Si può frequentare per anni i loro habitat ideali senza mai incontrare gli orsi in sella a una moto. Negli ultimi anni però le cronache hanno parlato di due aggressioni mortali, per cui è lecito farsi certe domande.
di Mario Ciaccia
Come raccontavo nella Ciacciastoria che parla della gente che casca salendo sul Passo dello Stelvio, io a periodi vengo bombardato da reel che mi martellano su determinati argomenti, tipo i brasiliani che fanno le rizze in canotta e ciabatte o, appunto, la gente che si sdraia nei tornanti.
Ma dopo la morte di Omar Farang Zin, il motociclista ucciso da un orso in Romania, mi stanno arrivando tanti reel dove si vedono turisti che danno da mangiare agli orsi sulla Transfăgărășan, che è una delle più famose strade di montagna della Romania. Il che mi conferma che gli orsi… esistono, dopo anni che li ho vissuti come un fenomeno astratto, lontano dalla mia vita.
Ho sempre saputo che esistevano, ci mancherebbe. Da piccolo guardavo Yoghi e Bubu. Già nel 1985, quando girai con la moto nel Parco Nazionale d’Abruzzo, mi dissero che era una delle specie simbolo del posto, un animale protetto.
Avevo capito che sì, era pericoloso, ma era anche difficilissimo incontrarlo. Non come in Nordamerica, dove la gente veniva sbranata dai grizzly. Sapevo anche degli orsi della Slovenia monitorati con il GPS che si spostano fino al Trentino.
Un orso in mezzo al sentiero
Nel 1987 ho partecipato a un corso di arrampicata su ghiaccio assolutamente demenziale, in Valmalenco. Gli amici con cui facevo sci alpinismo avevano convinto un tipo esperto in piolet traction a portarci sul ghiacciaio del Ventina (SO), ai piedi del monte Disgrazia, per insegnarci le basi della disciplina.
L’ho cercato su Google Earth per mettere la foto, ma son passati trentotto anni e il ghiacciaio s’è ritirato giusto un filo.
Io mi presentai in blue jeans e venni subito bollato dal tipo come lo scemo del gruppo (come dargli torto?). Aveva nevicato un botto e, per raggiungere il ghiacciaio, bisognava camminare affondando nella neve fino alle ascelle (no, dai, sto esagerando).
Ma era comunque tipo questa situazione, in cui affondi fino al pisello e avanzi lentamente, troppo. Per cui arrivammo al ghiacciaio quasi al tramonto e non facemmo la lezione perché si era fatto tardi. Gli altri andarono a dormire al rifugio Ventina, ma io dovevo tornare a Milano la sera stessa e così tornai indietro, da solo e senza luce frontale (sì, ero proprio scemo).
Così è successo che ho trovato il sentiero che scendeva a Chiareggio sbarrato da un orso che dormiva, raggomitolato come un gatto: caca nel pantalon, come direbbero gli spagnoli.
Un immagine come questa, ma con un orso al posto del gatto. Era quasi buio, vedevo questa massa scura e non sapevo cosa fare: burrone a sinistra, parete di roccia a destra, non era aggirabile. Sono stato fermo a lungo, in preda al dilemma: tornare su, al rifugio, o provare a passare? Ho affrontato la seconda soluzione, spostandomi felpato come un gatto, accanto a un orso raggomitolato come un gatto. Quando ero molto vicino, ho scoperto che era un grosso masso scuro a forma di orso raggomitolato.
In moto nella terra degli orsi
Nel 2002 ho seguito, come fotografo, il Carpat Rally che si disputava in Romania. La considero una delle esperienze più belle mai fatte. Mi piazzavo in prova speciale, fotografavo i piloti e poi, quando l’ultimo era passato, finivo la tappa, molto spesso in totale solitudine.
Un deserto del Sahara con le piante
Cosa rara, c’era chi mi fotografava: per queste immagini devo ringraziare Massimo e Federico, per lo meno così c’è scritto su queste foto vecchie di ventitré anni. A differenza che nei rally italiani, in Romania le zone selvagge sono talmente estese che non c’è bisogno di fare arzigogoli e ferri di cavallo per avere tappe lunghe in fuoristrada.
Al Carpat erano per lo più linee rette, che attraversavano aree totalmente prive di paesi e strade asfaltate. Talvolta non c’erano neanche le sterrate e dovevamo navigare su terreno vergine con i cap della bussola. Morale, se eri stanco e volevi tagliare non potevi: eri costretto a fare tutta la tappa, come nelle Dakar africane degli anni ’80.
Quando ho scattato questa foto non sapevo che il road book ci avrebbe portati in cima a quella montagna, lo Șteflești, alto 2.242 metri.
In diverse tappe mi ritrovai in ultimissima posizione, completamente solo, su montagne e foreste che ricordavano i nostri Appennini, ma con un fascino moltiplicato dal fatto che non c’erano paesi per centinaia di chilometri, una sensazione incredibile. Un deserto del Sahara con le piante…
Ogni tanto finivamo su qualche strada asfaltata, ma era bitumenduro allo stato puro. Ebbene, in quei giorni nessuno ci ha mai parlato del pericolo di incontrare orsi e non ne abbiamo intercettato nessuno, ma mi sembra incredibile.
