Si tratta di un evento in ricordo di un amico che non c’è più, quindi una volta tanto volevo pensare solo a partecipare senza fare foto o video. Nessun articolo. Quindi cosa state leggendo?
di Mario Ciaccia
Ho fatto della passione per la moto un lavoro, quindi col serio rischio… di perderla, questa passione. Ho iniziato nel 1992 e da allora, ogni mese, cascasse il mondo, ho prodotto minimo un articolo per qualche rivista o sito.
Per me è normale andare ai vari eventi guidando concentrato su che foto potrei fare, con uno zaino molto pesante sulle spalle. Non mi lamento, per me è il più bel mestiere del mondo, però ogni tanto è giusto staccare e guidare la moto per il puro piacere di farlo, come fa la maggior parte della gente. Un giro con gli amici, senza fermarmi ogni minuto per fare quelli che oggi si chiamano contenuti.
Zuk Marathon: chi era Maurizio Zucchetti
Era nato nel 1960 a Erbusco (BS). Negli anni ’80 aveva iniziato una carriera nel campionato italiano motorally in cui ha corso sempre per pura passione, insieme a un carissimo amico, Gianluigi Pisati, che viveva a Romanengo (CR).
I due amavano già allora correre con le bicilindriche: Moto Guzzi V65 TT, Moto Morini Camel 500, BMW R 80 G/S. Maurizio non ha mai smesso di correre e a un certo punto s’è concentrato sulla Morini Camel 501 XE, risolvendone tutte le magagne e i punti deboli e ottenendo un mezzo formidabile, leggero come un mono, ma fluido e progressivo come un bi.
Sulla sua Zuk Machine si nota subito una forcella da almeno 300 mm di corsa, ma la chicca è il retrotreno Aprilia APS, se non erro tirato via da una RC 250, con monoammortizzatore verticale e leveraggio, al posto della capriata con ammortizzatore sottosella e senza leveraggio della moto di serie.
Con questa moto, nel 1997, Maurizio s’è laureato campione italiano motorally nella classe pluricilindrici. Però non se la tirava, era umile, simpatico, un bel compagno di gite in moto.
La Zuk Marathon è figlia della Sette Guadi
Nel frattempo il suo amico Pisati si era dato ai viaggi ma, nel 2006, si iscrisse a una manifestazione nuova di zecca, la Sette Guadi, la cui storia è lunga e complessa, per cui non la racconterò in questa sede.
Si girava in mezzo alle pannocchie, facendo impressionanti guadi di canali nelle campagne di Trescore Cremasco (CR).
Nel 2006 non esistevano manifestazioni per bicilindriche e questa fu la prima. Si radunarono 150 persone, su moto più o meno modificate e con piloti davvero bravi in sella.
Si capì che c’era un potenziale pubblico, basti pensare che, tra i partecipanti, c’era lo stesso Corrado Capra che, tre anni più tardi, avrebbe inventato la HAT.
Pisati abitava a pochi km di distanza, invitò l’amico Zucchetti (che finì secondo, se non erro), fece amicizia con l’organizzatore (Luigi Corrù) e, nelle edizioni successive, diventò uno di quelli che dava sempre una mano.
Corrù creò un mini-campionato di gare organizzate tutte in Pianura Padana, dove non si pagava per iscriversi e non servivano licenze. Si creò un gruppetto di amici che si vedevano anche al di fuori delle gare.
Zuk Marathon, nata da una tragedia
Ancora oggi viene organizzato un giro informale per Capodanno, cui spesso viene gente con moto anni ’80.
Purtroppo, il 7 luglio del 2013, Maurizio Zucchetti è morto durante una prova del campionato motorally a San Severino Marche (MC), in località Ugliano. Essendo una persona molto amata, tutti lo hanno pianto con sincero dolore e sono nate diverse manifestazioni per ricordarlo.
Nel giro di 13 anni, però, si sono estinte, oserei dire tutte, tranne la Zuk Marathon, che Pisati organizza in maniera informale e in cui invita, privatamente, i vecchi partecipati delle Sette Guadi.
Traccia un percorso, solitamente lungo oltre 200 km e con parecchio fuoristrada. Non chiede permessi, passa solo dove il transito è aperto al traffico motorizzato.
