Lea Rieck in Africa con la Yamaha Ténéré 700

Da redattrice di una grande casa editrice a globetrotter su due ruote, dalle riviste di architettura al racconto del mondo attraversato su due ruote. Un estratto dell’intervista a Lea Rieck – una chiacchierata su storytelling, donne in viaggio e altre amenità – che trovate su RoadBook 21 e qui corredata con foto non pubblicate nell’articolo e la serie YouTube che Lea ha realizzato durante il suo viaggio attraverso l’Africa occidentale.

di Antonio Femia


Che le apparenze spesso ingannino si sa bene, ma non finiremo mai di stupirci quando un insospettabile esce allo scoperto. Non stiamo parlando di serial killer, anche se lo stupore da “era una così brava persona, salutava sempre” è molto simile a quello che ci coglie quando uno stakanovista con un lavoro invidiabile, di punto in bianco e senza avvisaglie riconoscibili, decide di mollare tutto per un lungo viaggio in moto.

Prendete Lea Rieck, per esempio: una vita passata a studiare storia dell’arte, legge e gestione aziendale per poi dedicarsi ad architettura, design e moda nella redazione di una grande casa editrice. Che all’asilo preferisse le macchinine alle Barbie non era un indizio sufficiente a far intendere cosa sarebbe accaduto una trentina d’anni dopo, alla fine del 2015, quando Lea prese la decisione di partire per un giro del mondo in moto, fresca di patente.

È diventata presto piuttosto nota sui social grazie ai suoi autoritratti in abito rosso, ma non fatevi trarre in inganno: non abbiamo a che fare con una banale poser da Instagram, ma con una figura molto più complessa. Lea ha scritto del suo giro del mondo in un libro (purtroppo solo in tedesco) e, sul suo canale YouTube, racconta con piglio documentaristico e narrativo i Paesi che attraversa e l’umanità incontrata lungo la strada. L’abbiamo raggiunta per saperne di più su di lei e sulla sua idea del racconto di viaggio.

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RB: A un certo punto ti sei illuminata e hai deciso di partire. Qual è stata la scintilla? E perché hai scelto di farlo su due ruote? Per quanto ne sappiamo non era molto tempo che andavi in moto…

LR: Avevo sempre desiderato viaggiare per un tempo superiore alle due settimane che potevo concedermi dal lavoro. In particolare mi attraeva l’idea di viaggiare via terra sulle lunghe distanze, vedere come i paesaggi e le culture cambiano chilometro dopo chilometro. Sognavo tutto questo molto prima di possedere una moto perciò, appena presa la patente, mi è stato subito chiaro che se avessi avuto il coraggio di mollare il lavoro e fare un viaggio così lungo, sarebbe stato in motocicletta.

Semplicemente, mi affascinava l’idea di avere un bagaglio essenziale e di essere esposta agli elementi. Stare chiusi in un’auto non consente di provare lo stesso senso di libertà, ancor meno se si attraversa un luogo sconosciuto. Alla partenza avevo la patente da solo un anno e praticamente nessuna esperienza di guida in fuoristrada.

Vedere i paesaggi e le culture cambiare chilometro dopo chilometro

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RB: Dicci qualcosa sulla tua moto: come hai equipaggiato la Triumph Tiger? È stata all’altezza della situazione o avresti preferito usare altro, a un certo punto?

LR: Non ho dedicato molto tempo alla preparazione della moto, ma avevo comunque ciò che serviva: valigie in alluminio Touratech, paramani e paramotore, pedane in acciaio che magari si piegano ma non si spezzano. Più o meno tutto qui. Ho amato quella Triumph Tiger, che chiamavo Cleo: era una Tiger XCA, quella che oggi si chiama Rally, una moto molto comoda per andare ovunque, non importa se in autostrada oppure off road. Il motore a tre cilindri gira liscio e senza vibrazioni che intorpidiscono gli arti.

Da pessimo meccanico quale sono, ho molto apprezzato la sua affidabilità: alla fine l’unica cosa che si è rotta sono stati i cuscinetti della ruota posteriore. Se devo trovarle un difetto, sicuramente è il peso eccessivo. Ogni volta che cadevo o semplicemente appoggiavo la moto, dovevo cercare aiuto oppure rimuovere completamente il bagaglio per riuscire a rialzarla da sola.

RB: Viaggiare è ormai alla portata di tutti e c’è molto poco da scoprire, ma il primo viaggio lungo mette sempre in difficoltà. Qual è stato il tuo problema più grande?

LR: Onestamente la difficoltà più grande è stata decidere di lasciare il lavoro e la casa. Appena presa la decisione, però, mi sono sentita sollevata e dannatamente felice! Naturalmente non ero ben equipaggiata, le mie capacità di guida erano terribili e forse avrei dovuto lavorare un po’ di più sulla preparazione ma tutto questo, allora, non aveva alcuna importanza.

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Dopotutto, se fossi stata più preparata o più capace come motociclista, l’intero viaggio avrebbe avuto un altro sapore. Semplicemente, non vedevo l’ora di lanciarmi nel mondo e, dopo la partenza, ogni mattina mi svegliavo piena di gratitudine per la possibilità di vivere un’avventura così emozionante.

Che non ci sia nulla di nuovo da scoprire non sono d’accordo: per quanto mi riguarda, scopro qualcosa ogni volta che monto in sella, anche se è solo una gita di un giorno nei dintorni della mia città. Per me la scoperta è qualcosa di personale, qualsiasi cosa veda o viva per la prima volta: non mi interessa essere la prima o la più veloce a fare qualcosa, perché non è ciò che conta davvero.

RB: A differenza di molti viaggiatori che pongono se stessi al centro dell’attenzione, tu racconti del mondo che attraversi. Qual è per te il senso del racconto di viaggio nell’epoca in cui più o meno tutti possono fare esperienze simili?

LR: È vero che abbiamo tutti la possibilità di visitare più o meno ogni Paese e andare negli stessi posti, ma non è quella la vera esperienza di viaggio. A mio avviso, viaggiare non vuol dire visitare località turistiche o dormire in hotel più o meno belli, ma vivere ciò che si incontra sulla strada, soprattutto in quei posti dove non ti aspetti di trovare nulla. A dare un senso al racconto di viaggio c’è anche il fatto che nessuno avrà esattamente la tua stessa esperienza interagendo con i locali o visitando un angolo di natura remota in completa solitudine. È il tuo momento ed è irripetibile, non sarà mai un’esperienza uguale per chi verrà dopo o ci è stato prima.

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Di guide di viaggio sono piene le librerie, perciò il mio obiettivo è spingere le persone a prestare attenzione ai dettagli, a interagire con la gente del posto cercando di supportare le comunità che si visitano, invece di sfruttarle. Soprattutto è importante trovare il proprio percorso ed essere spontanei e flessibili, pronti a imboccare strade sconosciute e apparentemente senza uscita. È lì che si trova l’avventura.

L’intervista completa è disponibile su RoadBook 21

La scoperta è qualcosa di personale, qualsiasi cosa veda o viva per la prima volta

Cronache di viaggio

Got2Go è il nome del canale YouTube su cui Lea pubblica i suoi video in serie tematiche. Abbiamo particolarmente apprezzato quella sull’Africa occidentale, un mix artigianale di documentario e diario di bordo che profuma di avventura e strade polverose in cui il ritmo del montaggio, realizzato con cura, non è mai noioso o ridondante. Imperdibile per chiunque stia meditando di intraprendere un viaggio in moto nel continente nero o, più semplicemente, ami l’avventura in moto.