Ube’s Garage, la tana degli esploratori

L’apertura della nuova sede di un concessionario-meccanico-preparatore ci ha fatto venire in mente un sacco di considerazioni sulle città come fonte di ispirazione e altre cose.

di Mario Ciaccia


Nel 1983 andai in cartoleria per comprare un quaderno ad anelli formato A3. Ero già intrippato per la Dakar e ne trovai uno con la foto in primo piano di un serbatoio artigianale da una trentina di litri, piazzato su un monocilindrico ad aria da 500/600 cc e affrescato con l’immagine di un deserto di dune di sabbia e un colore dominante arancione. Lo comprai, ovvio.

Qua ci starebbe bene la foto di quel quaderno, ma sono passati 43 anni e non so dove sia finito. Credo che sia in cantina dalla mamma. Dopo ci guardo.

Pochi mesi più in là, per festeggiare Capodanno 1984, andai a Parigi e uscii di testa quando, in Place de la Concorde, vidi passare esattamente quella moto. Non potevo sbagliare, era lei. Sembrava un normale cittadino di Parigi che usava quel mezzo affascinante come uno scooter, ma la Concorde era la piazza da cui, due giorni dopo, sarebbe partita la sesta edizione della Paris-Dakar e questa cosa la si respirava già nei giorni precedenti.

43 anni dopo, da Ube’s Garage

Non conoscevo Ube’s, ma un’amica mi ha detto che stavano festeggiando l’apertura della nuova sede in Via Catullo 8 a Milano e mi ha detto il classico «Perché non vieni anche tu?».

Non mi ha spiegato che genere di posto fosse ma, visto che c’era la parola “Garage”, ho pensato al solito capannone arredato con divani di cuoio, poster di Steve McQueen sulla Triumph, banchi di lavoro con sopra vecchie Honda Four trasformate in cafè racer e gente con coppola e basettoni. Milano è piena di posti così.

Appena arrivato ho capito che ci avevo preso: era un capannone. Figo, tra l’altro, per via della forma a pagoda e delle luci soffuse che uscivano dai finestroni. Si trova in una viuzza tortuosa della periferia ovest di Milano, in mezzo alle fabbriche: una stradina con le curve ad angolo retto, che ricorda i circuiti cittadini dove i colombiani corrono con le 125 da 10 CV, rischiando più che al Tourist Trophy.

Ube’s era pieno di gente, perché offrivano pizze e birra gratis, per cui la voce s’è sparsa. Io ne ho mangiate svariate fette, poi sono andato a cena in pizzeria.

All’interno, il negozio non aveva nulla a che fare con quelli fighetti pieni di cuoio e serbatoi in alluminio battuto a mano di cui parlavo prima. Piuttosto spartano ed essenziale, era pieno di enduro da viaggio vissute (che però non vedete nella foto sopra).

I miei radar ormonali hanno iniziato ad attivarsi. M’è tornato in mente il quaderno ad anelli di cui parlavo prima.

Ube’s Garage e la Dakar 1984: cosa c’entrano?

In quei giorni di fine dicembre 1983, a Parigi, vedendo passare quel tizio con il serbatoione affrescato ho avuto la prima percezione di una situazione che si viene a creare nelle grandi città quando una serie di menti irrequiete si riconoscono, si riuniscono, trovano una sede, si caricano a vicenda e organizzano grandi cose, in contesti completamente diversi da quelli in cui vivono. Parigi era una metropoli piatta e tutta asfaltata, giusto?

Eppure è proprio a Parigi che Thierry Sabine ha ideato e organizzato la mitica Parigi-Dakar, che prevedeva la traversata integrale, in diagonale, del lontanissimo deserto del Sahara. Non è un caso.

Il paradosso è che nei paesi in mezzo alla natura la gente ha già quello che serve per sfogare le proprie pulsioni ancestrali riguardanti l’esigenza di spazi selvaggi da esplorare.

In più le città sono piene di gente con origini e idee diverse, costrette a convivere, quindi c’è una maggiore elasticità mentale e abitudine ad accettare culture diverse, il che porta alla curiosità. Ci sono più opportunità per alimentare questa vivacità culturale che ti porta a voler viaggiare lontano: università, musei, mostre, eventi, sono tutta benzina.

Sto generalizzando, in fondo Reinhold Messner non arriva da New York, ma diciamo che se vivere già sul campo ti facilita nel fare certe cose, in città ci arrivi in altre maniere, ma ci arrivi.

Non è un caso che le grandi spedizioni di esplorazione dei vari posti del mondo (in foto la nave Endurance di Ernest Shackleton prima di venire stritolata dai ghiacci) venivano ideate e organizzate in grandi città come Londra, Parigi o New York.

