Le antiche carrarecce militari e gli storici percorsi di transito commerciale sono una miniera di emozioni sconosciute a una grossa fetta di possessori di moto spesso relegate all’esclusivo utilizzo su asfalto. Manifestazioni come la HardAlpiTour Sanremo-Sestriere – che con l’edizione 2019 è ormai giunta all’undicesimo anno di vita – hanno il merito di invogliare anche i meno esperti a godere di un uso più esteso dei propri mezzi, solleticando altresì il gusto della scoperta di luoghi magici e isolati.

di Fulvio Terminelli


Non facendo della tecnica e dell’esperienza di guida in fuoristrada le mie armi migliori, ho dovuto necessariamente avvicinarmi con la dovuta riverenza all’appassionante disciplina battezzata da Nicola Poggio col nome “adventouring”, ossia quella combinazione di fuoristrada e mototurismo sapientemente dosati nella HardAlpiTour Sanremo-Sestriere (o più semplicemente la “HAT”), la celebre manifestazione ideata da Corrado Capra che già da diverso tempo esercitava su di me un’attrazione dalla quale, presto o tardi, non sarei stato in grado di sottrarmi.

Mi presento ai nastri di partenza con l’ottimismo e la determinazione di Willy il Coyote, seduto sui 260 kg del mio carro armato tedesco: probabilmente il mezzo non è il più adatto per affrontare i tratti maggiormente impegnativi del tracciato che (si spera) mi condurrà fino a Sestriere, lungo i 430 km del percorso “Discovery”.

Salito sulla pedana di partenza attendo il mio turno e incrocio lo sguardo dell’amico Roberto, responsabile di avermi convinto a cimentarmi nell’impresa; penso scherzosamente: «Qui si arriva fino in fondo o si muore da eroi!»

Appena ci danno il via, una scarica di adrenalina mi risveglia dal torpore procuratomi dalla notte insonne e le persone assiepate dietro le transenne applaudono il nostro passaggio; sorrido e mi emoziono per quell’istante di esaltazione mai provata prima: la HAT è anche questo.

«Qui si arriva fino in fondo o si muore da eroi!»

Inerpicandoci sulle ripide colline della Riviera dei Fiori, lentamente ci allontaniamo dal mare e lo splendido panorama della costa si rivela in tutta la sua bellezza, illuminato da un caldo e accecante sole di fine estate. Appena superato l’abitato di San Romolo si inizia subito a fare sul serio lungo i quattro km di sterrato che conducono attraverso il bosco fino a Bajardo.

Sono rigido e nervoso, ancora per nulla in sintonia con il fondo particolarmente sconnesso di questo primo tratto. Tento la sorte e mi infilo in un canale che pare più liscio e scorrevole, ma me ne pento immediatamente appena intravedo il sasso grande come una palla da bowling sul quale, inevitabilmente, sono ormai diretto come il Titanic verso il famoso iceberg. Lo prendo in pieno e l’anteriore si impenna, ricade, lo tengo, riatterro, svirgolo, Brontolo, Gongolo, Pisolo, albero! Crash!

Sono diretto verso un sasso grande come una palla da bowling, come il Titanic verso l’iceberg

Il primo jolly me lo sono giocato senza cadere e non mi resta che ringraziare Niccolò per l’aiuto prestatomi nel tirare indietro il carro armato mentre mi rimetto in pista. Riparto, sudo, annaspo, urlo dentro il casco e finalmente scopro con stupore, sasso dopo sasso, quanto beneficio porti alla mia tecnica di guida l’imprecazione profferita a voce alta!

Percorro quindi con maggiore agilità circa un chilometro, finché un incessante clacsonare alle mie spalle mi induce a fermare il carro armato: un altro partecipante mi avvisa della perdita della borsa posteriore, che lo sconquasso del sentiero, e soprattutto un fissaggio non ottimale, hanno fatto volare via. Un altro motociclista l’ha presa con sé e me la sta portando; tra un sorriso sincero e l’ennesimo grazie, ne riprendo felicemente possesso: la HAT è anche questo.

Il tratto più facile

Così ne arrivo a capo, e riguadagnato l’asfalto trovo l’allegra combriccola ad aspettarmi già da un po’, sebbene dal mio scrutare non mi riesca di cogliere in loro più il fastidio per la lunga attesa o il sollievo per sapermi ancora in vita. Roberto mi dà la carica con parole che mi strappano un sorriso misto a una punta di terrore: «Forza, dai… che questo era il tratto più facile!»

Così ripartiamo, lungo le sterrate successive tra le colline dell’entroterra e i trasferimenti su asfalto che mi permettono di tirare un po’ il fiato fino alla successiva impolverata nei pressi di Rocchetta Nervina. Si sale ancora e adesso puntiamo verso il passo Gouta dal quale, dopo una lunga pausa panino, ci incamminiamo in direzione del confine francese, che per ora accarezziamo solamente all’altezza del Col de Muraton, dal quale si ricomincia a scendere in direzione di Pigna.

