La Cagiva T4 è protagonista di una storia degli anni Ottanta che è rispuntata fuori nel 2025. La passione per una moto, la scoperta di un posto con la P maiuscola, il desiderio di andarci e il ritrovamento di un vecchio articolo. Il tutto in meno di 100.000 caratteri!
di Mario Ciaccia
A fine marzo, questo sito ha ospitato un articolo che raccontava le mie esperienze nei deserti sudamericani. Torno a parlarne perché è successa una cosa che trovo davvero bella, anche se non raggiunge la potenza di quando un mago risolve i problemi della fame del mondo o fa smettere tutti i conflitti. Ma bisogna accontentarsi.
La storia ebbe inizio nel 1984, quando Cagiva presentò l’Ala Rossa 350, una delle prime enduro stradali “grosse” made in Italy. Monoalbero a 2 valvole, raffreddata ad aria, con monoammortizzatore e freno a disco. Io all’epoca avevo 18 anni, sbavavo già per le endurone ma non mi innamorai di questa moto. Rispetto alle Honda XL600R e Yamaha XT600, che dominavano il mercato, era più pesante e molto meno potente (147 kg per 23 CV alla ruota), ma costava poco e si poteva guidare a 18 anni. Cioè l’età che avevo appena raggiunto, ma a me piaceva di più la Moto Morini Kanguro.
Cagiva T4, un’altra storia
Già nel 1985 circolavano voci riguardo a un’evoluzione a 4 valvole dell’Ala Rossa. Iniziarono a vedersi prototipi in gare tipo il Rally del Titano o di Sardegna, guidati molto velocemente da Franco Gualdi che, in precedenza, aveva vinto due titoli europei nell’enduro.
La nuova 4 valvole venne presentata nel 1986, si chiamava T4 ed era tutt’altra storia, rispetto alla Ala Rossa. Basta solo guardarla: non è molto più sexy? Era una sorta di “progetto modulare”, perché giocando su coppie di soluzioni o componenti si potevano ottenere diverse versioni: cilindrata 350 o 450 cc (ma la sigla ingannava perché c’era scritto 500), carburatore Dellorto o Bing, avviamento solo a pedale o anche elettrico, sospensioni Marzocchi da 240 o 260 mm di corsa alla ruota (con mono Öhlins, nel caso dei 260 mm), serbatoio da 12 o 20 litri.
Basta solo guardarla: non è molto più sexy?
Alcune di queste cose erano a richiesta, come il mono Öhlins o il serbatoio da 20 litri che si vede in questa foto scattata in Tunisia da Marco Polini, comunque esistevano di base la versione E per il turismo, la R per le gare e la M per l’esercito, che venne adottata da diversi Paesi d’Europa, oltre che dal Cile e dagli Stati Uniti. Per un breve periodo ci fu la Pharaons, con grafiche dedicate e serbatoio da 20 litri.
Nelle foto sopra vediamo tre utilizzi molto diversi della T4: quello francese è stato il primo esercito a usare la versione M (Guerra del Golfo, 1990); c’è poi Franco Gualdi sulla versione R, mentre vince il titolo italiano di enduro nella classe 350 4T; mentre la moto gialla è la Merlin Nomada da 450 cc, che era la versione spagnola della Cagiva 500 T4E. Quella è la versione usata dallo spagnolo Jordi Arcarons al suo debutto dakariano, nel 1988: si piazzò 31° e primo nella categoria Marathon. In seguito Jordi venne ingaggiato dal team ufficiale Cagiva e, con la Elefant 900, si specializzò in secondi posti.
La vittoria di Gualdi all’Italiano enduro fece scalpore, perché la versione R di serie della T4 non era poi così corsaiola, rispetto a rivali dirette come la Yamaha TT350 che pesava ben 17 kg effettivi di meno. Ma, evidentemente, la base era buona visto che un altro pilota fece furore, con quella moto. Era Fabrizio Carcano, che vinse la speciale in discesa di una tappa toscana dell’Italiano Motorally. Il favorito era un pilota del posto, che guidava una 250 2 tempi e conosceva ogni sasso di quella discesa. A gara finita era sbalordito, disse che non capiva come Carcano avesse potuto batterlo.
Io ero appena diventato maggiorenne, avevo una 125 da strada, stavo facendo le mie prime esperienze e sognavo di avere un’enduro stradale, con cui fare viaggi incredibili. Negli anni Ottanta l’avventura tirava parecchio e il giornale che più la celebrava era Motosprint. Oggi, questo settimanale parla prevalentemente di gare ma, 40 anni fa, pubblicava dei resoconti di viaggio gustosissimi, quasi ai livelli di RoadBook.