Pensate a quelli famosi tra i primi viaggiatori che hanno fatto il giro del mondo in moto, come Robert Edison Fulton, Ted Simon, Elspeth Beard, Anne-France Dautheville: anche loro arrivavano da New York, Londra e Parigi.

A Milano, per quanto sia più piccola, si respira un’aria simile. Ci sono tante sedi del CAI dove la gente programma spedizioni alpine, ritrovi di velisti che fanno il giro del mondo, negozi di biciclette incentrati sui viaggi a lunghissima gittata…

La foto sopra l’ho scattata in un negozio della catena La Stazione delle Biciclette, che è un punto di riferimento per i viaggiatori a pedali di tutto il mondo: la prima da sinistra è Jacquie Phelan, cioè una delle prime donne della Storia a essere mai andata su una mountain-bike; al centro c’è un ciclista di San Francisco, mentre quello a destra arrivava dall’Argentina.

Per cui anche se vengo sempre preso per i fondelli da chiunque non sia di Milano per il fatto che vivo in una città violenta, trafficata, inquinata e costosa, io apprezzo il fatto che è in città così grandi che è più facile che certe cose succedano.

Prendendo il caso dei motociclisti, quelli che abitano nelle zone collinari o montane hanno immediatamente fuori casa ciò che serve per divertirsi, quindi molti di loro se lo fanno bastare e non sono stimolati a conoscere zone nuove. «Perché dovrei andare lontano da casa se qui ho già strade e panorami meravigliosi?»

Il milanese, invece, quelle strade e quei panorami se li deve conquistare con la purga di noiosissimi trasferimenti autostradali che fanno diventare il sedere quadrato (ecco perché capita di vedere motociclisti guidare in piedi in autostrada, come se fossero in sterrato).

Questa cosa però è propedeutica al fatto di andare ovunque e di non legarsi allo stesso posto per tutta la vita. Ho tanti amici che vivono in zone paradisiache, che girano lì da decenni e che danno per scontato che sia sempre io ad andare da loro. Come comprensibile, io non propongo di venire a girare a Milano, ma so che non li faranno mai 500 km di trasferimento in moto per esplorare una zona nuova… ma neanche 50!

Ecco, per tutti questi motivi io ritengo che sia più facile che in città nascano certi luoghi di ritrovo, che catalizzano l’attenzione degli appassionati.

Non è una legge assoluta, ci mancherebbe. Uno di questi posti, Steels, si trovava a Castiglion Fiorentino (AR) che non è propriamente una metropoli, ma attirava i motociclisti come le mosche con il miele perché era la tana del grande e disponibile Fabrizio Meoni. Ed è stato ancora una calamita per tanto tempo, dopo la sua morte, perché era portato avanti dal suo fedele meccanico, Romeo Feliciani, che qui vediamo un giorno che lo venne a trovare Mario Bergamini di Twalcom.

La filosofia di Ube’s

Uberto Calesella, fondatore di Ube’s Garage, è amico ancora oggi di Romeo (che è stato dimenticato un po’ da tutti) e ci ha confessato che, nell’aprire questo negozio/officina, si è ispirato proprio a Steels: «Vorremmo diventare il riferimento dei motociclisti avventurosi così come Meoni e Feliciani lo erano per i rallisti».

L’UomoMezzo che gli abbiamo fatto nel suo ufficio è complesso. Il cinghiale è lui, che arriva dal rugby e sposta le moto sollevandole come se fosse un muletto. La moto è una KTM 690 Enduro R del 2012 vecchia di 14 anni che usa per fare fuoristrada ovunque capiti: Italia, Francia, Romania e pure la Sahara Desert Challenge. In quest’ultimo caso, aveva montato il serbatoione Safari da 16 litri (per circa 30 totali) che vedete appoggiato.

Il terminale di scarico che vedete per terra è di una Renault 4: lui è arrivato a Dakhla (Marocco) senza, perché gli si era tranciato cammin facendo e nella città sull’oceano, molto apprezzata da chi va in kite surf, un meccanico del posto gli aveva saldato quello della popolare automobile francese.

«Con quello sono arrivato a Dakar senza problemi»
«Che rumore fa una 690 con lo scarico di una R4?»
«Niente di che!»

Forcella di serie con kit TracTive che porta l’escursione a 300 mm, mono della stessa Casa, conversione da iniezione elettronica a carburatore Keihin FCR (non è il primo a farlo, per rendere più semplice la moto e più pulita l’erogazione ai bassi regimi, irregolare specie sulle 690 delle prime generazioni).

