Qualche tempo fa la mia vita motociclistica è profondamente cambiata: dopo anni di moto sportive, sono passato a un’avventurosa Triumph Tiger 800, con tanto di valige laterali e parabrezza regolabile. Pensavo che me ne sarei pentito, anzi avevo proprio paura di annoiarmi. E invece…

di Lorenzo Bedin


La mia prima “avventura domenicale” si è svolta al lago del Narèt, in Canton Ticino. Pur avendo già attraversato in lungo e in largo le Alpi tra Italia e Svizzera, ammetto che prima di sentirne parlare dal mio amico Pier non avevo idea della sua esistenza. Tanto meglio: poter scoprire posti nuovi senza l’ansia di dover cercare curve e asfalto levigato è uno dei motivi che mi hanno fatto appendere le saponette al chiodo.

Google Maps alla mano mi metto a cercare questo misterioso lago e scopro che si trova a meno di 120 chilometri da casa, un’ottantina sopra Locano. Tra l’altro ci si arriva percorrendo la stessa strada che ho fatto decine di volte per andare a pennellare le curve, stupende, che dalla Centovalli portano a Santa Maria Maggiore. Partendo da Varese bisogna raggiungere Luino e procedere lungo la SS 394 che costeggia il Verbano fino a Zenna; passata la dogana si prosegue per un’altra quindicina di chilometri fino al bivio Locano-Bellinzona, punto cruciale per la salita ai passi tra il Canton Ticino e la Svizzera interna, come Sempione, San Bernardino, San Gottardo, Grimsel.

Scoprire posti nuovi senza l’ansia di dover cercare curve e asfalto levigato

Sempre con un occhio al tachimetro – che con la polizia cantonale non si scherza – si supera Locano in direzione Centovalli seguendo le indicazioni per la Vallemaggia. La vera avventura inizia qui, al bivio di Ponte Brolla, dove ho sempre svoltato a sinistra in direzione del bellissimo santuario di Re.

Questa volta, invece, proseguo dritto e bisogna ammettere che i primi dieci o quindici chilometri non sono esattamente un inno al divertimento su due ruote. Le cose iniziano a cambiare una volta superato Bignasco: al ponte bisogna tenere la destra e costeggiare la chiesa, per trovarsi finalmente su un tratto di strada che inizia a farsi interessante.

Verso l’infinito

L’andatura cambia, le curve iniziano a farsi più frequenti e i colori dell’autunno spiccano sgargianti tra il giallo e l’arancio dei boschi di faggio e castagno. Il traffico è solo un ricordo e il mix di manubrio alto e ruota da 21 inizia a farsi apprezzare nel pennellare traiettorie ampie e rotonde lungo la strada che sale sinuosa (seppur piuttosto stretta) verso Lavizzara.

Pochi chilometri dopo il paese inizia quello che si potrebbe definire uno Stelvio in miniatura, ovvero una sequenza composta da una decina di tornanti perfettamente asfaltati che salgono ripidi il fianco della montagna e in pochi minuti portano a scollinare in un piccolo altopiano che sembra uscito da una cartolina.

I colori dell’autunno spiccano sgargianti tra il giallo e l’arancio dei boschi di faggio e castagno

Una lunga curva a sinistra ci accompagna fino a oltrepassare il pittoresco gruppo di case appollaiato al limitare del bosco di abeti, con il resto della strada che sale fino al lago del Sambuco – terzo waypoint della gita – che si rivela un gustoso insieme di tornanti e curve da percorrere ad andatura allegra. Qui i primi scorci di vallata lasciano intravedere in tutta la sua altezza l’imponente diga artificiale e la strada attraversa alcune suggestive gallerie nella roccia.

Già a questo punto ci si trova totalmente immersi nella natura, il telefono inizia ad avere poco campo e la sbarra all’imbocco del lago lascia intendere che siamo al limite della stagione prima della chiusura invernale.

Il Sambuco è un lago artificiale piuttosto stretto, ma molto esteso in lunghezza, che fa parte del gruppo di bacini di origine glaciale del Narèt. La strada qui si fa più stretta e leggermente dissestata, con passaggi e scorci veramente spettacolari sia per il paesaggio in sé, sia per i colori che la stagione offre: una infinita serie di gradazioni tra il verde e l’arancio, che si staglia a contrasto del cielo azzurro velato da qualche nuvola di passaggio.

La carreggiata rimane comunque abbastanza larga e l’asfalto in discrete condizioni, ma salendo si ha la netta sensazione di andare “verso l’infinito e oltre”; in molti punti la pendenza è notevole e si passa in poco tempo dall’arancione brillante e quasi surreale dei boschi di larice, al grigio-verde tipico dei paesaggi alpini di alta quota.

Un degno finale

Superata l’Alpe di Campo la Torba ormai il telefono potete anche spegnerlo visto che sembra di essere arrivati in capo al mondo e ci si trova a costeggiare due bellissimi laghetti alpini che riflettono come uno specchio le cime circostanti. Qui è possibile fermarsi per mangiare o anche solo per stendersi in un prato a riposare o prendere il sole, non ci sono ristori o altre infrastrutture ma solo un paio di spiazzi per parcheggiare.

Da questo punto parte l’ultimo stacco (ebbene sì, non siamo ancora arrivati) verso la cima e la fine della strada… o almeno di quella asfaltata. Due tornanti in sequenza portano verso la salita che costeggia i laghetti (lago di Sassolo e lago Superiore), offrendo una notevole vista dall’altro di entrambi, e gira intorno al fianco della montagna portandoci ai piedi dell’ultimo bacino artificiale.

Non ci sono ristori o altre infrastrutture ma solo un paio di spiazzi per parcheggiare

Da qui si snodano almeno un paio di passaggi per arrivare in cima, di cui uno sterrato e uno asfaltato. In entrambi i casi si raggiunge la sommità della diga, che è possibile attraversare da una estremità all’altra, godendo della vista su entrambi i fronti.

Uno degli aspetti caratteristici del lago è che le dighe di contenimento sono due: quella frontale, che si vede salendo dalla strada, e una laterale raggiungibile tenendo la destra per qualche centinaio di metri. Per i più coraggiosi, da questo punto si snoda un anello di strada sterrata che permette di godere di una vista panoramica mozzafiato sui monti Bocchetta del Vespero e Poncione del Vespero.

La sensazione è di trovarsi in alta montagna nel senso dolomitico del termine

Dal centro della diga il paesaggio verso valle è maestoso: la quota è di circa 1.400 metri, ma la sensazione è di trovarsi in alta montagna nel senso dolomitico del termine. È bene ricordare che da Lavizzara in poi non c’è praticamente nulla, quindi meglio essere autonomi a livello di viveri, vettovaglie e soprattutto benzina.

Purtroppo l’unico modo per tornare indietro è percorrendo la strada a ritroso almeno fino a Bignasco, ma senza il rischio di annoiarsi, sia per la quantità di curve sia per i paesaggi e colori stupendi che queste vallate sanno regalare.