Tre settimane per andare e tornare dall’Italia fino a Baku sul Mar Caspio, attraversando gole, montagne, altopiani e con alcune deviazioni nelle vallate del Caucaso azero. Da non perdere il video premendo il pulsante al centro in alto con la colonna sonora del gruppo Kardeş Türküler, composto da musicisti turchi, azeri, georgiani, curdi e armeni.

di Dario Tortora


Quando si fanno viaggi in moto ci vuole un “giro di boa” simbolico, che per noi, in questo caso, era Baku e il Mar Caspio. Siamo stati via le tre settimane centrali di agosto e questo ha comportato l’attraversamento della Turchia a velocità abbastanza allegre e a tappe forzate, comunque mai più di 4-600 km al giorno. In sostanza il programma era: una settimana per l’andata, una per il ritorno, una intera a gironzolare in Azerbaijan.

Una settimana per andare, una per tornare, una per gironzolare in Azerbaijan

Il tutto è stato possibile grazie a tre fattori. Innanzitutto il traghetto che in una notte e mezza giornata consente di sbarcare a Igoumenitsa. Poi la nuova autostrada Egnatia Odos che taglia la Grecia fino al confine; infine l’incredibile rete stradale realizzata in Turchia negli ultimi anni: ovunque si trovano superstrade scorrevolissime a quattro corsie che consentono di tenere velocità di crociera intorno ai 120/150 km/h e sono pure divertenti perché un continuo saliscendi con curvoni veloci. Dall’altezza di Ankara in poi il traffico è pure inesistente e non c’è traccia di forze di polizia… se non dei cartonati (con sirene vere!) il cui scopo, immagino, consiste nell’incutere timore da lontano e invitare a rallentare.

La Turchia è lunga

L’attraversamento di Istanbul è un passaggio obbligato ed è un inferno indescrivibile che può essere compreso solo da chi l’ha provato. La città è immensa, il traffico è caotico oltremisura e si procede praticamente a passo d’uomo; in più, in prossimità dei ponti che attraversano il Bosforo, dei tizi rischiano la vita saltellando in corsa fra le auto per vendere generi di prima necessità (pane, frutta, acqua, fazzoletti di carta) a quelli che probabilmente sono in coda da ore.

Per andare in Azerbaijan si deve per forza passare dalla Georgia, avendo l’Armenia i confini chiusi sia con la Turchia per motivi storici sia con l’Azerbaijan per via della questione del Nagorno Karabakh. Fra Turchia e Georgia ci sono due frontiere, una sul Mar Nero verso Batumi e l’altra in alta montagna poco dopo la città turca di Ardahan e il paesino di Posof. Abbiamo scelto quest’ultima sia per l’andata sia per il ritorno per due motivi: a nostra memoria sulle coste del Mar Nero piove spesso, mentre l’interno della Turchia è protetto dalle correnti che arrivano da nord, e anche per evitare il maggior traffico di camion lungo la costa per via dell’importante porto di Batumi. Fino a Erzincan abbiamo tirato dritto a suon di superstrade, ma da lì al valico georgiano è iniziato il primo pezzo magnifico, attraverso le spettacolari gole del Tortum e arrampicandosi su altopiani di una bellezza incommensurabile e con clima perfetto.

Attraverso le spettacolari gole del Tortum e altopiani di una bellezza incommensurabile

In Georgia guidano come pazzi

Passiamo il confine turco-georgiano in tranquillità saltando la lunga coda di camion iraniani che preferiscono allungare il percorso facendo questo giro da nord, rispetto alle più turbolente regioni del sud-est della Turchia in prossimità della Siria. Le nostre carte verdi non valgono e infatti al confine con l’Azerbaijan verrà fatta un’assicurazione locale valida un mese. Questa opzione non è contemplata in Georgia per cui, boh, decidiamo di fregarcene… di lì a poco capiremo perché le assicurazioni, lì, probabilmente manco esistono.

Percorriamo pochi chilometri dal confine e subito veniamo schiaffeggiati dalla realtà. L’impatto con l’ex Unione Sovietica è abbastanza duro: edifici orrendi e decrepiti, auto sgangherate, camion e bus puzzolenti. Pensare che eravamo a Borjomi, località famosa per le acque minerali e un tempo importante resort turistico per l’intellighenzia sovietica.

