Raggiungere il Togo a bordo di un’Apecar del 1987, con a bordo un piccolo impianto fotovoltaico da donare, insieme allo stesso treruote, alla Maisons sans Frontières nel piccolo villaggio di Kuma Tsame Totsi in Togo. Un’avventura di 8.000 km su ogni fondo, 60 giorni di viaggio, 54 notti passate a bordo di un veicolo lento, un po’ moto un po’ autocarro.

di Pietro Porro


L’idea di andare in Ape in Africa era nata da un messaggio ricevuto un anno prima mentre ero in viaggio verso il Vietnam insieme ad Andrea: Susanna, la responsabile della Maison sans Frontières, ci invitava a visitare la sua comunità per minori senza famiglia nel villaggio di Kuma Tsame Totsi, a pochi chilometri dalla capitale togolese. La deviazione era davvero troppo lunga per le piccole LML Star su cui viaggiavamo, ma il seme era stato deposto e l’idea di andare in Ape in Africa ha germinato pian piano.

Trovato il veicolo, un’Apecar del 1987, l’ho risistemato grazie all’aiuto dell’Ape Club di Crema e dell’inarrestabile Gino Parisi che ne ha resuscitato motore e sospensioni, mentre i ragazzi del Maker’s Hub di Milano hanno dato il loro contributo trasformando il vetusto treruote in un bolide accessoriato con tanto di cellula abitativa, fotovoltaico e fari a LED sul portapacchi anteriore.

Sembrava un vero mezzo da rally in grado di affrontare qualsiasi terreno: si sarebbe poi dimostrato un vero disastro anche su pochi centimetri di sabbia ma con l’aspetto c’eravamo. Alla fine del 2018 era tutto pronto per il viaggio battezzato, inevitabilmente, Ape sans Frontières, il cui scopo era trasportare sull’Apecar, che avrei donato alla Maison, il necessario per costruire un impianto solare termico e un piccolo sistema fotovoltaico a uso della comunità.

Una partenza fredda

Andare in Ape in Africa vuol dire puntare al caldo, ma la partenza è da Milano e scegliere il 17 dicembre per attraversare i Pirenei non è una buona scelta: nebbia e pioggia a dirotto e rotto anche il tergicristallo. Non importa quanto hai vissuto on the road, i primi giorni sono sempre un intenso rodaggio e stavolta è fatto di gelate notturne nella fredda Provenza, imbozzolato tra le sciarpe con addosso solo due tute, il ghiaccio sul parabrezza e le zuppe scaldate sul fornelletto che spande il suo dolce tepore insieme al meno gradito tanfo di porro e cipolla.

I primi giorni sono sempre un intenso rodaggio

Sul traghetto da Barcellona a Tangeri Med riguardo cartine e percorsi e, giunto a destinazione, osservo i motociclisti bardati come guerrieri bramosi di affrontare la sabbia dei deserti, preoccupato della situazione in cui anche stavolta mi sono cacciato: attraversare mezza africa su un treruote che viaggia abbondantemente sotto i limiti di velocità.

La sensazione di smarrimento è forte sotto il cielo nero della notte marocchina, dietro il sottile parabrezza di un mezzo che ancora sto imparando a conoscere: è la fatica del tornare a sentirsi viaggiatore, sentire che tutto il resto comincia a dileguarsi mentre lentamente ci si cala nel qui e ora. È questo il principio attivo del viaggio, la droga del wanderlust: che poi si aggiunga un rombo, una pedalata o uno scarpone poco cambia.

La porta per l’Africa

Nel sud del Marocco lo scenario si dilata, con il Sahara che si presenta prima timido, tuffandosi in mare per riapparire dietro l’angolo in tutta la sua maestosità. Raggiungo la spiaggia di Dakhla proprio mentre, spenti i fuochi del bivacco, l’Africa Eco Race accende i gruppi elettrogeni delle officine illuminate a giorno per la gara del giorno dopo.

Saluto il team Botturi all’alba mentre i piloti ripartono per le dune che domineranno senza paura; io invece, pochi giorni dopo in Mauritania, rimango inghiottito in due dita di sabbia appena fuori dall’asfalto nei pressi di Chami, a metà strada tra Nouadhibou e Nouakchott, dove mi fermo ad accampare per la notte.

