In Africa a tappe – Slow Way Down (parte 4)

Si conclude la lunga cavalcata di Federico il quale, bontà sua, non si è per nulla saziato dell’esperienza africana. Questo è solo l’arrivo al fondo del continente perché, chissà, potrebbe intraprendere anche la strada del ritorno…

di Federico Bertolini


Un paio di respiri e mi ritrovo in Botswana, attorno a un falò, sotto il cielo stellato della savana in compagnia di otto amici sudafricani: questo succede quando si ha una moto parcheggiata in Sudafrica.

Ma torniamo un attimo indietro: basta cercare un volo economico, telefonare a Johannesburg per avvisare dell’arrivo e via. La Kapricciosa viene fatta bella per me e io la utilizzo come scusa per convincere le mogli: «Arriva Fefo, l’Italiano, non possiamo lasciarlo solo, dobbiamo accompagnarlo per un paio di settimane». Riaan recluta alcuni suoi amici e organizza la quarta tappa del mio Slow Way Down, un viaggio decisamente diverso: per la prima volta, infatti, viaggerò assieme ad altre moto. L’idea mi spaventa un poco, ma la paura sparisce dopo i primi chilometri.

Basta cercare un volo economico, telefonare a Johannesburg per avvisare dell’arrivo e via

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Dopo il primo campo in Sudafrica si passa presto, via pista, in Botswana e la cosa mi rapisce immediatamente. Guidare nel cuore della savana con elefanti, giraffe, zebre e kudu che pascolano al tuo fianco, o dover fermare la moto per lasciarli attraversare, regala emozioni indescrivibili; questa è un’esperienza che tutti meriterebbero di vivere.

Non faccio in tempo a digerire queste emozioni che, grazie a un veloce salto in Zimbabwe, i miei occhi si incantano davanti alla maestosità delle Cascate Vittoria nel periodo della loro massima portata. Mi aspettavo tanto dalla loro visione, ma la realtà supera di gran lunga l’immaginazione.

Sono davanti alla maestosità delle Cascate Vittoria nel periodo della loro massima portata

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Ci perdiamo dietro un branco di elefanti nel parco nazionale del Chobe, seguendoli poi in quel pezzetto di Namibia che ad agosto non aveva trovato spazio nel mio viaggio. La Kapricciosa mi porta quindi nel Caprivi Strip, e io la seguo contento come un bambino. Per non parlare poi degli ippopotami che, di notte, importunano le nostre tende: ah, che vita dura in Africa.

Se mi abituo alle loro tradizioni, come fare indigestione di bistecche e biltong, bevendo sorsi di Spiced Gold, probabilmente riuscirò anche a parlare l’Afrikaans.

Merita una considerazione a parte la perizia dei ragazzi sudafricani nel caricare le moto. In qualsiasi momento, e in qualsiasi luogo, non manca mai una birra fresca, una coca con rum e abbondante ghiaccio. Dalle loro moto esce infatti di tutto: canne da pesca, sedie, materassi e brandine più comodi del mio letto di casa, e gli immancabili barbecue. Sì al plurale, perché ci sono anche quelli di scorta. I ragazzi hanno una incredibile capacità di trasportare di tutto, senza alcuna difficoltà: bravi! Mi piace questa cosa di viaggiarci insieme; posso respirare il loro modo di muoversi, vedere ed ascoltare il mondo.

Merita una considerazione a parte la perizia dei ragazzi sudafricani nel caricare le moto

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Abbiamo anche il tempo di parcheggiare le moto un paio d’ore per sorvolare, con un piccolo aereo, il delta dell’Okavango. Scopro così che esistono tali e tante tonalità di verde che non avrei potuto immaginare nemmeno in cento vite.

Ancora frastornato dalle fortissime emozioni provate, con gli occhi pieni di meraviglie e le orecchie colme dei rumori africani, mi ritrovo nuovamente a salutare la Kapricciosa che, in ottima compagnia, riposerà a Johannesburg. Questo era solo un piccolo assaggio di ciò che le aspetterà, tra qualche mese. È stata un’anteprima, un veloce sopralluogo per meglio pianificare le prossime avventure. Lei mi aspetta e io cercherò di riabbracciarla presto: ma questa è un’altra storia…

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La terza parte di questo report è disponibile qui.