Ogni motoraduno invernale europeo ha le sue prerogative, ma il nome di tutti termina con treffen, in omaggio al primo e più importante evento che, da sessant’anni, si svolge in terra teutonica. Simone aveva preso parte a tutti, tranne che all’Elefantentreffen fin quando, quest’anno, ha deciso di colmare l’imperdonabile lacuna.

di Simone Vitelli


Viaggiare per centinaia di chilometri nel cuore dell’inverno in moto può sembrare una pazzia. Se si aggiunge che il tutto prevede anche di passare la notte in tenda sottozero, è facile intuire perché i Treffen vengano visti da molti come atti di incoscienza. In realtà, se affrontati con lo spirito giusto – e attrezzatura adeguata – sanno dare emozioni uniche.

Ho partecipato a diversi raduni invernali in giro per l’Europa ma ancora mi mancava il più famoso e affascinante, ovvero L’Elefantentreffen. Deciso a rimediare, avevo trovato i compagni di viaggio per raggiungere il raduno tedesco ma, dalla ventina che eravamo a un mese dalla partenza, ci siamo ridotti a un manipolo di temerari, con continue defezioni man mano che le previsioni meteo incalzavano.

Il colpo di grazia alla compagine arrivò a pochi giorni dall’evento, quando tutti gli istituti meteo annunciarono l’arrivo di un’ondata di neve eccezionale.

A poche ore dalla partenza, dubbi e incertezze assalgono un po’ tutti i pochi rimasti, anche perché comincia a nevicare fino alle porte di Roma, dove viviamo. Il cielo limpido e il bel sole del giorno X mi fanno ben sperare, ma subito scopro che la coltre bianca della sera prima non solo non si è sciolta come speravo, ma si è trasformata in uno spesso strato di ghiaccio.

Mi dirigo comunque all’appuntamento col gruppo, senza tralasciare una bella scivolata sull’asfalto ghiacciato a mezzo chilometro da casa. Procedo per un po’ a passo d’uomo, ma le statali sono state cosparse di sale e, raggiunto il gruppo con mezz’ora di ritardo, procediamo in direzione nord accompagnati dal cielo sereno. Dopo Firenze, il cielo si incupisce e le auto che incontriamo in direzione contraria sono via via più imbiancate.

Di lì a breve infatti entriamo in una fitta nevicata che, fortunatamente, si scioglie al contatto con l’asfalto. La pioggia mista a neve ci accompagna fino a Vipiteno, dove abbiamo previsto di dormire. Passiamo la cena a consultare le previsioni meteo e la forte nevicata prevista per l’indomani non ci preoccupa, dato che ci troviamo a soli trenta chilometri dal confine.

Una fitta nevicata che, per fortuna, si scioglie al contatto con l’asfalto

L’ottimismo scema rapidamente la mattina, alla vista della neve che cade fitta ricoprendo tutto il panorama. Vorremmo accelerare la partenza ma, se già risalire la rampa del garage non è semplice, ancor più complicato si rivela attraversare il piccolo centro di Vipiteno, tanto che impiegheremo più di un’ora a raggiungere la frontiera.

Entriamo in Austria alle 13.30 con ben tre ore di ritardo, ma accolti da un sole splendente quanto insperato. Solo la sera scopriremo di essere stati tra gli ultimi a passare la frontiera del Brennero prima che l’autostrada divenisse impraticabile, provocando la fila chilometrica di auto e TIR che ha dato origine alle polemiche dei giorni seguenti.

Dopo Monaco mi separo dal gruppo, diretto a Passavia per una sosta turistica e successiva notte in hotel. Io tiro dritto per “la buca”, dove conto di arrivare in tempo per montare la tenda con un po’ di luce. Giunto al tramonto e sbrigate le procedure per l’iscrizione, entro a piedi per rendermi conto di cosa mi aspetta.