Il faro anteriore è quello a LED della Husqvarna 701.

Questo, invece, è il suo compagno di viaggio, il socio di Ube’s e si chiama Umberto Ottolina. Sì, esatto, uno si chiama Uberto e l’altro Umberto, sarebbero l’ideale per un duo in stile Elio e le Storie Tese. Il fatto che abbia una SWM Superdual non è un caso, ma ci arriviamo.

Dagli studi legali a Ube’s

Quella di Uberto, che ha deciso di avere 34 anni in onore del numero di gara di Kevin Schwantz, è la classica storia di chi fa un lavoro di un certo tipo, ma sogna di fare tutt’altro, per cui a un certo punto molla il certo per l’incerto, con la benedizione di Marta, sua moglie.

Le moto gli sono sempre piaciute. «Sono nato il 13 dicembre 1991 per cui, dato il periodo dell’anno, amo la cassœula e il panettone». Da bambino, grazie al padre, si appassiona al modellismo, ma per il Natale 2006 riceve l’unica moto nuova della sua vita: una Beta RR 50 Enduro. «Son passato dalla scala 1:24 a quella 1:1».

Come capita spesso, si rende conto che non solo gli piace guidare la moto, ma anche metterci le mani. Frequenta il liceo scientifico e ripara anche le moto dei compagni. Poi passa all’università: «Ma devo gestire un grave sdoppiamento di personalità: di giorno faccio lo studente presso la facoltà di giurisprudenza presso la Statale di Milano, poi praticante avvocato in primari studi legali, quindi divento consulente nel team automotive della EY (Ernst & Young) ovvero una delle Big Four (che sono le quattro principali società al mondo di revisione contabile e consulenza aziendale, ndr).

Di notte però faccio il meccanico

L’Ube’s Garage è nato nel cortile di casa mia quando avevo 15 anni e, per i successivi 18, il progetto è andato avanti sempre nel tempo libero poiché c’era da onorare il lavoro, quello che mi dicevano fosse da considerare l’unico degno di questo nome».

Ma che non era la sua vera vocazione e questa consapevolezza lo ha portato a una profonda crisi. A 32 anni ha deciso di rassegnare le dimissioni e, a scombussolarlo definitivamente, è intervenuta la morte improvvisa di suo padre.

«Erano troppi anni che sognavo di aprire l’Ube’s Garage al pubblico e, questa volta, ho capito che dovevo farlo veramente». Tra l’altro, a questo punto non aveva solo le competenze meccaniche, ma anche le altre, quelle commerciali, imparate grazie al lavoro “vero”.

Come dicevamo prima Marta, sua moglie, non gli avrebbe detto «Tu sei pazzo, stiamo pure per avere un figlio, va’ avanti con le consulenze e continua a giocare con le moto per i fatti tuoi» bensì «Bravo, fai le cose che ti rendono veramente felice» o qualcosa di simile.

«Oggi Ube’s Garage è aperto da appena un anno, però sembrano ormai venti» e lui non è pentito di questo salto nel buio.

Umberto Ottolina, milanese anche lui, è un amico d’infanzia di Uberto e si è laureato in legge con una tesi in marketing. Ha iniziato a lavorare gestendo discoteche, poi ha sviluppato brand in Italia come Dyson e Xiaomi. Tra i ruoli di direzione marketing, uno dei più importanti è stato quello in Yamaha Italia.

Dopo queste esperienze, però, si è messo in proprio per gestire il marketing per le piccole e medie imprese e per diversi brand ed è lì che Uberto gli ha proposto di entrare in Ube’s Garage, spiegandogli che il luogo avrebbe dovuto essere una concessionaria, un luogo di community e un brand sotto il quale riunire tutti i motociclisti.

Ovunque ci si giri si notano riferimenti al mondo del fuoristrada, specialmente a quello dei raid e dei rally anni ’80.

Ube’s Garage e MLGP

Durante le serate di inaugurazione dei locali cafè racer la gente viene in auto o con moto adeguate al look del locale, quindi fighissime da guardare, ma sicuramente poco evocative di giri da sogno perché sono sempre mezzi da bar, scomodi, poco affidabili e difficili da bagagliare.

Qua invece diversi, tra i partecipanti, sono venuti con maxienduro modificate, trasmettendo la sensazione che fosse gente esperta di viaggi realmente avventurosi.

Come, ad esempio, Freddie Gnetti, che s’è presentato con la sua BMW F 800 GS rivista nella ciclistica e nella parte anteriore (cupolino, torretta per gli strumenti di bordo).

