L’ultima edizione dell’Elefantentreffen verrà ricordata per i problemi di viabilità sull’autostrada del Brennero e le polemiche che ne sono seguite. Una riflessione schietta sul senso del raduno e sulla fatica per raggiungerlo.

di Daniele Donin


Finalmente il tepore di casa. Anche l’Elefantentreffen 2019 e la sua avventura sono conclusi, da domani tutto torna alla normalità. Quest’anno, però, sento che c’è qualcosa di diverso, ma non intendo diverso nella sua forma, la buca è e resterà sempre la buca. Il suo fascino, i canti stonati che arrivano da fuochi lontani, le storie epiche di raduni passati, la bruma gelida del mattino che attraversa le fronde bianche degli alberi: tutto laggiù è sempre magico.

Magiche le serate trascorse a gironzolare tra le tende in cerca di un po’ di calore e, perché no, anche di un po’ di vin brulé che scalda l’animo. Mi piace vederlo così, come un piccolo mondo popolato da creature che scorrazzano a bordo di sidecar improvvisati con pezzi di motozappe infangate.

Il 2019 non è stato diverso neanche per le difficoltà che tutti abbiamo incontrato lungo la faticosa e gelida strada, per le amicizie che essa stessa crea e rinsalda nelle prove a cui ci sottopone, per i mille grattacapi sul meteo. Non è stato diverso il sapere di partire per un’avventura della quale non sai l’esito, le notti passate in garage a preparare l’equipaggiamento sperando di non tralasciare niente. Non è stato diverso nemmeno girovagare e incontrare gli amici della buca, quelle persone che ti invitano accanto al loro fuoco per condividere con te un po’ del loro tempo.

Così ritrovi Massimo e la sua compagine di “triestini”, il grande Riccardo e i suoi “Ingegneri del Treffen”, poi magari ti capita di fermarti a bere un caffè caldo alla “Trattoria da Dio” insieme alla Vale e a Diomede. Tutto questo è il Treffen.

Non è stato diverso neppure arrivare stanchi e infreddoliti in quell’enorme “buca” finalmente innevata, camminare incerti sul ghiaccio per cercare un posto per la tenda e spianare non so quanta neve con la pala. Le mani ghiacciate, le prime gocce di sudore che scivolano giù lungo la schiena e un’improvvisa tazza di vin brulé bollente che Emilio e Paolo ti hanno portato per darti il cambio mentre tu riposi un attimo. Li ho conosciuti a Seconda Piena e li ho ribeccati all’Europabrücke grazie alla magia del Treffen, che sa essere più precisa di un appuntamento.

La buca è sempre la buca: laggiù tutto è magico

No, l’Elefantentreffen 2019 non è stato diverso perché quella sensazione – in cui respiri il profumo delle decine di fuochi accesi, dell’aria fredda e secca che sa d’inverno, del vino caldo che hai tra le mani, dell’amicizia e della vita bellissima che stai vivendo al gelo della foresta bavarese – è solo lì, in quel momento, a Solla.

Le polemiche

L’Elefantentreffen 2019 è stato diverso non tanto per gli eventi, ma per i sentimenti che tali eventi hanno risvegliato; soprattutto per le polemiche che si sono scatenate a seguito del caos infernale che si è riversato sul passo del Brennero tra venerdì e sabato.

Quello che c’è stato di diverso quest’anno sono stati i post, i commenti, i pareri e le insinuazioni espresse verso chi ha deciso di affrontare il Treffen nonostante tutto. Dopo tante edizioni, per la prima volta leggo giudizi feroci nei confronti di chi si è trovato in difficoltà durante la nevicata eccezionale che ha completamente paralizzato l’Autobrennero.

La cosa che più mi lascia sgomento è che la gran parte delle critiche non arriva da automobilisti infastiditi, ma da motociclisti che inveiscono verso quegli irresponsabili che, incuranti del maltempo, hanno messo a rischio le loro vite e quelle degli altri per la follia di partecipare a un raduno.

Ecco, forse è proprio questo il punto: l’Elefantentreffen non è un semplice raduno, ma molto di più. È qualcosa che ha a che fare con la passione pura per la motocicletta e per il modo di vivere che rappresenta. Un evento fatto di persone che vivono la moto in maniera totale, che scelgono di fare una levataccia alle quattro del mattino per mettersi in strada al freddo – quello vero – pur di condividere un’esperienza collettiva che si ripete da più di 60 anni.

La passione pura per la motocicletta e per il modo di vivere che rappresenta

Come si dice in questi casi, “chi fa sbaglia, chi non fa critica” e criticare è sempre molto facile. La moto è uno strumento di libertà e avventura. Nessuno dovrebbe pontificare sui motivi che ci spingono ad attraversare mezza Europa stretta nella morsa del gelo dei giorni della merla.

Chi mi conosce sa quanto sia aperto alle idee di ognuno, anche di chi considera la moto un oggetto da tenere in salotto, ma stavolta non posso accettare le critiche di questi giorni perché, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha superato il limite o fatto un sorpasso azzardato.

Non me ne voglia nessuno ma, con ancora addosso il gusto amaro del sale, mi sento di rispondere alle critiche citando quell’adagio che ben sintetizza il senso delle cose belle della vita: “Se devo spiegartelo, allora non puoi capirlo”.

Questa è una riflessione sullo spirito dell’Elefantentreffen; per il racconto del viaggio rimandiamo all’articolo di Simone Vitelli.