Il girone infernale

La buca si chiama così perché è quello che sembra: si tratta di una sorta di anfiteatro naturale che si restringe progressivamente in basso fino a una specie di piazzetta. Tutto è coperto da circa mezzo metro di neve, dentro cui le tende sono “affogate”, circondate dal fumo dei tanti focolai accesi.

La prima impressione è di essere piombati nell’inferno dantesco: un brulichio di persone anima il paesaggio, i viottoli ghiacciati che collegano le varie zone dell’assembramento sono percorsi da moto e sidecar che spesso si ribaltano, finiscono fuoristrada o di traverso per via del fondo ingestibile. Appena qualcuno rimane impantanato nei profondi solchi formati dalle ruote, qualcun altro accorre a dare una spinta per farlo uscire.

La prima impressione è di essere nell’inferno dantesco

Girovago per una mezz’ora alla ricerca di un buon posto dove montare la tenda, ma i più comodi sono tutti occupati. Scovo un quadratino di neve libera su una parete piuttosto pendente: montare una tenda in discesa non è mai una buona cosa, ma non ho alternative. Mi separano dalla moto duecento metri di viottoli ghiacciati che mi faranno impiegare due ore per scaricare, trasportare e montare tutto, con la sola illuminazione delle torce. Alla fine, anche se stremato, ho un tetto sulla testa.

Finito il pasto caldo (il riso precotto portato da casa) è ora di imbracciare la fotocamera per una passeggiata nel campo. Incontro gente da tutta Europa e ovviamente tedeschi, che sono la maggioranza. Di continuo si assiste a corse improvvisate o prove di abilità lungo i sentieri ghiacciati, su motorini o sidecar con a bordo gruppi di 4-5 persone che, alla prima derapata, vengono sbalzati a destra e a manca tra risate e grida di incitamento.

Il tutto avviene nel buio pesto, squarciato solamente dalle torce, dai fuochi d’artificio, dai fanali delle moto che girano e dai falò attorno ai quali ci si raggruppa per scambiare una chiacchiera, suonare la chitarra e bere una birra. Non so quanta gente ho visto cadere, un po’ per il ghiaccio un po’ per l’alcol. Stremato dalle ore di guida e dal montaggio del bivacco, mi ritiro in tenda per una notte di sonno profondo nonostante qualche problema col materassino, forse danneggiato nella caduta davanti casa.

Non so quanta gente ho visto cadere, un po’ per il ghiaccio un po’ per l’alcol

L’indomani, in piedi già alle sette, mi ritrovo circondato da molti che, come me, sono già intenti a smontare tutto per il rientro. Caricata la moto mi concedo un’ulteriore passeggiata, stavolta alla luce del sole, che mi permette di notare alcune cose che mi sono sfuggite la sera prima. Ad esempio le moto piantate nella neve, così alta da rendere inutile il cavalletto. Mi accorgo anche che la gran parte delle moto è dotata di catene almeno sulla ruota posteriore, accorgimento imprescindibile per muoversi su fondo ghiacciato.

I sidecar vengono caricati come veri e propri furgoni e, lentamente, si forma una lunga fila per uscire dalla buca. Ripartiamo, dopo le foto di rito, in direzione di Innsbruck, dove arriveremo in serata viziandoci in un hotel con sauna, bagno turco e idromassaggio: un vero toccasana dopo una notte in tenda sulla neve.

Le previsioni meteo sul versante italiano ci fanno partire, l’indomani, piuttosto timorosi. Troveremo una situazione gestibile, con strada pulita e piogge scarse, che ci faranno raggiungere casa per l’ora di cena. Se mi avessero detto che la parte più difficile sarebbe stata quella italiana, mi sarei di sicuro messo a ridere ma, alla fine , è stato davvero così. Sia come sia, missione compiuta: anche l’Elefante è fatto!

Questo è il racconto dell’avventura di Simone Vitelli all’Elefantentreffen 2019; per una riflessione sullo spirito dell’evento rimandiamo all’articolo di Daniele Donin.