Ho la mania di fare le foto dall’oblò dell’aereo per riconoscere i “posti motociclistici” e, questa estate, mi è andata particolarmente bene, perché tra l’Italia e le Canarie ne ho visti a bizzeffe.
di Mario Ciaccia
La considero una mania, anche se pensavo che chiunque, in aereo, avesse l‘istinto di guardare di sotto e gli venisse pure la voglia di scattare foto. Invece quasi tutti, quando volano, leggono, guardano film o dormono, tirando persino giù la tendina per non fare entrare la luce.
Un tizio, una volta, vedendo che mi sedevo accanto al finestrino, mi ha detto: «Pensavo che fossi un vero viaggiatore, mi sbagliavo». Secondo lui, avrei dovuto sedermi al lato opposto, per poter distendere le gambe e andare in bagno senza far alzare nessuno. Io ero sconvolto!
Di fatto, se io scatto tutte ‘ste foto è per parecchi motivi. Intanto perché mi piacciono i panorami. Poi perché mi diverto a riguardare la foto e vedere se riconosco il posto.
Quella è Bobbio (PC), si vede bene il ponte Gobbo! Io tengo acceso il GPS per registrare il percorso e confronto le foto con quello che vedo con Google Earth, per cui quando stabilisco che un luogo è quello non ho dubbi.
Anche qui zero dubbi: sono le piste da sci di Santo Stefano d’Aveto (GE). In altri casi scopro posti nuovi, di cui non sapevo nulla. Tipo la buffissima penisola a T di Ormara, in Pakistan.
Si potrebbe dire: ma non basta Google Earth? No, perché nel mondo ci sono miliardi di posti strani e interessanti e non è facile trovarli girando a casaccio davanti al computer. Ormara l’ho scoperta perché ci stavo passando sopra, altrimenti dubito che saprei della sua esistenza.
Ma non nego che uno dei motivi che mi spinge a guardare di sotto è scoprire nuove strade da fare in moto, specie se sterrate. Rispetto alle asfaltate, sono più intriganti e più difficili da scovare.
Ho già raccontato di quando, nel 2024, ho scoperto le sterrate di Borgo Sisina in Sicilia. Speravo di andarle a fare, prima di morire, ma mai mi sarei aspettato che ci sarei finito durante la presentazione alla stampa della BMW F 450 GS, due anni dopo.
Bergamo-Lanzarote dal finestrino, due rotte
Sono andato in vacanza alle Canarie, decollando da Orio al Serio e atterrando a Lanzarote. Tanto all’andata quanto al ritorno ho visto un sacco tra posti dove sono stato in moto, dove vorrei andare e altri di cui non sapevo nulla.
Li racconterò mettendo insieme le due rotte, come se fosse un unico viaggio, quindi è un mischione tra quella di andata e quella di ritorno, con quest’ultima presa al contrario. Tutto chiaro?
Il primo posto che mi ha colpito è il Monte Orfano (BS), quel collinone lungo e stretto che si costeggia andando in autostrada tra Bergamo e Brescia, all’altezza di Rovato. In foto vediamo la sua propaggine occidentale, con il paese di Spina e il lussuoso Cappuccini Resort.
Negli anni ’80 lo percorrevo in moto, perché c’è una splendida sterrata che lo percorre per lungo, stando in cresta. Ma poi l’hanno vietata…
Questo è il paese di Romanengo (CR), nelle campagne intorno a Crema. Coincidenza incredibile, mentre scrivo è giovedì ma io, tra due giorni, andrò in moto proprio a Romanengo, per disputare la Zuk Marathon, ideata da Gianluigi “Piso” Pisati per ricordare l’amico fraterno Maurizio Zucchetti. I due partecipavano ai rally fin dagli anni ’80, in sella a Moto Morini e Moto Guzzi.
Zucchetti nel 1997 s’è laureato campione italiano Motorally nella classe pluricilindriche, con la Zuk Machine, una Moto Morini Camel talmente modificata che al retrotreno c’era il monoammortizzatore progressivo APS di un’Aprilia RC 250.
Purtroppo, lui è venuto a mancare durante la tappa di San Severino Marche del campionato italiano, il 7 luglio 2013, per cui Piso ha ideato la Zuk Marathon in suo ricordo.
Questa è un’immagine della caldissima edizione 2015. Le campagne di Crema e Cremona sono meravigliose, con spazi aperti fino all’infinito, come nei deserti, scorci davvero struggenti e bucolici e una rete di strade sterrate molto fitta.