Le campagne intorno a Crema e Cremona sono piene di sterrate legali e sono tra le più belle e romantiche della Pianura Padana.
Poi “Piso” fornisce una traccia GPX a pochi amici, li fa partire da casa sua a Romagnano offrendo la colazione e li aspetta al ritorno, sempre a casa sua, con la merenda. Non chiede soldi. È solo un modo per ricordare Zuk, che era un bravuomo. Anche Piso è un bravuomo.
Nella Ciacciastoria precedente parlavo proprio di come avessi visto Romagnano dal finestrino dell’aereo.
Rimetto la stessa foto, ma con la freccina rossa che dice che Piso abita in quel bosco. E aggiungo una sua foto mentre ci aspetta per fare colazione.
Zuk Marathon, viverla serenamente
Insomma, proprio perché è un ritrovo tra amici, con un’origine legata a un amico venuto a mancare, io la Zuk Marathon non la voglio vivere come un lavoro.
Dev’essere una gita in moto dove pensare a guidare e basta. Niente articoli, niente video, niente soste fotografiche, niente zaino pesante sulle spalle. Quindi adesso cosa state leggendo?
Pensavo di fare qualche foto così, come ricordo, solo con lo smartphone.
Poi mi sono detto: porto la fotocamera compatta, dai. Sta in tasca e fa foto migliori dello smartphone, che mi costa prenderla?
Da dove vivo io (campagne milanesi) a Romanengo (campagne cremasche) sono appena 83 km. C’ho messo poco più di un’ora e, all’arrivo, oltre alla colazione in giardino c’erano anche vecchi amici che correvano la Sette Guadi. 15-20 anni fa.
Vuoi non fare qualche UomoMezzo? C’erano almeno tre moto che hanno attratto la mia attenzione.
Davide Perrella, che di solito gira con la Yamaha XT500 (è stato Presidente del MC XT500), s’è presentato con una delle moto che più mi ha fatto sangue in passato, ovvero la Yamaha TDR250, una delle prime motard della Storia.
Montava il bicilindrico a due tempi da 50 CV a 10.000 giri della TZR250 su una ciclistica da fuoristrada leggero. Me l’ha fatta provare, non avevo mai guidato una bicilindrica a due tempi e mi ha conquistato: ai bassi è gestibilissima, va piano ma il sound è una musica. Oltre i 6.000 giri esplode e va fortissimo, ma mi sa che mi sono divertito di più a usarla sotto.
Roberto Botti appartiene al piccolo ma accanito gruppo che sostiene le Aprilia Tuareg 600 monocilindriche, che sono le antenate dell’attuale 660 bicilindrica (avevano 35 CV in meno ma erano più leggere di oltre 30 kg). Oltre al bauletto d’epoca, si notino gli adesivi: se li è fatti lui personalmente.
Edoardo Camera ha partecipato a tutte le Sette Guadi (dal 2006 al 2012) con una Honda Africa Twin 750 che elaborava di continuo, in alcuni casi stravolgendola tra un’edizione e l’altra.
Ha raggiunto il nirvana quando le ha montato il codone di una MV Agusta Rivale 800, che in teoria non dovrebbe azzeccarci una cippa, però l’ha fatta ed eccola lì. Da allora si gode la moto così com’è, senza modificarla.
Zuk Marathon, partenza tranquilla
Quest’anno il percorso era lungo poco più di 180 km e prevedeva qualche sterrato solo all’inizio e alla fine. «Ho trovato molti divieti, allora ho rimpiazzato il fuoristrada con stradine di montagna molto tortuose nelle Valli Bergamasche» spiegava Piso.
Pensavo: «Non devo fare foto o video, ci metterò un attimo, sarò uno dei primi a finire». Ero con due compari di merende: Marco Appiani che ha partecipato a diverse Sette Guadi e Alessandro Stabilini, che non conosceva Maurizio Zucchetti ma era affascinato dai racconti sulla Sette Guadi.