Ho scoperto che Ube’s Garage è un importante punto di ritrovo di MLGP, alias Monto Le Gran Puttanone, la community che sembra chiamarsi con una frase sessista ma è una citazione tratta dal film Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam (1998), a sua volta tratto dal libro Paura e disgusto a Las Vegas di Hunter Stockton Thompson.

C’è una scena dentro un ascensore dove, nella versione italiana del film, Cameron Diaz domanda a un Benicio Del Toro sotto effetto di droghe che motocicletta monterà all’imminente gara nel deserto Mint 400 e lui risponde «Monto le gran puttanone».

Non si capisce se si riferisce a prostitute o a motociclette molto grosse e difficili da guidare fatto sta che Johnny Depp, per sdrammatizzare la situazione, specifica che la gran puttanona sarebbe la Vincent Black Shadow e che loro fanno parte del team ufficiale: è una palla, perché loro manco corrono e poi quella moto era un bolide da asfalto, non da baja.

Fatto sta che il milanese Alberto Marisco, quando ha deciso di fondare un sito che parlasse di enduro con le bicilindriche, ha deciso di chiamarlo proprio Monto Le Gran Puttanone, da cui l’acronimo MLGP con la stessa grafica del videogame GTA (Grand Theft Auto). E Uberto è uno di loro.

All’interno di Ube’s c’è proprio la moto personale di Alberto, una Yamaha Ténéré 660 molto vissuta, con 80.000 km, niente carena, sospensioni rifatte, fari asimmetrici Hella, torretta porta strumenti realizzata da Uberto Calesella in persona. Anche lei è arrivata a Dakar.

Che moto vendono da Ube’s

Pure questo è interessante. Intanto vendono gli scooter della KL e i Fantic Issimo City perché «Siamo a Milano, alla gente servono e noi dobbiamo pagare l’affitto» racconta Uberto «Ma quando qualcuno entra e mi chiede di preparargli la sua enduro per i viaggi mi si allarga il cuore». Quello che troviamo interessante sono i due marchi motociclistici: Fantic e SWM.

La gamma SWM sarà possibile provarla, su strada, dall’8 al 10 maggio 2026. La BMW che ha vinto la Dakar nel 1984, purtroppo, non è in prova.

Fantic è quella dei Caballero, moto dal potenziale interessante come moto da viaggio fuoristradistico, soprattutto la 500 Rally monocilindrica con l’avantreno da 21″.

La 700 bicilindrica è una delle moto più divertenti che mi sia mai capitato di guidare: ha il motore della Ténéré, che adoro, messo dentro una sorta di 125. Agilissima, con un bel tiro ai bassi. Penso che potrebbe interessare quanti hanno un fisico minuto e vogliono una enduro stradale da viaggio, con una bella erogazione e da usare al massimo in sterrate facili.

Il mercato non sta premiando molto queste moto, ma è un peccato, sono davvero piacevoli da guidare.

SWM ultimamente sta proponendo veicoli piuttosto alternativi, come il clone della vecchia Harley-Davidson Sportster 1200 (che monta uno dei miei motori preferiti, come erogazione) o il sidecar che, al primo colpo d’occhio, fa pensare subito agli Ural, ma monta un motore cinese bicilindrico da 500 cc (il solito Loncin che clona l’Honda CB500, ma con l’alesaggio maggiorato di 2 mm per passare da 471 a 494 cc).

Non so cosa pensare di questo sidecar: non amo la categoria (non ha due ruote, non fa le pieghe!) e gli Ural mi affascinano irrazionalmente per essere dinosauri provenienti da ere antiche. Il loro boxer vecchio ere glaciali è più affascinante del bicilindrico in linea cinese, però se uno è appassionato di sidecar sa che con questo SWM ha un mezzo affidabile, efficiente e sicuro, con l’ABS sulle tre ruote.

Ciò che mi ha veramente colpito è quanto in Ube’s credano nella Superdual, una delle moto meno comprese d’Italia, ma di cui sono grande fan, anche se con luci e ombre. Di listino costa circa 6.000 euro, quindi c’è già chi storce il naso e dice «Ma come, una monocilindrica che costa quanto una bicilindrica, non ha senso».

Questo perché molta gente ha un pregiudizio contro i motori a un cilindro, accusati di vibrare e non avere lo stesso allungo e la stessa elasticità dei frazionati. Spesso non hanno mai guidato un motore simile e non sanno quanto un mono sia piacevole quando inizia a pulsare ai medi regimi e quanto faccia andare bene una moto in fuoristrada.

Se guardiamo i prezzi, con 6.000 euro ti porti a casa bicilindriche che ai bassi e medi regimi sono meno piacevoli da usare rispetto ai mono e, generalmente, più pesanti (una bicilindrica da mezzo litro spazia tra i 180 e i 220 kg, un mono invece tra i 140 e i 190).