Ma soprattutto in Georgia guidano come pazzi criminali. È assolutamente normale trovarsi di fronte un muro che occupa tutta la carreggiata composto da un’auto sportiva che sorpassa a 160 all’ora un camion che sorpassa una vecchia Lada che sorpassa un carretto trainato dal mulo. Terrorizzati da questo primo impatto prendiamo una decisione che, col senno di poi, si rivelerà sbagliata. Per entrare in Azerbaijan ci sono due frontiere e in entrambi i casi bisogna passare dalla capitale Tbilisi. Cartina alla mano, le opzioni prevedono un percorso a nord attraverso la città di Gori, più lineare e per metà composto da un’autostrada, e un percorso più a sud, lungo strade secondarie e più tortuoso. Optiamo per il primo, pensandolo più sicuro e riservando il secondo per il rientro.

In Georgia guidano come pazzi: è normale trovarsi di fronte un muro di mezzi che occupa tutta la carreggiata

Non abbiamo considerato che l’autostrada è per metà ancora in costruzione (quindi il traffico, camion compresi, viaggia attraverso il cantiere, senza deviazioni) e che tutti gli smanettoni locali ci danno dentro dove possono, ovvero sulle poche strade dritte del Paese. L’altro percorso, fatto al rientro, si rivelerà invece uno dei tratti più belli della vacanza.

Invece di arrivare a Tbilisi decidiamo di fermarci a Gori. Spossati dal nervosismo e dalla stanchezza ci accasiamo all’hotel Victoria, caratterizzato da una receptionist che non parla inglese e vuole il pagamento in anticipo – incluso il conto della cena che dobbiamo ancora fare – e i cui unici altri clienti sono dei russi arrivati in moto da Mosca in pellegrinaggio. Dormiamo interrogandoci sul motivo del pellegrinaggio e solo il giorno dopo ci verrà l’illuminazione: Gori è la città natale di Stalin! Qui è tuttora venerato come un eroe nazionale con tanto di mausoleo perfettamente conservato al cui interno si trovano la casa natale (spostata e ricostruita da dov’era) e la carrozza ferroviaria che usava per spostarsi in treno per timore di subire attentati.

Attraversiamo la Georgia abbastanza in fretta, anche perché decidiamo di visitare la capitale Tbilisi al ritorno. Facciamo però in tempo ad assaggiare uno dei piatti tipici locali, il khachapuri, sorta di pizzona al formaggio da lacrime agli occhi da quanto è buona. Il massimo è farsela fare al momento in uno dei chioschi presenti ovunque a bordo strada.

L’arrivo in Azerbaijan: da Şəki a Lahıc

Fra le Georgia e l’Azerbaijan ci sono solo due confini, uno a sud-ovest e uno a nord-est. Il primo è quello del tragitto più diretto fra Tbilisi e Baku poiché attraversa la grande pianura al centro dell’Azerbaijan; è anche il più brutto, con una lunga autostrada (per metà pure in costruzione) trafficatissima di camion e con pochi punti di interesse. La faremo al ritorno, anche perché consente di fare Baku–Tbilisi in poco più di mezza giornata. L’altra strada è molto più bella, passa per la splendida cittadina di Şəki e consente di fare delle interessanti incursioni nelle vallate del Caucaso.

Sbrigate le lunghe pratiche doganali alla frontiera, ci dirigiamo verso la prima meta pianificata: Şəki. La località è famosa per l’incredibile palazzo del Khan, costruito alla fine del 1.700 interamente in legno e caratterizzato da coloratissime finestre a mosaico.

Dalla qualità di turisti, tutti locali, ci rendiamo conto di due cose: grazie ai giacimenti di gas del Mar Caspio, in Azerbaijan c’è un benessere diffuso elevato e una gran quantità di “nuovi ricchi”. Per strada si incontrano o vecchie Lada scassate o SUV da 100.000 euro, senza vie di mezzo. Şəki, che per loro è una località di montagna famosa, pullula di turisti per il fine settimana.

In Azerbaijan c’è un benessere diffuso elevato e una gran quantità di “nuovi ricchi”

Avremmo voluto dormire nel Karavansarai Hotel, un albergo meraviglioso ricavato da un antico caravanserraglio, ma risulta tutto esaurito, così come tutti gli altri hotel/pensioni della città. Per fortuna interviene il leggendario senso di ospitalità di questi posti e dalla reception di un hotel a 5 stelle (nostra ultima occasione di trovare un pernotto) una ragazza ci chiama suo padre, il quale viene a prenderci a piedi per ospitarci a casa sua, offrendoci pure una splendida cena in terrazza.