Eravamo tutti e tre in sella a piccole dual sport monocilindriche da 250-400 cc. Mi piace essere omogenei, ma è raro, di solito siamo sempre un mix tra motine e motone e sommiamo sempre i disagi di entrambe le categorie. Tipo bicilindriche che vanno in autostrada a meno di 100 km/h e monocilindriche che avanzano lentamente nei pezzi tecnici.
Al via c’erano una ventina di moto, tra dual sport e maxienduro. Per motivi che sfuggono alla mia comprensione, siamo partiti per ultimi. Si chiacchierava con questo e con quello… e ci siamo ritrovati da soli.
Per me è il più bel mestiere del mondo
Per 13 km è andato tutto bene. Abbiamo agganciato un trio che mi piace chiamare Noi di Solbiate e che gira con vecchie BMW boxer, abbiamo fatto un pezzetto con la TDR250 che poi è andata a casa e un po’ di più con Edoardo Camera e la sua incredibile Africa Twin Dragster.
Zuk Marathon, un freddo terribile
Il casino è successo quando siamo arrivati a vista del campanile di Barbata. Qua i paesi si vedono da lontano grazie ai campanili, che sembrano le balise del deserto. C’era da fare un banale rettilineo sterrato, già percorso durante la Zuk Marathon del 2014. C’era una pozza lunghissima, ricoperta di acqua marrone opaca, puteolenta.
In questi casi ci si divide tra chi dice «Che figata, mi ci butto» e chi ne è terrorizzato e vuole evitare a tutti i costi.
Perrella era già andato via, Camera voleva farlo, i Noi di Solbiate erano andati avanti per merito di un mio errore di rotta, Stabilini non aveva alcuna intenzione di infangarsi, Appiani sì ma solo se fotografato e poi c’ero io, che volevo fare sia la pozza, sia la foto agli altri. Per fare un articolo? No, solo come ricordo.
Avrebbe dovuto venire una foto così. Semplicemente. Con Appiani che fa spruzzetti e Camera, là in fondo, che ha già deciso di andare a casa. Perché, prima della foto sopra, io ho dovuto scattare quella sotto.
C’è una certa discrepanza tra ciò che la ciclistica della Suzuki DR-Z4S istiga a fare e le gomme semistradali con cui viene dotata di serie, come se le decisioni dall’alto arrivassero da uno che non fa fuoristrada.
Ho già comprato le tassellate, ma prima volevo fare fuori queste, che però sul fango non servono a niente. La caduta ha avuto una fase piacevole, perché sono finito di testa in acqua e non sulla dura terra (sembrava di tuffarsi nella piscina di un amico ricco) e una spiacevole, perché mi sono rialzato bagnato fradicio dal collo fino alla punta dei piedi.
Fossimo stati nel clou dell’estate 2026, quando i 38° erano diventati la norma, sarebbe stato come vincere al lotto. Invece i gradi erano 24° e, se guidi bagnato fradicio con quella temperatura, non senti per niente caldo. Avevo pure gli stivali pieni d’acqua.
Tanto valeva farsi l’UomoMezzo, a sempiterno ricordo di una gita che avrebbe dovuto essere moderatamente calda e che invece ho sofferto molto peggio che andare all’Elefantentreffen.
A questo punto, eravamo straultimi. Edoardo Camera trovava l’ispirazione definitiva per andare a casa, mentre Stabilini stabiliva che il fango era meglio evitarlo di default.
Strana decisione, quando nel portfolio può vantare un UomoMezzo di altissimo prestigio come questo.
Comunque proseguivamo per 71 km senza una sola sosta, senza neanche fare una foto, con me sconvolto da cotanto lassismo. In più mi stupivo del fatto che, pur senza fare soste, non stessimo raggiungendo nessuno.
Di solito qualcuno fermo in qualche bar lo trovi. Oppure inginocchiato accanto alla moto, a guardare disperato la biella che esce da un buco del carter. Invece niente, nulla. Neanche i Noi di Solbiate a litigare in qualche incrocio.
Gli ex voto della Zuk Marathon
Quando decidevamo che avevamo fame, avevamo percorso quei 71 km senza intoppi e stavamo superando un passo a me sconosciuto, che non ha neanche un nome e sulla cui groppa si trova un santuario chiamato del Monte Altino.