Nella foto sopra vediamo un certo Daniele Bosisio che sta andando a Dakar con una Cagiva Elefant 650. Io pensai: solo un pazzo può pensare di fare sterrati con una bicilindrica. Io e mio fratello ci eravamo convinti che la “moto totale” dovesse essere una monocilindrica sui 350 cc e la Cagiva T4R ci sembrava davvero il massimo della vita.
Un viaggio incredibile con le Cagiva T4
Il resoconto di viaggio che più ci ha colpito è stato quello di tre tizi che andarono “dal lago di Como al lago Titicaca”, in Perù. Conoscevamo quel lago, ma poi i tre andarono in Bolivia e… Oh, mio Dio!
Da quello che ricordo, a pubblicare quell’articolo fu il mensile InMoto, “figlio” di Motosprint, che era stato fondato nel 1987, mentre il pezzo era del 1988. Si vedevano le foto a colori del Salar de Uyuni e della Laguna Colorada. Posti assurdi, con colori e riflessi incredibili, a quote sui 4.000 m: pensai subito che fossero foto fatte con la AI. Ah no, scusate, nel 1988 non esisteva.
Veniva citato un Passo del Condor alto ben 5.400 m, ma io non sono mai riuscito a saperne nulla.
Ho perso il giornale, ma quelle foto incredibili mi sono sempre rimaste in testa. Qui sopra vedete un libro che parla del deserto dell’Atacama in Cile e quella è la Laguna Flamengos: quando sono arrivato a quella pagina m’è venuto un colpo. Sembra finta, vero? ll posto in questione si trova a 108 km di distanza dalla Laguna Colorada, il che mi ha fatto pensare che sia una tipologia di paesaggio diffusa tra Bolivia e Cile.
L’altra cosa che rese quel servizio memorabile ai miei occhi e al mio cervello fu il fatto che i tre affrontarono quel viaggio, lungo 3.000 km e con un sacco di fuoristrada di vario genere, a bordo di tre Cagiva T4, confermandomi che era la moto adatta a concretizzare i miei sogni.
Per cui ci siamo comprati una Cagiva T4
Cioè, se l’è comprata mio fratello. Usata, quando era uscita di produzione da anni, senza avere goduto di un gran successo perché la moda delle monocilindriche spartane era finita e queste moto, ormai, interessavano soltanto agli intenditori.
Noi due, negli anni ’90, eravamo ancora convinti che una 350 cc leggera fosse la moto ideale per fare qualsiasi cosa, ma io mi ero buttato sulla Suzuki DR350S, che era nata dopo la Cagiva.
Mio fratello Piero scelse la 350 T4R, perché era quella più sbilanciata verso il fuoristrada e perché i veri uomini la moto la accendevano solo a pedale (in seguito abbiamo cambiato idea).
Questa foto, scattata nel gennaio del 1997 sulla forcella Staulanza sulle Dolomiti, è uno spasso. Si vedono cose che 30 anni fa erano normali e che hanno segnato un’epoca, come lo zaino Invicta con i colori sgargianti, il tutone stagno Rukka che non passava una goccia d’acqua ma ti faceva fare la sauna solo se camminavi e il bauletto Nonfango, davvero avanti come design e come tecnica: sarebbe figo ancora oggi, eppure la Casa è fallita 16 anni fa.
Comunque non fu un gran matrimonio. La moto era difficilissima da avviare (quante sudate dentro quella Rukka!) e, quando si rompeva qualcosa, i ricambi erano introvabili. Peccato, perché da guidare era bella, dava gusto, andava bene.
Finalmente le Lagune, ma senza Cagiva T4
Come raccontavo nell’articolo di marzo che citavo all’inizio, nel 2015 sono andato nel deserto dell’Atacama in Cile e ho provato emozioni simili a quelle che avevo provato, 27 anni prima, leggendo l’articolo sulla Laguna Colorada.
Non avevo la Cagiva T4, ma una Suzuki V-Strom 1000. Mi insabbiai tre volte, avendo la conferma (che non ho mai rinnegato) che, per certi giri, è meglio una moto leggera piuttosto che una comoda e potente. In uno di questi insabbiamenti mi trovavo oltre i 4.800 m di quota e lo sforzo per liberare la moto dalla sabbia fu pazzesco, da farmi venire un infarto. Scoprii che la Polizia pattugliava le strade ad altissima quota per poter intervenire in caso qualcuno si sentisse male.
Salendo al Paso de Jama c’è un punto dal quale si riesce a vedere la Bolivia, proprio nella valle dove si trova la Laguna Colorada. Questo, per i miei gusti, è il più bel paesaggio che abbia mai visto.