Qui, oltre alla Zuk Marathon, per anni è stata organizzata anche la Cow Adventure, nata come notturna 100% in campagna ed evolutasi come Cef Adventure, una traversata di due giorni dalla Val di Nure fino al Mar Ligure. C’è anche la CRxx, dove le x sono i numeri dell’anno in cui si svolge.
Intanto dall’aereo si vede il “Ponte della Discordia”, sull’Adda, che collega Montodine (CR) a Bertonico (LO). Si chiama così perché spesso viene chiuso al traffico per manutenzioni urgenti, creando nella popolazione locale disagi enormi. In foto si vede anche il Serio che si immette nell’Adda.
Bergamo-Lanzarote dal finestrino, il Po
Le due rotte hanno attraversato in posti diversi il più lungo fiume italiano, che è anche uno dei luoghi che amo di più, per le sue atmosfere particolari.
Quest’ansa si trova tra Orio Litta (LO) e Rottofreno (PC) ma il paesino che mi colpisce è Corte Sant’Andrea (LO), dove si trova un traghetto per i pellegrini a piedi della via Francigena.
Lo vedete sulla sponda destra, al margine della fotografia. In questo minuscolo borgo Luigi Corrù, inventore della Sette Guadi (che si può considerare la scintilla che ha fatto scoccare il boom delle manifestazioni per maxienduro), organizzò la Wild Bunch on Sand, gara di enduro aperta a tutti, dove correva anche Zucchetti.
Il percorso sfruttava l’enorme spiaggia che si vede in basso nella foto, semisommersa dall’acqua.
Ho clamorosamente perso le foto di quell’evento (i DVD muoiono, maledizione) ma ho ripescato questa del febbraio 2008, quando venni invitato da Corrù a fare la ricognizione del percorso.
L’altra foto che ho scattato dall’aereo è abbastanza scioccante. Si tratta del punto in cui il Ticino si immette nel Po. Proprio in quel punto c’è il Ponte della Becca, che si vede in basso, costruito nel 1912, lungo oltre un chilometro e suddiviso su 13 arcate.
La foto è scioccante perché il fiume appare quasi in secca, con sabbioni enormi, per colpa della siccità di questa estate. Però quel ponte in me evoca anche un ricordo fastidioso.
Nel 2022 feci un viaggio con mio figlio in bicicletta, su quattro tappe, durante le quali lui bucò le gomme per cinque volte. Ogni volta le trovavamo piene di spine, per cui il cambio della camera d’aria durava un sacco di tempo.
Sfortuna volle che lui bucasse pure sul Ponte della Becca, di notte. Lì sopra non c’è la corsia di emergenza. Per togliersi dai guai si fece tutto il ponte spingendo la bici bagagliata e forata, con io che lo illuminavo sperando che le auto avessero pietà di noi.
Una volta arrivati sull’argine del Po ci siamo divisi i compiti: io cambiavo la camera d’aria e cercavo le spine, lui invece cucinava.
Abbiamo così avuto la conferma definitiva che, con il fornellino da campeggio, il risotto cuoce troppo lentamente.
Bergamo-Lanzarote dal finestrino, l’Oltrepo
Qui, altro che fastidio. Metto insieme le due foto: a sinistra Borgonovo Val Tidone, a destra Castel San Giovanni. Le due cittadine distano pochi km tra loro e sono entrambe in provincia di Piacenza.
Nella prima sono caduto, 11 anni fa, rompendomi entrambe le spalle e nella seconda sono stato ricoverato. Se ingrandisco le foto, vedo sia la curva del mio incidente, sia l’ospedale dove mi hanno operato.
Le cause della caduta non sono mai state chiare né a me che guidavo né ai testimoni, ma in seguito amici e conoscenti, che non erano presenti, si prodigarono per darmi spiegazioni precise del perché fosse successo.
Del resto è una cosa tipica dei social media, specchio della natura umana, il commentare e dare giudizi senza avere idea di cosa sia realmente avvenuto.
La foto è venuta poco nitida (gli oblò degli aerei ammazzano la nitidezza degli obiettivi) e quindi ho dovuto ricalcare in rosso la strada che vedete a destra: è il “Piccolo Stelvio” che sale dalla Val Tidone (PC) per arrivare a Pometo (PV) e da lì scendere in Pianura Padana.
