Gli eroi delle vecchie Dakar sembrano immortali, per questo certi lutti ci colpiscono come se li ritenessimo impossibili. Eppure è successo, Boano non è più tra noi.
di Mario Ciaccia
Uno come lui, sempre allegro e pieno di battute, se potesse parlare ironizzerebbe sul fatto che la sua dipartita è, per noi, una doccia fredda, in un periodo di caldo asfissiante.
Aveva 76 anni e ci sono persone che raccontano di avergli parlato serenamente in negozio fino a pochi giorni fa. Ce lo ha portato via una polmonite fulminante. Non ha avuto una carriera costellata di vittorie, ma è diventato uno dei fuoristradisti italiani più amati per tutta una serie di motivi.
Ha corso gare nel Mondiale Cross, ha disputato cinque Dakar, è diventato il guru delle Honda Africa Twin, è padre di due piloti divenuti manager di team di enduro e cross.
Oggi i Boano sono conosciuti anche per le preparazioni delle moto, soprattutto Beta RR, Honda Africa Twin e Yamaha Ténéré 700.
Piemontese di Caraglio (CN), nel 1976, insieme alla moglie Silvana, aveva aperto una concessionaria di moto e dal 1981 si era specializzato nel vendere le Honda. Qui sotto, però, sta gareggiando con una Gilera 175.
Aveva già 36 anni quando ha partecipato alla sua prima Dakar. Come molti crossisti ed enduristi degli anni Settanta, questa gara rappresentava un modo per allungare la carriera, ma era anche una cosa completamente nuova rispetto a quanto erano abituati.
Nel cross giri dentro un circuito, nell’enduro hai un percorso fisso con orari da rispettare. Alla Dakar dovevi puntare il manubrio verso l’infinito e oltre, orientandoti interpretando i disegnini messi su dei foglietti, con l’ausilio del contachilometri e della bussola.
Roberto corse da privato con una Honda XR 600R, si piazzò 21° e scoprì che questa gara gli piaceva da pazzi. Di suo guidava già bene, ma aveva anche messo in mostra le altre doti che servono per andare bene a un rally così tosto e ciò gli procurò un posto nel team Honda italiano, con una XL 600 del 1986, per correre l’edizione del 1987.
Si trattava di una delle tre moto che, nel 1986, avevano permesso di ottenere un eccezionale risultato di squadra con Andrea Balestrieri terzo assoluto, Ciro De Petri quinto ed Edi Orioli sesto. Era un prototipo realizzato in Giappone dal Centro R&D di Honda. Una monocilindrica da 643 cc e 51 CV, con 55 litri di serbatoi totali.
Quando Roberto, che qui vediamo a 60 anni, parlava di quella Dakar faceva morire dal ridere, ma non era il racconto di una bella esperienza.
Roberto Boano: che botta!
La sua partecipazione all’edizione del 1987 fa parte di quegli episodi, belli o brutti ma particolari, che hanno reso la Dakar una leggenda, come Aldo Winkler che si perde nel deserto, Edi Orioli che vince una tappa correndo sui binari del treno, Ciro De Petri che carica un locale a bordo per farsi dire dov’è un certo pozzo.
Nel caso di Boano si tratta di un incidente avvenuto con il francese Pierre-Marie Poli in pieno deserto: i due stavano guidando appaiati ma non si erano accorti della presenza l’uno dell’altro, così si toccarono e finirono a terra.
Poli era un giornalista francese, ma anche un bravo rallista. Qui sopra lo vediamo nel 1988 con la Ecureuil, equipaggiata con il bicilindrico boxer BMW e dotata di una ciclistica che permetteva di dividere la moto in due per facilitare le riparazioni e la manutenzione.
Dopo lo scontro con Boano, Poli si ritrovò a terra con una gamba rotta e urlava di dolore, ma Boano aveva preso una tale botta in testa che era finito in un’altra dimensione e non si rendeva conto di cosa stesse facendo.
Gli urlò «Francese di merda» e ripartì in senso contrario, per poi “svegliarsi” qualche km più tardi mentre stava guidando a manetta. Giunto in stato confusionale al controllo di passaggio dove era passato parecchio tempo prima, venne fermato dai commissari di gara.
Roberto Boano e la scoperta delle Africa Twin
Quando è tornato a questa gara, nel 1989, in quanto concessionario Honda ebbe una certa facilità a far parte del progetto che prevedeva la costruzione di 50 Africa Twin 650 RD03 modificate nello stretto necessario per poter correre il rally fino in fondo: erano le mitiche Marathon.
Rispetto alla serie cambiava l’autonomia (al posto del serbatoio di serie da 25 litri ce n’erano uno da 41 davanti e uno da 17 dietro), le sospensioni erano sempre quelle ma indurite e con 240 mm di corsa davanti.
Con le Marathon, Boano ha corso nel 1989 (29°), nel 1991 (11°, risultato eccezionale) e nel 1998, a 47 anni (38°). Era innamorato di quella moto, gli piaceva per come si guidava e per quanto poco si scassasse. «L’Africa è magica. La metti in terza, le parli e lei sale da sola» mi disse una volta.
Questa è la 750 del 1991, quella con cui si piazzò 11°. Le tolsero un disco all’avantreno, per alleggerirla, così uscì dalla categoria Marathon.
