Federico Bertolini racconta le emozioni, le suggestioni e gli aneddoti del suo itinere, dalle Colonne d’Ercole al Capo di Buona Speranza. Un lungo viaggio, a tappe, che gli permette di vivere l’Africa come ha sempre voluto; da cima a fondo, alla giusta velocità e nella giusta direzione: Slow Way Down.

di Federico Bertolini


Nella storia dell’uomo il viaggio ha da sempre rappresentato un momento importante delle diverse epoche e dei differenti modelli sociali; ogni antica civiltà fondava il proprio potere sulla capacità di avviare e mantenere rapporti con culture diverse. Le culture elleniche, babilonesi, egizie, hanno costruito la propria grandezza attraverso gli scambi commerciali che intrattenevano con altri popoli, facendo viaggiare, oltre alle merci, idee, conoscenze e cultura.

Viaggiare, spostarsi da un luogo all’altro, è dunque radicato nell’inconscio collettivo dell’uomo; è un sedimento primitivo e come tale va integrato se si vuole recuperare in noi il senso stretto dell’esistenza. Ritagliarsi uno spazio da dedicare al viaggio, in una società occidentale votata alla stanzialità, rappresenta il minimo tributo da versare alle tracce mnestiche della nostra condizione, originaria, di esseri itineranti.

L’impulso a viaggiare è irrefrenabile, fa parte della natura umana. E’ una passione che divora e arricchisce allo stesso tempo, come il desiderio della felicità. Viaggiare in moto non significa solo spostarsi da un luogo all’altro ma permette di esperire un forte senso di libertà e soddisfare l’irrequietezza, che è bisogno di apprendere sempre cose nuove.

Viaggiare permette di conoscere gli altri e, attraverso gli altri, se stessi. Permette di scoprire alternative inimmaginate, svincolandosi dai lacci dei sistemi sociali, basati sulla fissità della persona, sulla sua continua immutabilità: la società fa pressione sugli individui per portarli ad essere “una cosa sola” ma l’identità umana è mutevole e molteplice.

Viaggiando in moto si recupera il senso antico dello spostamento, si gode di più dei luoghi raggiunti, ci si confronta maggiormente con gli altri e con se, apprezzando l’evolversi delle emozioni. La mente si svuota, il ritmo prende il sopravvento, il tempo si distorce. Il viaggio in moto richiede una resa incondizionata al vissuto fisico, emozionale e mentale che abbatte ogni costrutto o difesa psichica per assaporare ogni istante, ogni chilometro.

Viaggiare in moto  permette di soddisfare il bisogno di apprendere sempre cose nuove

Quando possiamo viaggiamo, quando non possiamo sogniamo; questo sogno comincia nel marzo 2015. Si pensa al viaggio estivo per rendere reale una delle tante idee che girano in testa. Inutile chiedersi la direzione, quello che qualcuno chiama “mal d’Africa” abbiamo scoperto esistere davvero. Mauritania, Senegal, Mali, Gambia e Guinea Bissau sono già state fatte. Ora abbiamo voglia di spingerci un po più in là: quindi, andremo a toccare il sud del continente e poi risaliremo dal lato orientale.

Con il tempo a disposizione non ce la faremo mai: l’unica soluzione è farla a tappe. Facciamo un po’ di strada, si parcheggia la moto, si prende un aereo e si torna a lavorare. Si riprende un aereo e si rifà un po’ di strada; semplice, no? E allora, diamoci da fare!

Da Pontremoli a Lomé

Fissata la data di partenza, dobbiamo cercare una casa per La Kapricciosa a Lome. La troviamo grazie a Rita, una suorina mariana da oltre 30 anni missionaria in Togo. Le informazioni circa la burocrazia per il “rimessaggio” della moto non sono certe anzi, non ne abbiamo proprio ma l’entusiasmo per il viaggio è così forte che: “Chi se ne frega, in Africa una soluzione si trova sempre”.

Prenotiamo il volo e diamo il via alla giostra dei visti necessari. Potremmo farli per strada ma perché distrarci con tali menate durante il viaggio? Carichiamo la moto con bagagli e ricambi ed eccoci di nuovo in Africa, finalmente, attraverso quella splendida porta di accesso che è il Marocco.

Sono passati oltre 10 anni dalla prima volta ma l’emozione di tornare in questo continente resta sempre forte. E’ un territorio che conosciamo bene, che amiamo e, se tutto andrà come dovrà, ci vedrà solo transitare. Voglio però respirare profondamente per trattenere a lungo ciò che queste terre mi regalano da anni. E così è: tocchiamo Tan Tan Plage per la tajine di calamari più buona del mondo e per i saluti agli amici del Sahara Canaria.

