Franco e Andrea Antonello tornano a viaggiare in moto, questa volta in Indonesia, per il progetto I Bambini delle Fate. Un percorso senza copione dove la moto diventa strumento di relazione e inclusione, lontano da ogni retorica.
di Dario Tortora
Ci sono viaggi che nascono per andare lontano e altri che servono per andare più a fondo. Quello di Franco e Andrea in Indonesia appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Non è una traversata epica nel senso classico del termine, non è un raid da curriculum, non è nemmeno una sfida tecnica contro deserti o passi impossibili. È un viaggio in moto che usa la moto come strumento, non come fine, ed è proprio questo che lo rende interessante per noi di RoadBook.
La presentazione del progetto, andata in scena alla House of BMW Italia, è stata l’occasione per raccontare l’ultimo capitolo di un percorso che conosciamo bene. Prima il Marocco, poi l’India, ora l’Indonesia. Sempre Franco e Andrea insieme, senza filtri, sempre con la stessa idea di fondo: viaggiare in moto davvero, senza programmi, senza copione, senza reti di sicurezza.
Chi li segue sa che non è un format costruito a tavolino. Franco lo dice chiaramente: «Partiamo io e Andrea. BMW ci fa solo trovare le moto al punto di partenza, per il resto prenotiamo solo la prima notte e poi si va».
Niente tracce GPX, niente hotel a cinque stelle già segnati sul GPS. È una scelta precisa, quasi ostinata, che ha un senso profondo: per Andrea (che, ricordiamo, è nello spettro autistico) ogni evento è una novità. E allora anche il viaggio deve esserlo, fino in fondo.
Il viaggio in Indonesia
In Indonesia questa filosofia si è tradotta in trenta giorni di strada, circa 3.000 chilometri, partenza e rientro da Giacarta, attraversando Java, poi Bali e infine Sumba, in sella a una BMW R 1300 GS. Un viaggio vero, a tratti sfiancante.
Java, per esempio, è stata tutto tranne che romantica: 1.200 km di traffico feroce, una densità di veicoli che in Europa facciamo fatica anche solo a immaginare, medie ridicole, giornate da dieci ore in sella per portare a casa 150 km. Camion, auto, motorini ovunque.
Eppure, come racconta Franco, nessuna aggressività, nessuna tensione: solo sorrisi, saluti, curiosità. Un’umanità che, nel caos, riesce comunque a essere accogliente.
È proprio in questo caos che il loro viaggio assume un senso. Franco e Andrea non stanno facendo “beneficenza in moto”, ma stanno vivendo il mondo per quello che è, mettendosi allo stesso livello di chi incontrano.
Come già era successo in India, anche in Indonesia Andrea non è un ragazzo autistico, ma una persona trattata come tutte le altre. Viene salutato, coinvolto, incluso senza bisogno di proclami o condiscendenza.
È forse questo l’aspetto più interessante del loro racconto: l’inclusione non viene cercata, semplicemente accade. «Se l’umanità fosse così come in India e in Indonesia, vivremmo in un altro mondo», dice Franco. Non lo dice con retorica, lo dice perché l’ha visto succedere.
Tutto questo non nasce dal nulla. È l’undicesimo viaggio di Franco e Andrea nel mondo, ed è il sesto sostenuto da BMW Motorrad, che ha scelto di affiancare il progetto I Bambini delle Fate non per una logica di immagine, ma per una visione coerente di responsabilità sociale legata al motociclismo, con i valori di comunità, condivisione, esperienza.
L’inclusione non viene cercata, semplicemente accade
Il progetto, lo ricordiamo, sostiene concretamente oltre 80 associazioni in 20 regioni italiane, aiutando più di 5.000 famiglie. Il viaggio serve anche a questo: a portare l’autismo nel mondo senza spiegarlo, ma mostrandolo con naturalezza, senza pietismo, senza slogan.
Uno sguardo al futuro
La presentazione del cortometraggio realizzato da Scuola Holden è stata anche l’occasione per guardare avanti. Franco Antonello e I Bambini delle Fate hanno infatti annunciato in anteprima un nuovo progetto per il 2026, questa volta lontano dalle strade ma non dal viaggio.
Si tratta di un’iniziativa letteraria rivolta ai ragazzi nello spettro autistico, sviluppata insieme a La Nave di Teseo, Io sono una persona per bene e Sull’isola che non c’era. L’idea è semplice e potente: dare voce ai giovani autistici attraverso i loro stessi scritti, trasformando le loro storie in occasioni di incontro, ascolto e conoscenza. Tra i circa trenta lavori selezionati, due saranno pubblicati in occasione del Salone del Libro di Torino 2026.
Alla fine dell’incontro torna il tema della prossima meta in moto, ma i due non si sbottonano se non indicando la finestra temporale dell’inverno 2026-27. Qualunque essa sia, vedremo ancora i loro due caschi che continuano ad andare.