A sinistra si vede il Lago del Trebecco. Il Piccolo Stelvio è una strada stretta ma ben pavimentata, che sale con 19 tornanti divertenti e siccome dista un’ottantina di km da Milano, viene sfruttata dai tester motociclistici che lavorano nel capoluogo lombardo (e sono parecchi) quando devono provare una moto e hanno poco tempo.
Come abbiamo fatto noi quando Dario ha provato la Moto Morini X-cape 1200 per la prima volta.
Mentre eravamo lì, abbiamo incontrato i colleghi di altre testate che stavano facendo la stessa cosa, con moto identiche!
Valle Staffora (PV). Qua si parla di enduro impegnativo. La cittadina al centro è Varzi, famosa per i salumi, ma anche per una mulattiera terribile che ho sentito chiamare almeno in tre maniere diverse: Fosso di Varzi, Fosso di Monteforte, Fosso di Bosmenso.
Si trova nella zona boscosa a sinistra del fiume. L’ho fatta tre volte, sempre per obbedire alla sfida «Se sei un vero uomo devi salire su dal Fosso».
Ho usato una Suzuki DR350S, una KTM EXC250 2 tempi e una Beta X-trainer 250. Alla fine ho smesso perché mi sentivo ridicolo, visto che ogni volta mi piantavo, cadevo, sputavo sangue e arrivavo in cima dopo ore di sofferenze. Oh, amen, non sono capace.
E in più, come beffa, mi si sono distrutte pure le foto che avevo scattato lì sopra. Tanta fatica, zero testimonianze. Ho solo questa, della sterrata di avvicinamento, con Varzi visibile dall’alto.
In realtà nella foto della Valle Staffora, ingrandendola, si vede pure il ponte sul fiume Aronchio presso Carro (PV), un bel ponte coperto in legno. Questo è un tipico posto dove gli enduristi posteggiano furgoni e carrelli, quando fanno i loro giri.
Uh, bello! Altopianetto a quota 1.400 m beccato al volo… per pochi secondi di volo: si trova sul Monte Bogleglio (nome impronunciabile, se volete esiste anche la forma Boglelio ma è sgraziata lo stesso) che fa da spartiacque tra la provincia di Pavia e quella di Alessandria. Lì si trova il Rifugio Pian della Mora.
Ecco il rifugio. C’è una strada sterrata, per buona parte in cresta, che dalla valle Staffora sale in cima al Monte Chiappo, ma l’ultimo tratto è vietato. Il rifugio si trova nel punto in cui il bosco si apre, ovvero nell’altopianetto che ho visto dall’aereo.
L’altopianetto è questo. Siamo a circa 1.400 m di quota e il Chiappo è a 1.700, ma è vietato arrivarci. Per cui ci sono due sterrate che scendono in direzioni opposte, una per provincia.
Una volta, senza divieti, si poteva fare tutta la cresta dei monti Chiappo, Ebro e Giarolo, ma è una zona molto frequentata dai camminatori a piedi che, giustamente, non gradivano il passaggio delle moto.
Peccato, perché era bello arrivare al rifugio in cima al Chiappo e fare un bel pranzo montanaro.
Foto interessante: quella Y è composta dal fiume Sisola che entra nel Borbera. In mezzo alla Y c’è Rocchetta Ligure (AL).
Poi si vede una montagna e, dall’altra parte, quello che sembrerebbe un terzo fiume: in realtà è il Borbera, che sbuca di là dopo essersi scavato la via con un canyon.
Tale canyon è attraversato dalla SP 140, che si fa quando si esce in autostrada a Vignole Borbera – Arquata Scrivia e si prende questa strada per salire ai valichi delle Capanne di Cosola o delle Capanne di Carrega.
Il paese all’uscita del canyon si chiama Pertuso, che non a caso deriva da “pertugio” e le stesse gole si chiamano Strette di Pertuso.
Siamo arrivati al mare. La stradina è quella asfaltata del Monte Fasce (GE). Poiché, per lo meno fino a qualche anno fa, la maggior parte delle riviste di moto italiane erano editate a Milano, dove il clima è rigido, sempre per provare le moto quando c’era poco tempo si andava proprio sul Monte Fasce, dove c’erano grosse speranze di trovare un clima commestibile su una bella strada panoramica. Da lassù, infatti, si domina Genova.
Bergamo-Lanzarote dal finestrino, le Alpi Occidentali
L’altra rotta è stata meno fortunata, per via dei nuvoloni. Si sono aperti un attimo solo sulle Alpi, ma quello che abbiamo visto è stato assai goloso.