Parlo di luci e ombre perché, nel 2015, SWM aveva ridato vita alla Husqvarna TE630 con la RS650R, della quale mi ero innamorato. In fuoristrada ci facevo le stesse mulattiere dove mi avventuravo con la Suzuki DR-Z400E, anche se pesava una dozzina di chili in più (oltre 140 a secco), ma su strada mi piaceva di più: cambio a sei marce con prima corta e sesta lunga, motore elastico e dolce con dei pum pum anni Ottanta, velocità di crociera sui 110 km/h, consumi modesti (tra i 20 e i 26 km/litro).

Sono riuscito a godermela per 6.000 km prima di doverla restituire, usandola in Nord e Centro Italia, Croazia e Francia, divertendomi un sacco.

Come difetto sembrava avesse solo la sella da fachiro, con la quale il sedere faceva male già dopo 70 km. Pensavo di comprarla e di farne una adventure montando il serbatoio Safari da 28 litri e i telaietti per le borse Touratech, entrambi dedicati alla TE630 ma compatibili con la SWM.

Per la sella bastava usare il cuscino Tucano Urbano che si vede in foto, meglio ancora se in versione lunga.

Ma ad EICMA 2016 è arrivata la Superdual e io mi sono detto: «Incredibile, SWM ha fatto la moto dei miei sogni». Serbatoio da 18 litri, sella comoda, portapacchi, telaietti a richiesta.

Rispetto alla RS650R, però, aveva i cerchi 19″-17″ (per fortuna che pochi mesi dopo è arrivata quella con l’accoppiata 21″-18″), lo scarico sotto al motore, sospensioni con meno corsa (sommate queste due modifiche e avrete molta luce a terra in meno) e un peso superiore di circa 40 kg.

SWM ha fatto la moto dei miei sogni

Ecco perché luci e ombre: già così è fantastica, è un’alternativa più leggera e adatta al fuoristrada impegnativo rispetto alle bicilindriche, in più su asfalto è comoda e ha un’erogazione stupenda.

Sono riuscito a fare parecchia strada anche con questa. Su asfalto faceva venire voglia di macinare chilometri, in fuoristrada però rimpiangevo la RS650R.

Uberto è conscio dei suoi limiti e sta studiando dei rimedi, tipo cambiare il percorso dello scarico, però va detto che, come compromesso, già così va molto bene: quando arrivi al livello di rimpiangere la RS i percorsi si sono fatti già impegnativi.

In situazioni come quella sopra, dove vediamo una condizione più tecnica rispetto alla classica sterrata toscana con i cipressi, mi sentivo più tranquillo rispetto a una bicilindrica da oltre 200 kg.

Inoltre non sono l’unico ad averla apprezzata in questa redazione, perché anche Dario Tortora l’ha usata nel lontano Kirghizistan.

Sarebbe bello se Ube’s diventasse un punto di riferimento per chi volesse viaggiare con questo mezzo, dandogli la giustizia che merita.

Eppure non è l’unica moto marchiata SWM che potrebbe dare soddisfazione a chi ama fare turismo sulle stradine strette e accidentate, perché esiste anche la Silver Vase T 650.

Inizialmente era stata importata con il marchio Mash e i cerchi 19″-17″. La versione T invece ha i canonici 21″-18″, con il 90/90 anteriore e un poco diffuso (a livello gomme tassellate) 130/70 al posteriore.

Il motore è uno Shineray che si rifà al vecchio Honda Dominator da 644 cc, ma con circa 8 CV in meno alla ruota. La Casa definisce “scrambler” sia lei sia la sorella Super SIX6, identica tecnicamente (ma diversa di estetica) e la stampa di settore le va dietro, ma questa è una dual sport, vedendo le misure dei cerchi, la postura in sella, la lunghezza delle sospensioni (di cui non sappiamo l’escursione, ma sembra generosa, del resto la sella è molto alta da terra). Anche questa sarà messa a disposizione di chi vorrà assaggiarla, l’8-10 maggio ’26.

La Silver Vase T costa, di listino, 5.000 euro. Se la Superdual è una moto per veri viaggi adventure, si capisce che questa è dedicata a chi inizia, a chi vuole spendere poco e a chi vuole farne un uso tranquillo.

Ma, se avete amato le enduro anni ’80, quelle raffreddate ad aria che pulsavano come cuori umani, è evidente che questa è una loro erede. Chissà mai se, un giorno, Ube’s Garage non deciderà di realizzarne una versione da viaggio come piace a noi…