Eleonora si imbarca sullo stesso traghetto di tre anni prima. Allora attraccò a Tangeri per esplorare un indimenticabile Marocco dal sellino posteriore di una KTM 1190 Adventure. Questa volta la fermata è Barcellona per testimoniare che l’estate, nel sud della Spagna, è sì calda, ma non impossibile se vissuta dalla sella di una Honda Transalp 650: la sua.

di Eleonora Filon


La difficoltà maggiore è stabilire a quale delle molteplici memorie dare priorità, perché non si è trattato solamente di esplorare una parte di penisola iberica, ma di farlo per la prima volta con me al manubrio. Cresciuta al mantra di “non c’è mezzo più pericoloso”, c’è stato un tempo in cui la possibilità di portare una moto non la ritenevo nemmeno pensabile.

Poco più di un lustro fa, invece, io stessa mi sono stupita di essere diventata una zavorrina e poi, di ritorno da lunghi viaggi o da gite fuori porta insieme al mio compagno, la curiosità di sapere com’era “lì davanti” da insistente si faceva ossessiva.

Ecco allora i numeri prima della partenza: 8 i mesi da quando avevo superato l’esame della patente, di cui 5 trascorsi con l’assicurazione sospesa e i restanti 3 passati cercando di guadagnare un po’ di confidenza con il mezzo. Poi, con l’inizio delle ferie, è arrivata anche la consapevolezza che la sicurezza che stavo cercando non sarebbe mai arrivata, perché c’è un solo modo per imparare veramente a guidare ed è andare.

Ho scelto di conoscere il mondo da una nuova prospettiva, perché quella degli specchietti mi era ormai nota fino alla noia

In virtù di questi ragionamenti siamo partiti pianificando solo il traghetto Genova-Barcellona. L’unico vero obiettivo era fare palestra di guida accumulando in 15 giorni di vacanza un monte ore in sella il più elevato possibile. Abbiamo scelto di navigare a vista: pratica curve fra i pueblos blancos; Valencia, Granada e Siviglia per gratificare lo spirito; infine, come obiettivo personale, vedere i macachi di Gibilterra. Tutto il resto, grasso che cola.

Ma se normalmente l’improvvisazione è una parte cruciale del viaggio su due ruote, per una neofita prudente come me è stata il punto di inizio di una serie infinita di elucubrazioni. A seguire, in ordine rigorosamente sparso, ecco alcuni degli spettri che mi hanno accompagnata prima e durante questa indimenticabile avventura e che mi hanno fatto capire quanto l’atto del guidare non sia solo un mezzo per trasportarsi attraverso i luoghi, ma un’incredibile cartina tornasole del proprio carattere.

Sulla rampa di lancio

Avevo già assistito a una decina di imbarchi. Comune a tutti, la fretta con cui gli addetti ai lavori ti fanno salire e con gesti approssimativi e svogliati ti indicano un punto non precisato dietro di loro, spesso una rampa buia intasata di automobilisti stremati e irascibili. A quel punto devi abbandonare il mezzo e affidarlo a loro per le procedure di ancoraggio, svolte con quell’aria incurante di chi pensa a tutto fuorché alla carrozzeria del tuo fedele destriero.

La moto non è solo un mezzo per trasportarsi attraverso i luoghi, ma una cartina tornasole del proprio carattere

Tutti con lo scappamento a mille, salsedine scivolosa su ogni centimetro calpestabile, temperature infernali. Insomma, un incubo. Avevo molta ansia, che ho risolto con la buona sorte perché quel giorno hanno imbarcato le moto alla fine. Per non sentirmi osservata sono salita per ultima e perciò sono stata pure la prima a scendere. Quando si dice la fortuna del principiante!

Le oasi di asfalto

Per visitare l’Andalusia il primo tratto da percorrere senza grande entusiasmo e con una certa rapidità è quello da Barcellona a Valencia. In Spagna le aree di sosta di alcune autostrade sono prive di bar/ristoranti e mentre aspettavamo che il traghetto attraccasse mi chiedevo come sarei sopravvissuta, visto che mi accingevo a percorrere i miei primi 350 km di fila nell’unico luogo d’Europa dove agosto è il mese di bassa stagione a causa delle temperature.

Invece, dopo nemmeno 10 chilometri, mi si è parata di fronte una “stazione di servizio-oasi di salvezza” (la prima di una lunga serie) dotata di tutti i comfort di un miraggio che si rispetti.