Questa è la Colla dei Termini (2.006 m), che collega Ormea in Valle Tanaro (CN) alla valle Corsaglia. Si tratta di uno sterrato stupendo, che venne ufficialmente permesso durante la Via del Sale organizzata da Luciano Carcheri oltre 20 anni fa.
La HAT Sanremo-Sestriere, in 18 edizioni, non è mai passata di qui ma sarebbe un passaggio interessante.
Storia triste: nel dicembre del 1877 sei donne della Val Corsaglia, che tornavano a casa dopo avere passato l’autunno a raccogliere olive in Liguria, sono state beccate da una tormenta di neve sulla Termini e sono morte tutte di freddo. Avevano tra i 13 e i 26 anni, in più c’era una sessantenne.
Questa è la strada più famosa, per noi italiani, tra quelle che ho fotografato in questo viaggio: è il Passo Tanarello (2.042 m), sulla Via del Sale.
Si vedono il versante francese, impervio, scassato e soggetto a frane e quello italiano, con i suoi 11 tornanti. Si vedono anche la strada che arriva da Monesi (IM) e quella che sale sul Monte Saccarello (2.201 m).
Ed ecco il versante italiano visto a livello suolo. Il Tanarello è uno splendido modo per collegare la Colla di Sanson, posto molto frequentato da chi ama la Via del Sale, al Bosco delle Navette, da cui poi si accede alla parte più spettacolare della strada che porta al Colle di Tenda e a Limone Piemonte (CN).
Bergamo-Lanzarote dal finestrino, la Spagna
Entrambe le rotte, sia quella di andata sia quella del “ritorno al contrario”, a questo punto finiscono in mare perché la linea più o meno retta verso le Canarie passa al largo del Golfo del Leone.
A ‘sto punto potrei mettermi a leggere, ma ci sono le isole Baleari. Io non ci sono mai (ancora) stato, però qui non posso non citare Maiorca, nello specifico il suo capoluogo.
Quella è Palma di Maiorca, il capoluogo, che conta ben 400.000 abitanti. Quattro di quelli hanno fatto furore nel Motomondiale: Jorge Lorenzo, che ha vinto cinque titoli iridati; Joan Mir, che ne ha vinti due; Izan Guevara, che per ora è a quota uno; e Luis Salom, che ha vinto tante gare in Moto3.
In quella città il tempo è buono tutto l’anno, ci sono tante piste di minimoto dove i ragazzini possono imparare, c’è una grande passione per le moto.
Il mio preferito è Joan Mir, sia perché mi sta simpatico, perché cade sempre ma la gara dopo tira come un pazzo lo stesso; sia perché sua mamma è bellissima; ma anche perché suo padre vende surf e skateboard.
Dopo le Baleari e altro mare, si finisce a sorvolare la Spagna. Quella cosa bianca è la cava di marmo di Algueña, famosa perché ne esce la Crema Marfil, un marmo pregiatissimo che viene usato negli interni dei grattacieli di New York e Dubai. L’edificio più famoso a farne uso è il Louvre, a Parigi!
Tuttavia, se parliamo di “tempo bello tutto l’anno” anche la Spagna continentale non scherza.
Questa sopra è Malaga, 600.000 abitanti. Chiunque faccia il nostro mestiere è finito almeno una volta nella zona tra Almeria e Malaga, sulla costa meridionale della Penisola Iberica, invitato da qualche Casa motociclistica a provare una delle novità viste a EICMA.
Funziona così: a novembre presentano le moto nuove, che poi fanno provare appena possibile. Se la moto è già disponibile a gennaio o febbraio, ovvero in pieno inverno, te la fanno guidare in questa zona della Spagna.
Nell’entroterra ci sono strade veramente pazzesche: asfaltate dal fondo perfetto e con curve meravigliose oppure sterrate come questa tutta in cresta, lunga ben 27 km, tra Benacebadas e Caniles.
Qui vediamo la prova della Suzuki V-Strom 1050 nel 2020 sopra Malaga e della Moto Guzzi Stelvio, sopra Almeria, nel 2024.
La zona di Almeria è quella che mi ha colpito di più, non necessariamente in positivo, perché dall’aereo vedevo enormi città completamente bianche e non capivo cosa fossero.
Poi, atterrando, ho scoperto che questa è una zona arida, ma sempre con il bel tempo, per cui se fai delle serre di plastica bianca coltivi alla grande ortaggi di vario tipo oltre ad angurie e cocomeri.