L’indomani, lungo la strada per Baku, ci addentriamo in una valle laterale che penetra per qualche decina di chilometri nella catena del Caucaso per raggiungere il remoto villaggio di Lahıc. La strada è prevalentemente sterrata e scavata a picco lungo i bordi di una gola e il villaggio, uno dei più antichi insediamenti umani del Paese, è veramente isolato, tanto che la popolazione parla una lingua propria e probabilmente in inverno la strada non è neanche percorribile.

Sarà una frase fatta, ma il tempo sembra essersi veramente fermato. Caratteristici di Lahıc sono gli artigiani che da generazioni lavorano il metallo con incredibile perizia: ovunque si trovano laboratori e l’unico suono che si sente è il tintinnare degli attrezzi.

L’unico suono che si sente è il tintinnare degli attrezzi

Verso Baku

Partiamo da Lahıc per dirigerci verso Baku, la capitale sul Mar Caspio e il nostro giro di boa ideale del viaggio. L’Azerbaijan è relativamente piccolo, ma in poche decine di chilometri il paesaggio può cambiare in maniera radicale. Nelle montagne del Caucaso è alpino, spostandosi verso Baku diventa rapidamente desertico. A bordo strada ci fermiamo nell’equivalente di un autogrill: in pratica un recinto di capretti vivi, fra cui scegliere quello desiderato che viene sgozzato e servito al momento oppure caricato in macchina dai locali.

L’Azerbaijan è piccolo, ma in poche decine di chilometri il paesaggio cambia in maniera radicale

Proprio la “punta” di territorio che si infila nel Mar Caspio su cui sorge Baku è la zona dove a inizio secolo fiorì l’industria dell’estrazione del petrolio, attirando faccendieri da tutta Europa che contribuirono a renderla ricchissima e costruendo palazzi stupendi. Effettivamente intorno è pieno di pozzi petroliferi di tutte le dimensioni a perdita d’occhio, sia in terra sia in mare.

Baku è bellissima! Da diverse migliaia di chilometri eravamo lontani dalle urbanizzazioni e all’improvviso ci troviamo nell’equivalente di una città europea. Dato il benessere di cui prima, molti palazzi sono completamente restaurati di fresco e il centro storico è un gioiello imperdibile. C’è una parte di inizio secolo che potrebbe quasi sembrare Parigi, se non per il colore della pietra utilizzata, e intorno alle mura corre un parco ricco di fontane e punti di ristoro. All’interno, un centro storico più antico e tuttora abitato in cui perdersi nel classico dedalo di viuzze.

Prendendo la metropolitana e una funicolare si possono raggiungere le iconiche Flame Towers, sede della società nazionale per l’estrazione del petrolio e altri uffici, con tanto di concessionario Lamborghini al pianterreno. Le facciate sono ricoperte con 10.000 LED e di notte le torri a forma di fiamma diventano degli schermi giganti “fiammeggianti”.

Imperdibile infine il magnifico lungomare, tenuto lucido come uno specchio e con infinite varietà di piante a comporre un immenso orto botanico, fra cui un ulivo dal sud Italia. A un’estremità si trova il museo dei tappeti… a forma di tappeto arrotolato.

Il magnifico nulla di Khinaliq

Prima di partire per un viaggio passo spesso le serate a gironzolare su Google Maps alla ricerca di varianti e deviazioni interessanti. Una sera volevo individuare un percorso che attraversasse il Caucaso, onde evitare di ripercorrere lo stesso itinerario dell’andata (conclusione: non esiste) e mi capitò di scorrere con il dito sullo schermo per interi minuti lungo una stradina che si perdeva nelle montagne, apparentemente senza fine.

Arriva al remoto villaggio di Khinaliq, un posto letteralmente fuori dal mondo a 2.300 metri di altitudine che ospita 2.000 anime, risale a circa 5.000 anni fa ed è talmente isolato che ha caratteristiche etnografiche uniche al mondo. Imperdibile! La strada è spettacolare ma finisce al paese, per cui si tratta di fare andata e ritorno; però merita talmente tanto che chiunque si trovi a passare da quelle parti dovrebbe farci una capatina.