Roberto Boano fa rima con strano
Aveva un fisico curioso, per essere uno che correva le Dakar con una moto così grossa. Spalle strette, magrissimo. Diceva «Fisicamente sono una sega, se cado non la rialzo, quindi il trucco è non cadere». Facile, no?
A lui la cosa veniva bene perché aveva una tecnica di guida di altissimo livello. Tanto che c’è chi lo ha visto girare in pista da cross con una Honda Gold Wing a sei cilindri!
Nella foto a sinistra vediamo quanto diavolo fosse alta la sua Marathon 750: questi qua correvano in fuoristrada con moto da 250 kg, con le quali non toccavano terra. Follia. La foto a destra invece gliel’ho scattata alla Transitalia Marathon del 2023 e ci dice che Boano non solo fa rima con strano, ma anche con alla mano.
Il trucco è non cadere
Ci sono piloti famosi che, pur comportandosi gentilmente, fanno capire di non essere molto a loro agio. Preferiscono stare sulle loro. Accettano gli inviti a parlare in pubblico, ma si vede che vorrebbero scappare via. Se provi a parlare con loro, magari ti rispondono, ma non c’è empatia.
Roberto Boano era davvero spontaneo
Il bello di Boano è che, invece, lui in mezzo alla gente ci sguazzava. Per questo adesso siamo qua a piangerlo e diciamo «Ma è morto veramente?».
Aveva una parlata micidiale, con marcato accento piemontese, ma sparava le parole a raffica, come un motore con il volano piccolo, che prende subito i giri.
Lui flagellava lo stereotipo del piemontese pessimista che vede il bicchiere mezzo vuoto. Gli piaceva parlare con tutti e diceva le cose con una tale velocità che ti domandavi se le avesse dette sul serio. «Ma ha detto veramente francese di merda?».
Ho un ricordo meraviglioso di quando, durante la HAT Sanremo-Sestriere del 2017, io e il mio compare Luca Nagini passammo di notte davanti alle vetrine del suo negozio di Caraglio (dove esponeva le moto con cui aveva corso la Dakar) e lui, che era dentro, uscì pensando che fossimo dei banditi.
Ma poi ci fece entrare, ci fece mangiare, bere e ci fece da cicerone nel suo museo. Poi, nel 2022, Nagini è morto e adesso Boano lo ha seguito, per cui la foto sopra mi fa venire cupi pensieri, eppure è un ricordo bellissimo.
Roberto Boano e l’adventouring
Quando un pilota smette di correre è raro che si diverta a fare gli eventi turistici, senza cronometro, ma a qualcuno succede. Bruno Birbes, per esempio. Alex Zanotti. O Roberto Boano.
La manifestazione cui partecipava più assiduamente era la Transitalia Marathon. Io partivo con largo anticipo per piazzarmi a fare le foto e sapevo che il primo ad arrivare sarebbe stato proprio lui, Roberto.
Diceva che si divertiva come un matto. Forse non coglieva in pieno lo spirito di questi eventi, perché andava a manetta dall’inizio alla fine e arrivava a fine tappa per l’ora di pranzo o poco dopo, ma è chiaro che un pilota resta un pilota per sempre.
Fatto sta che gli organizzatori della Transitalia, che chiaramente stanno soffrendo parecchio la perdita del loro amico, hanno deciso di ritirare il numero uno, in suo rispetto.
Roberto Boano e le sue moto
Enorme elemento di fascino: lui cavalcava le moto che costruiva. Era il guru delle Africa Twin e delle Transalp, le trasformava a tutti i livelli (sospensioni, assetto, motore, autonomia, illuminazione, estetica) e a ogni evento non manca di vedere qualche suo cliente.
Gente che magari ha i soldi, che possiede un’Africa Twin moderna da 1100 cc piena di robe elettroniche, ma che il fuoristrada ama farlo con una vecchia V2 boanizzata.
Ventisei anni fa, quando Edi Orioli aveva smesso di correre e si era dato alle traversate di svariati deserti del mondo in solitaria, Boano gli preparò questa Honda Transalp 650 in fibra di carbonio, con serbatoi maggiorati e sospensioni rifatte. Un sogno ancora oggi.
Parecchio affascinante è stato anche il progetto Atacama, dedicato alle Beta RR450: una serie di step modulari che partivano da un serbatoio da 13 litri e un portapacchi (per rendere la moto un poco dual) e progredivano fino a un kit completo per correre la Dakar, usato da Luca Viglio nell’edizione del 2014: serbatoi da 39 litri, sospensioni tarate per le alte velocità, cupolino, doppio faro, torretta ecc.
Bene! Anzi, male. Chiudo questo articolo, che non avrei mai voluto scrivere, con quella che considero la mia foto preferita tra quelle che gli ho scattato.
Siamo alla Cef Adventure del 2018 e stiamo smontando le tende per iniziare la seconda tappa. Roberto ancora non lo sa ma, dentro la sua, c’è lo smartphone: è una classica tragedia del campeggiatore, quella di chiudere con cura la tenda, metterla nella sacca, consegnare il bagaglio al furgone e scoprire che là dentro sono rimaste chiuse cose essenziali come il telefono o le chiavi della moto.
Uso questa foto per chiudere l’articolo perché mi piace ricordarlo così: umano e simpaticissimo.