Due pastori che stanno lì vicino vengono in soccorso con pale e assi di legno, ma ogni tentativo di salvare il treruote dalla rena produce il solo effetto di aumentare lo sconforto. Con una ruota bloccata e l’altra che gira a vuoto, il vero timore è di aver rotto la frizione o la trasmissione. Passo la notte nell’Ape in bilico sulla sabbia, preoccupato dalla clessidra del permesso di transito in Mauritania che corre granello dopo granello.

Mi sveglio sotto un’alba rosa e arancio, mentre una madre di dromedario allatta il suo piccolo albino nascosta dietro un arbusto. Nonostante gli sforzi da affrontare, sorrido al presente e la notte più brutta cambia volto in pochi minuti con l’apparire di una carovana di mezzi proveniente da sud per un rally.

L’equipaggio di due mezzi battenti bandiera spagnola accorre in mio aiuto e, a colpi di verricello e quattro ruote motrici, l’Apecar è fuori dalle fauci del deserto. Finalmente libero, mi ritrovo a cantare e urlare di felicità nella mia scatoletta di metallo sfrecciando a quasi 60 km/h.

In medio stat virtus

Tra polvere e scossoni, finalmente il Senegal e le sue temute norme per l’importazione dei veicoli. L’Apecar, a metà tra moto e automobile, riesce a uscire dalle difficoltà burocratiche grazie alla sua doppia identità: i doganieri sono concordi a considerarla una moto e, in quanto tale, può essere importata aggirando il divieto per i veicoli con oltre dieci anni di età.

In Senegal i doganieri considerano l’Apecar una moto ed entro senza difficoltà

Arrivato in Mali vorrei proseguire per il Burkina Faso e salutare gli amici di Garage Italia, ma mi trovo costretto a cambiare i miei piani. I disordini causati dai jihādisti nell’est del Burkina si sono inaspriti portando il Paese sull’orlo della guerra civile. Il presidente ha dichiarato lo stato d’emergenza in metà delle regioni e la strada che dalla capitale Ouagadogou porta al confine togolese passa a soli 100 km dalla zona rossa.

Nonostante le notizie rassicuranti da oltrefrontiera, rimango dieci giorni a Bamako incerto sul da farsi insieme ad altri viaggiatori che, man mano, decidono tutti di cambiare rotta o tornare indietro.

Finalmente mi decido – col parere sfavorevole della Farnesina, accompagnato dal quasi-ordine di tornare a casa – di passare per Costa d’Avorio e Ghana. Una decisione difficile, presa col pensiero rivolto all’italiano sequestrato un mese prima (tuttora in mano ai jihādisti) e il serio dubbio che questa mia ostinazione di andare in Ape in Africa possa effettivamente non avere un senso.

La Casa senza Frontiere

La discesa verso il mare in Costa d’Avorio mi fa capire che da lì in poi tutto sarà più semplice. Il Ghana passa via in un soffio, mentre l’Apecar comincia a manifestare i segni della fatica: percorro all’incredibile velocità di punta di 45 km/h le colline che separano il Ghana dal Togo, a pochi chilometri dalla destinazione finale. Sul confine l’adrenalina è ai massimi livelli, mente la notte spinge via il giorno e i controlli in frontiera sembrano voler dilatare all’infinito questo momento.

Dopo aver attraversato la rumorosa Kpalimé e i suoi discobar con volumi fuorilegge, mi lancio nuovamente nel buio verso Kuma Tsame Totsi e, giunto a un bivio sterrato, un ragazzo sul ciglio della strada mi urla: «Piero, sei tu? Ti porto da Susanna!»

Le luci a LED scavano nel buio della valle a me ignota, portandomi nel luogo che in questi due mesi di viaggio ho tanto sognato di raggiungere: le urla festanti dei bambini, l’abbraccio di Susanna. Ape sans Frontières è giunta a destinazione.

Alla Maison sans Frontières inizia un nuovo viaggio, quello dentro una realtà che mi ha regalato la consapevolezza di cosa possano fare le idee quando si è convinti che la strada sia quella giusta. Un mese vissuto nella semplicità di una comunità che si prende cura di 15 bambini senza famiglia che, ogni mattina, si svegliano all’alba per spazzare, accendere il fuoco e poi andare a scuola vestiti di tutto punto.

Un mese vissuto ai ritmi dell’equatore dove umidità e sole fanno da padrone e decidono quando è ora di smettere di lavorare. Giornate lente e calde fino a quando, col fresco della sera, i pipistrelli si alzano in volo punteggiando il cielo cambiandone il colore.