Le ho viste anche in questa occasione, le città di plastica. Questa è El Ejido. La zona è considerata una delle più produttive d’Europa, specie in inverno, per cui vengono ingaggiati migliaia di migranti pagandoli poco e fornendo loro poca assistenza, in tutti i sensi.
Insomma, noi qua ci divertiamo in moto, ma non è un posto dove la vita scorre serena. Ci sono persino baraccopoli prive di servizi igienici ed è incredibile che ciò succeda in Spagna.
Ma per noi motociclisti che pensiamo solo a divertirci la zona interna di Almeria è eccezionale, anche perché c’è il deserto di Tabernas, con i villaggi tirati su per fare i film western, compresi quelli di Sergio Leone.
Volando in questa zona ho scoperto un posto che non conoscevo. Quel monte roccioso a punta si chiama Pico da Aznaitin, è alto 1745 m ed è attraversato da una sterrata che sembrerebbe passare in mezzo a rocce tondeggianti: è il valico del Cerro de la Vieja (1315 m) o almeno questo è il nome che ho trovato su Google Earth.
Bergamo-Lanzarote dal finestrino, la strada più alta d’Europa
Bene, sarebbe già stato un “raid fotografico” soddisfacente così, ma mancava la chicca. Non è la prima volta che, andando alle Canarie, passo per la Sierra Nevada e becco la strada del Pico del Veleta, la più alta strada asfaltata d’Europa.
Questa è Granada, che è famosa soprattutto per l’Alhambra, il bellissimo palazzo-città arabo che in foto si trova nella zona scura in basso a destra. Siamo a circa 700 m sul mare e da qui parte una strada che, in 45 km, arriva ai 3392 m di questo Veleta.
Ed eccola lì, proprio la parte finale della salita, che sfiora i 3400 metri. Non è un passo, è una salita avanti-indietro che termina su una vetta.
Da diversi anni però è stata vietata al traffico motorizzato a partire da quota 2500 m, per cui c’è chi afferma che non sia la strada asfaltata più alta d’Europa, primato che spetterebbe quindi al Tiefenbachferner in Austria (2821 m).
Ma i ciclisti che arrivano fin lassù con la bici da strada e la lingua di fuori per via dell’aria rarefatta non penso siano s’accordo nel sentirsi dire «Eh no, non è la più alta».
Sono salito lassù nel 1988, con un camper che fece tutto il pezzo finale in prima marcia.
Ero convinto che ci sarei tornato in moto, ma hanno vietato la strada. E non feci neanche molte foto, perché all’epoca non me ne fregava niente.
Ho questa, dove sono con mio fratello, ma non si capisce dove siamo, potrebbero anche essere i Piani dei Resinelli.
Dopo la Sierra Nevada tocca alla Rocca di Gibilterra, formidabile sperone roccioso accanto ad Algeciras.
Si tratta di un possedimento inglese, ceduto dalla Spagna nel Settecento. Negli anni ’80, andare in moto a Gibilterra era diventato un pellegrinaggio “da fare” almeno come andare a Capo Nord.
Era una meta evocativa: si trattava delle Colonne d’Ercole che segnano il confine tra Mediterraneo e Oceano Atlantico, con l’Africa distante soltanto 22 km.
Andare in moto a Gibilterra era diventato un pellegrinaggio
Per arrivarci si faceva tutta la costa, fermandosi ogni sera a fare bagordi in bar e discoteche. Diversi miei amici lo fecero.
Io e mio fratello ci organizzammo per andarci con le 125, poi la cosa fallì. Ma se ci andassi oggi, lo farei viaggiando sempre nell’interno.
Bergamo-Lanzarote dal finestrino, dai che è finita
Dopo Gibilterra il viaggio è stato tutto per mare, con la costa del Marocco lontanissima, ma Lanzarote dal cielo è stata una delusione per via delle nuvole.
Peccato, perché si tratta di un posto eccezionale, stranissimo, che ti cattura, con un’architettura originalissima.
In foto si vede l’estremità nord-est di Lanzarote e la piccola isola de La Graciosa. Non si capisce, ma lì sopra c’è la LZ-202, una delle strade più belle che abbia mai fatto in moto.
Bella come tracciato e spettacolare come paesaggi. Avevo già sganciato a Tenerife l’etichetta di “isola con le strade più belle mai fatte”, ma anche Lanzarote non scherza.
Solo che questo articolo era stato pensato solo per parlare della “strada” fatta per arrivare fin qui, per cui basta, mi taccio.