Qua, oltre un secolo fa, hanno smontato l’arco di ingresso del santuario per piazzarlo a bordo strada, non ho capito perché. Proprio lì c’è un ristorante: si chiama Arco Trattoria con Vista e ha una terrazza panoramica verso la Valle Seriana.
Sembrava il posto ideale per il pranzo, oltretutto erano le 13, ma si trovava a 850 m e grosse nuvole scure avevano coperto il sole, per cui la temperatura era scesa sotto i venti gradi e io avevo ancora più freddo. Ci mettevamo in terrazza, perché in un posto simile è un delitto mangiare dentro.
In questi casi, cioè quando sono fradicio, non so mai se togliere la giacca sperando che la maglietta si asciughi o tenere su tutto, perché rimettere una giacca bagnata quando ci si sta asciugando è forse peggio che non levarsi niente.
Nell’incertezza, tremavo di freddo. «Come mai tremi? Sei freddoloso?». «Sarei bagnato fradicio, no?». «Ah, già».
Sinceramente non conoscevamo questo posto, ma è stata una meravigliosa scoperta. Persone gentili ci hanno nutrito con quello che vedete in foto: casoncelli con pasta fatta in casa molto spessa, gnocchi ripieni di gorgonzola dall’aspetto sensuale, tortino cuore caldo buonissimo, meloncello e pistacchiello, tra i pochi alcolici che mi piacciano (hanno molto zucchero, per cui compensano la mia magagna che non mi piace l’alcool).
La vista dalla terrazza è questa, con il Monte Alben (2019) coperto dalle nuvole, il Monte Menna (2300 m) alla sua destra e, in basso, il paese di Orezzo (BG), alto sulla Val Seriana. Nell’altra foto vediamo una piacevole meta motociclistica: i pascoli su cui si trova il Rifugio Cavlera (1160 m). Dopodiché, siamo andati a vedere il santuario.
La prima cosa che abbiamo notato è che la deliziosa casa del custode era stata circondata da un enorme parcheggio su tutti i suoi lati. In pratica è un’isoletta al centro di un lago di asfalto. Chi è il pazzo che ha permesso una cosa simile?
La seconda cosa riguarda le origini del santuario. Il 23 luglio del 1496 un carbonaio, Quinto Foglia, si trovava con i suoi figli su questa montagna e i tre stavano morendo di sete, così Quinto pregò la Madonna, che apparve dal nulla e indicò una roccia: «Dai un colpo qui con la falce». Lui eseguì e, dalla roccia, sgorgò una sorgente. Miracolo!
La sorgente è stata “inscatolata” in una teca e tutto intorno è stato costruito un santuario, dove i pellegrini vengono per riempire taniche di quest’acqua miracolosa.
Un miracolo simile a me farebbe comodo, ma per avere del denaro e non dell’acqua. La Vergine Maria potrebbe suggerirmi di prendere a picconate un bancomat.
Però il vero motivo per cui sono entrato qui dentro è perché speravo di vedere degli ex voto, che vengono spesso esposti dentro questi luoghi di culto. In effetti ci sono, dentro la sacrestia.
L’ex voto è un oggetto che il fedele lascia in omaggio per ricordare un miracolo di cui ha beneficiato. Nella maggior parte dei casi, si tratta di un dipinto dove si vede l’incidente in cui il malato ha rischiato la vita: è un genere di arte povera che a me piace tantissimo, la cui ingenuità fa pensare a una sorta di naif più spontaneo e che era poi stato ripreso da Walter Molino per le sue copertine della Domenica del Corriere.
Ne ho fotografati tantissimi, qua mi limiterò a pubblicare qualche incidente su due ruote: un adolescente che si schianta contro un muro, con la ruota anteriore deformata e il cranio che sta già sanguinando copiosamente.
Un treno contro un camion, una moto schiantata contro un autobus, un’auto che ha travolto un ciclista sulla strada innevata. Alcuni hanno il bollino in cui la Madonna posa con Quinto Foglia e i figli che si dissetano direttamente alla roccia miracolosa.