Tre amici, uno dei quali ama la Cagiva T4
Ai vari eventi adventouring mi capita spesso di incontrare un gruppo formato da tre amici per la pelle, che vanno insieme in moto da una vita e sono innamorati delle moto anni Ottanta. La stranezza è che non sono tutti e tre fedelissimi di uno stesso modello di moto, come capita quando gli appassionati di moto d’epoca si mettono insieme.
Il primo da sinistra, Daniele Tagliabue, ha una Suzuki DR 800 S Big. Al centro vediamo Marco Polini, che guida la Cagiva T4 che si vede a sinistra. Poi c’è Daniele Bosisio, appoggiato alla Cagiva Elefant 900 Marathon SP1 con cui Jordi Arcarons si piazzò al secondo posto alla Dakar 1994.
Marco Polini lo vedo sempre guidare felice la sua T4 vecchia di quasi 40 anni. Sopra lo vediamo alla HAT Legend 2025 e alla Moto Appenninica 2026. Sicché, gli domando: «Perché tu giri sereno, mentre mio fratello impazzì con una T4 che non aveva neanche dieci anni?».
Lui dà la tipica risposta di chi è innamorato di uno specifico modello di moto, per cui lo conosce bene e sa come gestirlo: «Per vivere felice, devi prendere quelle con i carburatori Bing. Quella di tuo fratello non partiva perché aveva su il Dellorto, che va sempre tenuto regolato a puntino. Quanto ai ricambi, devi comprare tutte le T4 che ti capitano a tiro e usi quelle».
Daniele è uno dei pilastri degli Elefanti Italiani e colleziona svariate Elefant “di peso”. Siamo diventati amici e siccome lui è uno che con le moto da fuoristrada ne ha fatte di cotte e di crude fin dagli anni Ottanta, mi racconta spesso dei giri che faceva (buona parte delle foto di questo articolo me le ha date lui), così mi si è accesa una lampadina.
Tre amici per la pelle, insieme in moto da una vita
In queste tre immagini di fine anni Ottanta notiamo che lui usava molto la Cagiva T4, sia per fare lunghi viaggi (le Piramidi sono in Egitto, che lo dico a fare?), sia per gareggiare nei rally. Nella foto di coppia è con l’amico Antonio Manellini, alla partenza della 12 Ore di Lignano Sabbiadoro. Mi ha spiegato che erano un gruppo di appassionati delle moto Cagiva che riuscivano a comprare le moto con lo sconto, in cambio di servizi fotografici dei loro viaggi sulle riviste.
Per cui la prima lampadina mi si è accesa pensando al viaggio a Dakar con la Cagiva Elefant di cui avevo letto da ragazzino e di cui parlavo prima: «Daniele, eri tu?». «Sì, ero io». A quel punto si è accesa la seconda lampadina: «Ma non è che tu e la tua cricca avete a che fare con un certo articolo del 1988 che parla delle Lagune Colorate?». Bingo!
Quelle Cagiva T4 in Bolivia…
Incredibile, erano loro. Daniele non ci andò: era in viaggio di nozze, comunque in moto, ma in Egitto. Quel pezzo fu firmato dal già citato Antonio Manellini, da Gigi Albanese e da James Mossi, ma Daniele lo ha digitalizzato. Quando mi ha detto «Te lo invio», mi sono commosso come se avessi visto tornare un figliuol prodigo.
Ma mi ha spiazzato: la rivista era Mototurismo, non In Moto. Visto che sono passati 38 anni, ci sta che abbia scambiato una rivista per l’altra. Però, sfogliandolo, non ho visto le foto pazzesche che tanto mi avevano colpito. Quelle con i colori assurdi della Laguna Colorada. Notate, comunque, l’utilizzo di bauletti Nonfango anche qui.
I casi sono due. Uno: il servizio è questo ma, nel corso dei successivi 40 anni, mi sono abituato a viaggiare in località meravigliose, per cui quello che oggi mi sembra un panorama normale all’epoca lo trovavo incredibile.
Due: Manellini ha fatto più articoli e quello per In Moto aveva le foto più belle. Per Daniele l’articolo era questo, punto. E direi che possiamo farcelo andare bene.
Questa storia è bellissima anche perché parla di un gruppo di amici che si è formato negli anni Ottanta e che non si è mai sciolto; e che continua a girare in moto, per di più!
Ah, dimenticavo: la foto che abbiamo messo in apertura, ovvero quel deserto di sabbia, sarebbe stata scattata sul Passo del Condor, quota 5.400 m, del quale non sapevo nulla. Ma continuo a non saperne nulla neanche adesso.

