ne uscirà sorridente con la Vespa sulla benna di un trattore, per poi suonare a casa di uno sconosciuto cercando un trapano; trovando solo un tassellatore e una punta da cemento, ne esce comunque con la marmitta a posto. Olimpico!

Ci attende il monte Grighine, uno sterrato che sale sinuoso nella macchia mediterranea lungo tornanti tra l’allegro e l’impegnativo. Le moto leggere salgono serene, quelle pesanti un po’ meno, nel mio caso la stanchezza inizia a farsi sentire e riesco pure a metter giù la moto. Appare una scopa dal nulla, mi tira su e mi conforta indicandomi delle pale eoliche un paio di creste più in là: «da lì è tutto asfalto, forza!»

Menu e miniere

Sveglia all’alba, abbondante colazione con panino salame e formaggio trafugato e infilato in tasca, il cielo è plumbeo con qualche lama di luce tra le nuvole, clima ideale in quanto fresco e l’umidità leva la polvere. Il Perro viene colto da trance agonistica e parte su una ruota; non lo vedremo più per gran parte della giornata. Ci incamminiamo verso sud, attraversiamo lo splendido paesino di Marceddi e il pittoresco ponte sulla laguna, verso il monte Funesu e la prima speciale.

Uno splendido su e giù tra boschi, sentieri tagliafuoco e panorami mozzafiato. Matteo e Gino, con le loro motorette leggere, sembrano danzare leggiadri di sasso in sasso. Lungo una discesa molto ripida e molto sassosa il panorama si apre sul mare, poi scendiamo lungo una serpentina nel bosco e quando il paesaggio si apre sulla macchia mediterranea arriviamo al traguardo.

Sentieri tagliafuoco e panorami mozzafiato

Continuiamo su e giù tra le montagne del Sulcis, dopo le miniere abbandonate di Montevecchio attacchiamo una strada statale non asfaltata, sembra il Pikes Peak e Matteo e Gino scompaiono veloci come campioni di flat track. Rientriamo velocemente verso il mare, lungo tornanti in discesa di sabbietta e sassi che mettono a dura prova i meno esperti.

La fatica inizia a farsi sentire, ma il miraggio di un baretto sul mare motiva tutto il gruppo. Arriviamo ed effettivamente il bar c’è: sul mare, con menù di spaghetti vongole e bottarga, e una fantastica zuppetta di cozze. Praticamente metà dei partecipanti è seduta davanti a piatti di pasta fumante, capaci di smorzare anche la vena competitiva del Perro.

Ci illudiamo che sarà un pomeriggio facile e turistico, ma l’asfalto finisce subito e si sale lungo un sentiero stretto e pieno di buche allagate. Inizia anche a piovere, tanto, ma ci divertiamo a saltare dentro e fuori dalle pozzanghere, come bambini che si rotolano nel fango.

Al primo passaggio sull’asfalto molti mollano e rientrano verso il traguardo: inutile rischiare, non è una ritirata ma un segno di maturità. Matteo ci lascia, noi ci impestiamo su verso le miniere abbandonate di Arenas, vera archeologia industriale resa ancora più gotica dal tempo inclemente.

In cima alla montagna pascoliamo per un’ora su vecchi sentieri minerari, persi come non mai. Sentiamo moto passare attorno a noi, a un certo punto vediamo dei fari e proviamo a seguirli ma nulla. Siamo zuppi, cecati, non riusciamo a riprendere la traccia, ma ci divertiamo come matti.

Troviamo l’asfalto e scendiamo a Fluminimaggiore, il primo bar è nostro, caffè e asciughiamo almeno gli occhiali. Scendiamo ancora e arriviamo sul mare a Piscinas, area naturale protetta famosa per i due guadi lungo la strada. Grazie al diluvio il primo è pieno come non mai: iniziamo a fare dentro e fuori come bambini in cerca di foto ricordo epiche.

Bambini in cerca di foto ricordo epiche

Arriva Martino, con l’ambulanza che chiude la carovana, e ci riporta sulla retta via, che è tardi e bisogna rientrare. La strada costeggia il mare, è l’ora del tramonto, sorridiamo felici nei caschi. Il cielo infuocato dal sole che scende sotto l’orizzonte, uno stormo di ibis in perfetta formazione a V solca il cielo, questo momento magico resterà un ricordo indelebile nei nostri cuori.

Arriviamo al traguardo per ultimi, orgogliosi e felici della nostra giornata come se fosse la tappa finale della Dakar. Anziché sistemare le moto, ci dedichiamo a birre e pacche sulle spalle con chiunque abbia condiviso il percorso con noi.

Benevole rotture

L’ultimo giorno ci accoglie col sole, ma il Perro è nervoso visto che la speciale di oggi è una duna sabbiosa: al solito poi parte su una ruota e sparisce all’orizzonte. Risaliamo la costa occidentale lungo sentieri a ridosso del mare, il profumo di salsedine e macchia mediterranea mi prende il cuore. Fino all’ultima speciale, nella zona di Is Arenas dove si allenava spesso Fabrizio Meoni.

Al solito siamo gli ultimi a entrare in speciale e il fondo sabbioso è davvero pesante, peccato perché è un contesto unico, un su e giù continuo tra cespugli di mirto e una specie di savana costiera. Subito ritroviamo il Perro, che arriva contromano urlandoci «state sbagliando strada!» e scompare verso la partenza nell’ilarità generale.

Il fondo di sabbia mossa è faticosissimo, la speciale si trasforma in un calvario, moto inchiodate sulle salite fermano anche noi, spingiamo e sudiamo, e in qualche modo ne usciamo, distrutti ma orgogliosi di avercela più o meno fatta.

La speciale si trasforma in un calvario

Mentre riprendiamo l’asfalto decidiamo che il primo bar che incrociamo è nostro. Lo troviamo a S’Archittu, altro bellissimo paese caratterizzato da un arco di roccia sulla spiaggia, ma siamo troppo stanchi per andare a vederlo: beviamo come cammelli dopo una traversata del deserto e ripartiamo. Un’ultima pista sterrata ci porta a Capo Caccia all’Argentiera e finalmente al traguardo.

L’infilata di moto parcheggiate, tutte infangate su un lungomare è spettacolare. Il premio Swank per chi ha affrontato il rally con il miglior spirito d’avventura lo vince Henry Favre, che riassume tutto molto semplicemente: «Senza rotture e contrattempi non è un viaggio, è solo uno spostamento senza avventura!»