Sono datati per lo più tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Sessanta. A me viene, però, da pensare al solito bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: se mi schianto in moto, rischio la vita, mi spacco tutto e passo mesi in ospedale, non mi viene da ringraziare l’Altissimo per avermi concesso di non morire, ma penso «Che sfiga».
Va bene, ero contento, avevamo visto tanti ex-voto, ma adesso conveniva ripartire. Mi domandavo quali altri partecipanti avessero fatto la sosta pranzo e la visita al santuario. Se avevano tirato dritto, la speranza di rivedere ancora qualcuno a fine giro, a casa di Pisati, si riduceva al lumicino.
La Zuk Marathon torna in pianura
Scendevamo al Colle del Gallo, facevamo il periplo del Lago di Endine, tornavamo nella Pianura Padana. Ma le occasioni per fare foto, sempre per il gusto di scattare e non per farci un articolo, non mancavano.
Per esempio, questo è il magazzino altamente automatizzato della Pedrali, che produce arredamento moderno e si trova a Mornico al Serio (BG). Si chiama Fili d’Erba e lo ha disegnato Cino Zucchi. Impossibile non notarlo.
Non si tratta dell’unica fabbrica di grandi dimensioni con un aspetto esteriore studiato per essere un po’ meno ecomostro, nelle pianure di Cremona.
Storia terribile: il centro commerciale Acciaierie di Cortenuova (BG) è stato eretto, tra il 2005 e il 2007, al posto delle acciaierie preesistenti. Ha subito avuto un grande successo, con code di auto al sabato pomeriggio, ma ben presto la gente s’è stufata di andarci.
Pare che non abbia saputo fronteggiare la concorrenza di analoghi posti piazzati nelle vicinanze (cattedrali nel deserto). Molti dei negozi al suo interno sono andati in fallimento. Morale, prima del 2015 era chiuso: e dire che c’erano 170 negozi e ci lavoravano 700 persone. Ora è una città fantasma, molto amata dagli appassionati di urbex.
Un vialone alberato vicino alle Acciaierie. Nel frattempo, si era rimesso a fare caldo e, piano piano, mi si stavano asciugando i vestiti. La maglietta, più che asciugare, stava seccando, con una grossa crosta di fango grossa come l’intera schiena.
Uno degli spettacolari sottopassaggi dell’autostrada Brebemi a Calcio (BG), con quattro rampe a forma di croce, semaforo per alternare il flusso, murali di giovani ribelli. “Scooter tuning is not a crime” è meraviglioso! Roba da anni ’80.
Altro posto da urbex: la cascina Pascolotto di Casaletto di Sopra (CR), abbandonata eppure ancora bellissima. La parte dove si allevano i maiali però è ancora attiva ed è sigillata, con tanto di cartelli «Barriera sanitaria. Limite invalicabile» che ci hanno fatto pensare a residuati da Covid-19, mentre in realtà hanno a che fare con la peste suina.
Ma Marco Appiani aveva ammirato, qualche km prima, il cartello «Stabili instabili» che in realtà avrebbe dovuto notare Stabilini.
Zuk Marathon, un finale horror
Non erano neanche le 19 quando approdavamo a casa Pisati, a giro finito, scoprendo che tutti gli altri erano già andati via da un pezzo. Alla fine, foto o non foto, articolo o non articolo, siamo sempre gli ultimi. Tanto non è una gara e a noi piace visitare cose, quindi probabilmente arrivare dopo gli altri è una condanna.
Articolo o non articolo, siamo sempre gli ultimi
Poi l’idea era di rilassarmi e non pensare al lavoro, ma quando ho riguardato le foto mi sono detto «Che cavolo, anche senza volerle fare alla fine ne ho a sufficienza per raccontare qualcosa» ed eccoci qua.
Il finale horror sono io che arrivo a casa alle 21 passate, quindi circa 11 ore dopo che sono caduto nell’acqua. In quel non breve lasso di tempo, i piedi non hanno fatto altro che macerarsi nell’acqua che aveva intriso gli stivali. Per cui, una volta a casa, con gran fatica ho tolto stivale e calzini putrefatti, scoprendo il piede più marcio, schifoso, frollato della storia del bipedismo. Ma non so se è il caso di pubblicare la foto.


