Continuano i “racconti africani” di Federico, alle prese con la seconda parte del suo Slow Way Down. Riprende il cammino con la sua fedele KTM, battendo strade e piste di quella parte dell’Africa centrale che si affaccia sull’Atlantico.

di Federico Bertolini


Riesco a resistere qualche mese; il tempo di riempire lo spazio fisico lasciato libero da La Kapricciosa, risparmiare qualche euro e perdermi dietro la burocrazia dei visti. Poi mi ritrovo all’aeroporto di Lomè, in fila alla dogana. Questa volta sono partito solo e, da solo, mi muoverò sino in Gabon: sempre che mi raggiungano anche i bagagli.

Poi c’è da pensare alla moto: in Togo è attualmente clandestina, visto che il permesso di importazione temporaneo è scaduto da un bel po’. In qualche maniera si farà, ora voglio gustarmi la sensazione di riabbracciare La Kapricciosa, baciandola e accarezzandola in ogni suo centimetro. È bello sapere che basta riattaccare la batteria per sentirla cantare; che emozione.

Beviamo un paio di birre per festeggiare il nostro nuovo incontro – a lei offro benzina nuova anziché malto – e via sulla breve e brutta costa del Togo. Ho qualche pensiero per la moto clandestina, chissà come la prenderanno in dogana, ma è una bella giornata, ho voglia di guidare un po’, quindi decido di affrontarla all’africana: faccio finta di nulla e salto la dogana. Come previsto, nessuno se la prende.

Festeggiamo con un paio di birre il nostro nuovo incontro: a lei offro benzina nuova anziché malto

La breve costa del Benin passa veloce, giusto il tempo di una notte e di incontrare alcuni dei tanti re, così si fanno chiamare e così si comportano, sparsi praticamente in ogni villaggio. Sembrano dei piccoli mago Otelma, con tanto di trono e servitori.

Tra un re e l’altro, arriva il giorno della Nigeria. Dopo aver svegliato il doganiere perché volevo assolutamente il timbro di uscita dal Benin, metto la ruota anteriore in Nigeria. L’ingresso è lungo e difficoltoso: non si riesce a trovare il posto di frontiera e, soprattutto, manca l’inchiostro per il timbro.

Il Paese si presenta bellissimo e decisamente pericoloso, specialmente per un motociclista. Le strade esistono, più o meno, ma non esiste un vero e proprio senso di marcia e ognuno va dove gli pare. Una cosa scopro in fretta: tra una buca e un incidente il nigeriano non ha dubbi, sceglie l’incidente. Ho due possibili teorie: o sono folli o Boko Haram ha deposto le armi e comprato auto per sterminare chi non è con loro.

In Nigeria le strade esistono, più o meno, ma non esiste un vero e proprio senso di marcia

La giostra delle dogane

Posti di blocco, tante armi e, anche se con cordialità, mitra spesso puntati addosso e la solita raccomandazione: qualsiasi cosa succeda, non ti fermare. Il visto è limitato, ma ho tempo sufficiente per scoprire che qui esistono chiese di tutti i tipi e congregazioni religiose dai nomi più bizzarri.

Mi prendo ogni sorta di benedizione ed eccomi pronto per lasciare la temuta e chiacchierata Nigeria, non prima però di aver fatto l’ultima scoperta: qui è più facile entrare che uscire. Vengo intervistato per un’ora da tre poliziotti, seduti alla stessa scrivania: uno ti interroga, rispondi e lui timbra il passaporto, passi al secondo e poi al terzo. Tutti fanno le stesse domande, ci mancava solo mi dicessero “un fiorino!”

Ho tempo sufficiente per scoprire che qui esistono chiese di tutti i tipi, dai nomi più bizzarri

Più divertenti le pratiche per l’ingresso in Camerun. Entro in uno sgabuzzino, mentre due tizi controllano a lungo il visto. Mi dicono che ho solo tre giorni per stare qui, anzi no, ne ho otto, o forse trenta, poi mi spediscono nei veri uffici doganali. Qui il poliziotto, tra un’orinata e l’altra – quanto diavolo hai bevuto ieri sera? – riesce a timbrarmi il passaporto in soli quaranta minuti.

Poi passo al Carnet de Passages en Douane. Il documento è in regola, ma il capo è a messa e devo aspettare che torni quando sarà finita la funzione. «Come, scusa? Devo aspettare perché lui è in chiesa?». «Sì, si è alzato presto stamani, la messa iniziava alle sei, e quindi non intende venire via prima, visto il sacrificio della sveglia all’alba». Comincio una trattativa e li convinco a cercare due timbri. Recuperati i timbri non ci resta che trovare qualcuno che li voglia stampare sul mio Carnet. Mi offro volontario, cosi La Kapricciosa può finalmente scoprire il Camerun.

Il Carnet è in regola ma il capo è a messa e dovrai aspettare che torni

L’aria è pesante

Scorrazzo tra colline e montagne di un verde lussureggiante che riempie gli occhi e il cuore. Peccato che l’aria sia più pesante che in Nigeria: i posti di blocco sono continui e nessun poliziotto esita nel farti sentire di troppo. Insomma, è la prima volta che ho voglia di lasciare rapidamente un Paese: per fortuna ho un permesso di soli tre giorni.

Quindi, giusto il tempo di farmi tamponare, vedere un paio di gorilla, godermi un gran bel concerto, farmi sequestrare per alcune ore da un poliziotto e raggiungere sano e salvo il Gabon, dove l’aria è diversa, decisamente.

Mi ritrovo in piena foresta equatoriale, ed è meraviglioso. Rallento, dai miei conti dovremmo esserci: infatti, ecco il cartello. Mi fermo, quasi incredulo, per un paio di foto: sto attraversando l’equatore e questa cosa mi piace! Fumo una sigaretta, con un piede di qua e uno di là, a cavallo della linea immaginaria. Da quanto aspettavo questo momento!

Mi fermo, incredulo, per un paio di foto: sto attraversando l’equatore!

Passata la commozione, tra buche, fango, pozzanghere e tanto traffico, arrivo a Libreville. Il tempo di scaricare la moto e incontro chi si prenderà cura di lei per i prossimi mesi. Ho solo il tempo di farmi coccolare dagli amici Daniele, Clara e Giovanna, di spendere due lacrime per i saluti alla mia bella e, come se niente fosse, mi ritrovo sull’aereo. La promessa però, resta la stessa: tornerò, presto!

La prima parte di questo report è disponibile qui.