Superata indenne la prima giornata, con l’orgoglio e l’incredulità di essermi portata da sola alla prima tappa mettendo pure al riparo la moto in un parcheggio a spirale tre piani sotto terra, mi sono illusa che l’ABC ormai mi fosse noto e che potevo cominciare a vivere le giornate senza grosse difficoltà. Che presuntuosa! Fino alla fine del viaggio l’arresto del motore è stata la costante più caliente delle mie adrenaline.

L’orgoglio e l’incredulità di essermi portata da sola alla prima tappa

L’Andalusia è una meta semplice per un primo approccio alla guida, ma la definizione non contempla i pueblos blancos e i loro vicoli stretti, pendenti, aggrovigliati e gremiti di macchine. Da lontano appaiono come pittoreschi pinnacoli sormontati da castelli dal profumo squisitamente medievale; ma per goderne appieno bisogna esplorarli dall’interno e arriva il momento in cui si deve parcheggiare.

Nessuna vergogna a dire che in molti casi ho chiesto l’aiuto da casa. Non perché non ci sarei riuscita da sola, ma per farlo avrei corso il rischio di arrivare al ristorante a cucine chiuse… anche in Spagna, dove la vita si sveglia con il buio.

L’abito fa la vacanza

Per guidare in posti caldi le precauzioni sono d’obbligo. Bisogna stare attenti alla sudorazione e bere anche se non si percepisce la sete. E questa è stata la disciplina adottata, soprattutto nel deserto di Tabernas e nel trasferimento da Granada a Siviglia, dove il termometro ha superato i 45 gradi. Soste frequenti, sali minerali, spuntini energetici ma non da abbiocco.

Altra salvezza: l’abbigliamento adeguato. Chi ha letto fin qui avrà capito che non faccio parte di quel mondo femminile che va sulle due ruote in shorts e giubbottino di pelle corto. Fosse per me, indosserei le protezioni anche per andare in bici. Ma senza comfort e traspirazione, le ragioni che giustificano la sicurezza possono trasformarsi in un inferno.

Io indossavo un completo 4Season Lady di Spidi, straordinario per dotazioni tecniche e pure stiloso il giusto essendo conformato sulle linee femminili. Privato delle componenti invernali, tenevo aperti i boccaporti della giacca (braccia e schiena) e dei pantaloni (all’altezza delle cosce).

Quando il caldo è così importante non è solo una questione di (s)vestizione. Al contrario, arrivi ad apprezzare la copertura in qualità di isolante termico, che protegge anche dai raggi del sole. Se il mio cervello, ricordando la vacanza, non rievoca il caldo, è perché di fatto l’ho percepito ma non sofferto, e il merito va solo all’abbigliamento tecnico.

C’è chi dice no

Studiando l’itinerario ci siamo detti che sarei arrivata fin dove riuscivo. Immaginavo che avrei imparato a memoria i sobborghi di Barcellona (punto di partenza), mentre vedevo come remota la possibilità di raggiungere Gibilterra, anche se ero curiosissima di vedere le famose scimmiette.

Per giungere alla parte europea delle Colonne d’Ercole avrei dovuto tenere un buon ritmo e io ancora non mi conoscevo né in termini di velocità né di resistenza alla guida. Ancora una volta, solo andando, ho compreso che ogni giorno è un giorno nuovo.

Sono stata un’altalena: un giorno guidavo rigida, magari perché trovavo impegnativa una strada prefigurata come facile, e arrivavo a sera distrutta dalla tensione; il giorno dopo, preparata al peggio, trovavo la strada facile e prendendo sicurezza mi divertivo come una bambina; il giorno successivo, per contrappasso, accomodata mentalmente nella soddisfazione del precedente, rendevo un po’ meno.

Ancora una volta, solo andando ho compreso che ogni giorno è un giorno nuovo

Alla fine, tra alti e bassi, ce l’ho fatta. È stato necessario che rimanessi imbambolata a osservare la Rocca per la durata di due birre per realizzare che avevo raggiunto la meta.

A dirla tutta sono arrivata solo fino a La Línea de la Concepción, perché mi sono rifiutata di guidare nella parte britannica. Immaginate lo smog e il traffico di una metropoli all’ora di punta in una città piccola come un quartiere, in pendenza, nel caldo di agosto. Mi sono appellata al diritto del principiante di non fare ciò che non si sente e ho trascorso un paio d’ore nell’amarcord della passeggera.