Ci addentriamo lungo il Parco naturale regionale delle Alpi Liguri, lungo uno dei tratti più suggestivi della celebre Via del Sale, percorrendo tornanti, salite e discese che conducono poi in territorio francese, fino al comune di Tenda, dove ci aspetta uno dei numerosi punti di ristoro predisposti dall’organizzazione.

Già da alcune ore la pioggia intermittente ha iniziato a farci compagnia, rendendo più insidiosa la strada e tingendo di toni acquerello l’intero paesaggio: forse anche per questo tutto è diventato ancora più magico e coinvolgente. La fatica si tiene a bada e una ritrovata fiducia nella guida mi permette di procedere con più disinvoltura anche sulle vertiginose strade prive di barriera di protezione.

La pioggia tinge di toni acquerello l’intero paesaggio

Da Tenda inizia la scalata all’omonimo e meraviglioso colle, il valico alpino che separa le Alpi liguri dalle Alpi Marittime, restituendoci al territorio italico al cospetto degli spettrali edifici della caserma e del forte centrale, vestigia abbandonate alla deriva del tempo come relitti incagliati sulla roccia.

Da qui a Limone Piemonte il passo è breve, ma mi tocca avanzare con assoluta cautela anche sul ritrovato asfalto reso viscido dall’incessante pioggia, accompagnato dall’ingombrante presenza della stanchezza che sembra non mollarmi più.

Un budello di strada conduce fino a Cuneo, dove arrivo stremato nella piazza Foro Boario in cui convergono alla spicciolata sia i partecipanti della Discovery, che presto assaporeranno la gioia di un letto, sia i partecipanti della Classic, ai quali sarà concesso al più un veloce bivacco. La mia serata si satura del colore del malto delle birre che mando giù brindando allegramente con i compagni di ventura: la HAT è anche questo.

Bruciare a fuoco lento

La domenica mattina ci rimettiamo in strada alle prime luci dell’alba, affrontando l’asfalto e lo sterrato ancora umidi, ma scorrevoli, nella pianura del cuneese. Tutto sembra più facile con gli occhi di chi, il giorno prima, ha sudato sette camice per completare la prima tappa.

Questa pace si dissolve bruscamente quando a un tratto la moto rallenta. Dapprima attribuisco il fatto a un intontimento generale dovuto all’accumulo di fatica e alla sveglia di buon’ora; quando però il fatto si ripete, fermo il carro armato a bordo strada e inorridisco nel vedere la fiammella che fa capolino dalle pastiglie del freno posteriore, mentre l’olio del circuito sgorga versandosi sul cardano.

Inorridisco nel vedere la fiammella che fa capolino dalle pastiglie del freno posteriore

Ho con me il kit ripara pneumatici, qualche chiave, le fascette, ma non certo un estintore, così gli rovescio sopra tutta la mia scorta d’acqua. L’operazione sortisce l’effetto sperato e ci sarà tempo e modo di scoprire le ragioni di questo guasto, ma adesso è importante solo capire se la moto sia ancora in condizioni di arrivare alla meta.

Decido quindi di chiedere “l’aiuto da casa” (cioè al meccanico) telefonando a Stefano e Valentina, che dalla sera prima mi aspettano allo stand a Sestriere; la risposta è univoca e corale: «Dimenticati di avere il freno posteriore e vai avanti!» Massì, penso io, la strada dell’Assietta me la sono meritata e non intendo rinunciarvi proprio ora che sono quasi ai suoi piedi.

Così mi inerpico cautamente verso i 30 km della più lunga strada di cresta in alta quota delle Alpi e quel groviglio di paure che si erano annidate in me nei giorni e nelle ore precedenti svaniscono al cospetto della magnificenza di quel percorso sterrato che si svolge oltre i 2.000 metri di quota lungo il crinale montuoso tra la val Chisone e la Valle di Susa.

La strada dell’Assietta me la sono meritata

Respiro gioia a pieni polmoni, mista alla polvere sollevata da chi mi sorpassa con andatura più spedita. Non sono qui forse per questo? Superare le mie paure e godere delle emozioni che regala l’adventouring in compagnia di persone speciali? La HAT è anche questo.

Quando mi accorgo che la mia prima HardAlpiTour è quasi giunta al termine, nel lento planare verso Sestriere di freno motore e marce basse, decido di godermi ogni istante affinché tutto duri un po’ più a lungo; affinché la gioia conquistata non si dissolva troppo velocemente.

Ripenso alla fatica, ai dubbi, alle paure e alla soddisfazione di aver condotto il mio carro armato fino in fondo lungo un percorso fantastico, talvolta insidioso, comunque alla portata di chi, caparbio e resiliente, sia in possesso dei rudimenti della guida in fuoristrada, ma soprattutto abbia il sogno di partecipare a questa indimenticabile esperienza di vita.