Finalmente di nuovo in Africa

Ci ritroviamo in quell’affascinante pezzo di mondo che è il Western Sahara con i suoi pascoli di dromedari e gli uomini blu che vorremmo abbracciare uno ad uno. Apriamo le braccia anche per salutare Tarfaya ed il suo caro Antoine de Saint-Exupéry, Layounne e le sue dune e per farci accogliere e coccolare dalla baia di Dakhla che continua a stupirci, ogni volta. In questa terra continuo a progettare la mia vecchiaia: mi vedo seduto sulla scogliera, con una canna da pesca in mano per procurarmi la cena.

Ci saluta anche il Western Sahara, facendoci accomodare nella sabbiosa Mauritania. Verrei qui apposta per cenare e chiacchierare con Louis, il suo Tako a Nouadhibou rimane il miglior ristorante mai provato. Non ho mai capito cosa ci faccia questo simpatico canario in una delle città più brutte e inutili del mondo. Glielo chiederò, la prossima voltà.

Salutiamo anche il “patron” di Nouakchott, sempre pronto a cacciare dal letto lo sventurato che ha osato occupare la mia camera. Grazie, anche per le lenzuola, che sono sempre quelle della prima volta anzi, sempre li dalla prima volta! Le prime timide piante di acacia che sbucano dalla sabbia ci avvertono che la Mauritania sta per finire, non prima di aver salutato Manga, il capo dei banditi di Rosso. Ci accoglie in frontiera e pranziamo con lui, mentre i suoi poco raccomandabili scagnozzi disbrigano le pratiche in quello che era una volta, per noi, un girone infernale.

Il fiume Senegal ci introduce in ciò che più ci piace, l’Africa nera; eccoci finalmente! L’emozione davanti al primo Baobab del viaggio è la stessa della prima volta.

Nei villaggi queste piante hanno un proprio nome. Davanti a loro sembra di stare al cospetto di un vecchio saggio. Saint Louis merita sempre un saluto, ma quello che regala magia è il Wassadougou: siamo gli unici ospiti umani del campeggio all’interno del Parco Niokolo Koba. Finalmente un tetto di paglia, finalmente i cercopitechi, i babbuini e, finalmente, l’acqua del temporale che filtra dal tetto e ti bagna la faccia mentre dormi. Questa, assieme alla Casamance, è per noi la parte più bella del Senegal.

Giusto il tempo, lungo la strada, di giocare un po’ con le scimmie ed eccoci in Mali per la reunion. Non potevamo che scegliere il mitico Sleeping Camel di Bamako per darci appuntamento con Andrea e Lalla, incontrati per la prima volta a Rosso, la seconda su di un tetto a Luxor, e ora a Bamako.

Viaggeremo assieme sino a Lome, percorrendo strade a noi nuove. Da casa a qui è stato una sorta di déjà-vu ma il nostro naso ora ha voglia di annusare nuovi olezzi. E in Burkina Faso il naso, e soprattutto gli occhi, hanno di che riempirsi: Banfora, Kangrela, Sindou con i suoi picchi, Bobo Dioulasso e poi, volete mettere una città che si chiama Ouagadougou? Si, è un immondezzaio di posto, ma come riempie la bocca il suo nome!

E poi qui c’è quella che considero la vera meta di questa prima tappa: la splendida Tiébélé. Vedere, dormire, bagnarsi in queste case di fango colorato, vale quasi quanto quello che stiamo facendo in questi giorni: ovvero, scorrazzare con le moto per la savana su piste rosse.

La splendida meta di questa prima tappa: Tiébélé

Dal fango colorato del Burkina passiamo alle case fortificate, rigorosamente di fango come si usa da queste parti, del popolo Taberna in Togo, primo punto di arrivo della nostra Africa a tappe. Bussola puntata sempre verso sud e, dopo le meraviglie del Togo, mi regalo un rito propiziatorio con un feticher, o meglio con suo figlio, visto che il padre è in ferie.

Vabbé, siamo nel mercato dei feticci più grande al mondo, funzionerà lo stesso. Sono simpatiche queste divinità che, attraverso il feticher, mi predicono ancora molti viaggi felici in Africa. Ringrazio gli dei, a mezzo figlio del feticher, e spero che non si sbaglino. Però, nonostante i riti, si piange un pochino. Salutare La Kapricciosa è straziante. La sistemo comoda, la coccolo ma è tutto inutile: sentirò la sua mancanza e presto sarò costretto a tornare.

Siamo gli unici ospiti del Parco Niokolo Koba