Il diritto del principiante di non fare ciò che non si sente

Sarà stato l’inquinamento o il non essere parte attiva dell’esplorazione, ma l’esperienza mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Probabilmente perché il tanto atteso incontro con i dispettosi ladri di banane non si è verificato: ho letto che se ne stanno abbarbicati in cima alla Rocca per sfuggire ai turisti molesti ma, secondo me, anche per respirare un po’ d’aria pulita. Poco male: lasciare un Paese con qualche curiosità inesaudita è una scusa perfetta per tornarci un’altra volta.

Il soffio di Eolo

Il vento lo scopri quando arriva e capisci come trattarlo solo dopo esserti lasciato schiaffeggiare, strattonare e spingere. Io l’ho incontrato per la prima volta sulla strada verso Ronda. Lì per lì non ci ho fatto amicizia, anzi mi ha proprio fatto paura.

Il vento lo scopri quando arriva

Tra i pochi significativi episodi di panico metto al primo posto proprio questo. Mi sono talmente irrigidita, credendo di non riuscire a tenermi in equilibrio, che alla prima sosta ho versato lacrime di adrenalina. Ma mica il vento si placa perché a te non piace: ho imparato a lasciarmi schiaffeggiare, strattonare e spingere e, arrivata a Cabo de Gata, quasi lo ringraziavo per come mi stava divertendo.

Donna al naturale

Ognuno, viaggiando, osserva con più attenzione ciò di cui ha maggiore interesse. Io ripongo la mia curiosità sulla vegetazione dei luoghi, con una vera e propria passione per le piante e ancor più per gli alberi. Per questo sono rimasta molto colpita da Valencia e dai suoi nove chilometri di Jardí del Túria. Il letto asciutto del fiume, il cui corso è stato deviato dopo l’esondazione del 1958, è un Nilo fertile, arricchito con parchi giochi, labirinti verdi, fontane, giardini elaborati, vicoli e palazzi spettacolari.

È il verde più famoso di Valencia, ma la città nasconde tantissimi ripari di fogliame dove potersi sottrarre alla calura estiva. Mi hanno colpito molto i Jardines de la Glorieta, un minuto giardino urbano – il primo costruito nel centro della città – dove si sviluppano stupendi esemplari di ficus centenari dalle radici aeree degne di Angkor Wat.

Ognuno, viaggiando, osserva con più attenzione ciò di cui ha maggiore interesse

Altra caratteristica distintiva della regione è la presenza di innumerevoli parchi naturali. Tra quelli attraversati, quello di Los Alcornocales mi è rimasto impresso per la sconfinata distesa di querce da sughero i cui tronchi, nudi perché già privati della corteccia, erano di un inconfondibile color arancione brillante. C’è da sperare che questa splendida foresta rimanga protetta, nonostante il valore economico degli alberi.

L’arido Eden

L’Andalusia non è famosa solo per lo Sherry o per il suo jamón serrano. Le guide se ne guardano bene dal raccontarlo, ma questa terra è famosa anche per ospitare, nella zona compresa tra Almería e Adra, “l’oro verde” di El Ejido, la più grande concentrazione al mondo di serre. 30.000 ettari di sterminati e fitti invernaderos, visibili addirittura dallo spazio, che letteralmente coprono di plasticoltura un’area – ecco il paradosso – conosciuta per essere la più secca d’Europa, con una media di soli 220 mm di pioggia all’anno.

La zona più arida della Spagna soddisfa più della metà della domanda europea di pomodori, peperoni, cetrioli, fragole e fiori esotici: attraversare questo territorio consente di farsi un’idea di come il nostro bel pianeta meriti di essere osservato anche attraverso gli occhi di un consumo critico e consapevole.

Per sempre

Questo viaggio poteva concludersi in due modi: mai più o per sempre. Ho ancora un sacco di timidezze – per non chiamarle inesperienze – ma ho capito qual è il godimento di tenere sollevata una visiera e ho compreso il sorriso ebete dell’andare felici.

Non credo che tornerò più indietro, nel senso letterale del termine. Ho sentito la potenza dell’adrenalina e la moto ne crea una tutta sua. Ho sperimentato quanto l’agitazione possa creare ostacoli che la tranquillità fa superare. Volendo tirare le somme, direi che non c’è un meglio o un peggio: è stata semplicemente la prima volta e per questo non può che essere unica.

Ho sentito la potenza dell’adrenalina e la moto ne crea una tutta sua