Da Baku si arriva presto al paese di Quba, alle pendici del Caucaso, famoso per ospitare da secoli una nutrita comunità dei famosi “ebrei delle montagne”: la cittadina è tutta adagiata sul lato destro del fiume, mentre il quartiere ebraico è dall’altra parte e raggiungibile con un ponte. Superata Quba, che è a qualche centinaio di metri sul livello del mare (Baku è invece qualche decina di metri sotto), ci si addentra in delle gole spettacolari, per poi arrampicarsi lungo una strada da percorrere in seconda che sbuca in un altopiano magnifico nella sua imponenza e vastità. Al cospetto di un paesaggio così ci si sente immediatamente microscopici e un po’ sperduti.

Ci si sente immediatamente microscopici e un po’ sperduti

Con i morsi della fame cominciamo a chiederci che ne sarà di noi quando miracolosamente appare, a lato della strada, un’altra specie di autogrill in chiave azera: in pratica dei ragazzi intrappolano delle trote di fiume in una gabbia, le prendono a mano e le cucinano al momento per gli avventori di passaggio.

La strada – a tratti sterrata – percorre tutto l’altopiano per diverse decine di chilometri, tenendosi alta su un lato della vallata. Quando finalmente si giunge a Khinaliq si scopre che non c’è praticamente niente, come prevedibile. I ragazzini fanno festa e ci viene offerto di pernottare ospiti di qualche famiglia locale, probabilmente nella stalla con le capre. Però è ancora metà pomeriggio e abbiamo in programma un lungo rientro verso l’Italia con i giorni contati. Per sicurezza (ma a malincuore) decidiamo quindi di ripercorrere la strada a ritroso per portarci avanti. Anche perché, a essere sinceri, a Quba siamo passati di fianco a un invitante hotel con piscina…

Il colpo di coda della Georgia

Iniziamo il rientro contando di raggiungere Tbilisi con una tirata unica e quindi percorriamo l’itinerario che all’andata avevamo scartato, quello più diretto fra Baku e la Georgia. Non offre niente di interessante, essendo veramente piatto e monotono.

Il centro storico della capitale georgiana si rivela un gioiellino pieno di vita, anche se molto distante dai fasti architettonici di Baku. I caratteristici edifici con i balconi in legno sono ben restaurati e le viuzze pullulano di localini invitanti. Ci imbattiamo in un ristorante chiamato “KGB” dove, oltre all’immancabile khachapuri al formaggio, assaggiamo quello che, apparentemente, era il piatto preferito di Stalin: potere del marketing territoriale!

Fino al confine turco, ancora memori del disastro dell’andata, scegliamo di percorrere l’altra strada, quella più a sud e più tortuosa. Splendida! Si sale su un altopiano con traffico inesistente e si costeggiano un paio di grandi laghi in un’atmosfera bucolica in cui, finalmente, scatenare i cavalli delle moto. Si arriva vicino al confine con l’Armenia, quasi a toccarlo, ma a malincuore puntiamo i manubri verso casa perché tocca rientrare. Attraverseremo ancora la Turchia facendo più o meno lo stesso percorso dell’andata, giusto prendendo la valle parallela tanto per cambiare panorama.

Informazioni

Ovunque si trova benzina verde. In Turchia è cara, ma varia molto a seconda delle fluttuazioni del cambio; in Georgia costa più o meno come da noi; in Azerbaijan è sostanzialmente omaggio.
In Georgia e Azerbaijan pochissimi parlano inglese, se non a Tbilisi e Baku, e la seconda lingua eventualmente conosciuta è il russo. Ci si arrangia comunque, ma in caso di difficoltà di qualsiasi tipo è da tenere presente.
Per l’Azerbaijan serve il visto e non si può fare alla frontiera. Costa una cinquantina di euro, ma farlo tramite l’ambasciata di Roma è praticamente impossibile e non ci sono altri consolati in Italia. Noi ci siamo rivolti a un’agenzia di Milano che ha fatto il tutto in circa una settimana: in teoria servirebbero pure delle prenotazioni alberghiere, ma ci pensa l’agenzia a farne di fasulle e poi annullarle… Il tutto costa circa 100 euro a testa.