In realtà il grosso problema erano i cani randagi, che giravano in branchi, lontanissimi dalla civiltà ed erano mostruosamente aggressivi. I cani mi piacciono, ma non li ho mai temuti come in quei giorni lassù nei Carpazi. Peggio che in Basilicata, altro posto dove fare fuoristrada ti costringe a fare i conti con questi branchi di cani affamati ed aggressivi.
Nel dicembre del 2011 sono stato in Slovenia per un giro che considero uno dei più romantici, struggenti e malinconici della mia “carriera” di mototurista.
Era l’inizio dell’inverno, la mia stagione preferita. Eravamo pochi amici, avevamo le tende, aveva appena nevicato ma poca roba, un’infarinatura tipo zucchero a velo sul pandoro. C’erano sterrate lunghissime, crepuscolari, disabitate… e c’erano i cartelli di pericolo orsi. Non ne avevo mai visto uno.
È stata la prima volta che ho percepito la reale esistenza di questi animali al di là di Yoghi e Bubu e ho anche capito che possono essere pericolosi. È stata la prima volta in cui ho guidato con la paura di trovarmene uno davanti. Per cui, quando è scesa la notte e dovevamo cercare un posto dove piantare le tende, abbiamo sfruttato una dritta ricevuta da un amico veneto che, a tempi, si faceva chiamare Coiffeur dei Criceti.
Lui aveva suggerito di passare la notte in una sorta di condominio abbandonato dentro una foresta, raggiungibile da Postumia con una sterrata di sedici chilometri. Ci siamo piazzati a dormire all’ultimo piano, mettendo le moto all’ingresso come barriera anti-orso. Ma durante la notte russavo, così i miei amici hanno capito che un orso era salito fino a noi e si stava aggirando tra le tende.
Quindi niente orso, neanche stavolta. Anche perché eravamo spaventati: ma in dicembre gli orsi non vanno in letargo?
Una cosa buffa è che, dopo questo viaggetto, io e il Coiffeur dei Criceti ci siamo persi di vista e non ci siamo sentiti più per anni, senza un motivo.
Lo scorso maggio, dopo un vuoto di quattordici anni, me lo sono ritrovato come istruttore di guida FMI allo 04 Park – Coralli di Faenza, quando abbiamo provato la BMW R 12 G/S.
Caldes, tristemente famosa per gli orsi
Questi animali sono diventati un problema nazionale quando il ventiseienne Andrea Papi è stato ucciso mentre correva nei boschi del suo paese, Caldes, in Val di Sole. Ero incredulo: ma davvero, in Italia, così vicino a una zona relativamente antropizzata, si rischia di morire perché incontri un orso? Ho scoperto di sì.
Insieme a un ex-senatore, Andrea Ferrazzi – l’unico che sia riuscito a far cambiare un articolo della Costituzione italiana, il nono – siamo andati a intervistare il sindaco del paese, Antonio Maini, che ci ha illuminato su una realtà che non pensavo possibile: Andrea ha fatto scalpore perché è morto, ma in quella valle gli orsi sono un problema da anni. C’erano già stati altri incontri ravvicinati pericolosi prima di questo, ma non era morto nessuno, quindi le notizie si fermavano a livello locale.
Lo stesso sindaco ha raccontato che, più volte, li ha visti rovistare nei cassonetti della spazzatura della via dove abita. Ne abbiamo parlato anche con Michele Lanzigher, direttore del Muse, il Museo delle Scienze di Trento.
In foto sono lui (a sinistra) e Andrea Ferrazzi. Ci sono anche gli opuscoli distribuiti in Trentino, che spiegano come comportarsi quando si incontra un orso.
Il problema è dovuto a un ripopolamento andato diversamente dal previsto, perché gli animali non si sono sparpagliati sul territorio ma sono rimasti concentrati invadendo zone da cui, normalmente, sarebbero stati alla larga. Non sono predatori che vanno a caccia dell’uomo, ma è facilissimo che possano sentirsi attaccati e, di conseguenza, reagiscono con estrema violenza.
Sono perciò rimasto di sasso quando, agli inizi di luglio 2025, un motociclista di nome Omar Farang Zin, che viveva a Samarate (VA) ma era in vacanza in Romania, è stato ucciso da un orso. A stupirmi è il fatto che lui non ha incontrato il plantigrado per un disgraziatissimo caso ma perché, secondo quanto ricostruito, stava interagendo con lui, non è chiaro se provando a dargli da mangiare, facendo un selfie o entrambe le cose. Per cui, lì per lì, ho pensato: «Ma questo era completamente fuori di testa!».
È successo sulla Transfăgărășan, la famosa strada rumena che attraversa i Carpazi, fatta costruire da Ceaușescu nel ’74. Non l’ho mai fatta, so che è imperdibile e anche che s’è fatta la fama di “strada più bella del mondo” dopo un servizio di Top Gear del 2009, riferito ai paesaggi e al gusto di guida offerto dal suo tracciato.
Raggiunge quota 2.060 metri e poi si infila in un tunnel. Da quel che ho capito soffre di un sovraffollamento tipo passi dolomitici o Großglockner, il che me la rende meno appetibile.
Sulla Transfăgărășan è normale trovarsi gli orsi in mezzo alla strada
Come spiegavo a inizio articolo, mi sono arrivati tutti questi reel dai quali ho capito che sulla Transfăgărășan è normale trovarsi gli orsi in mezzo alla strada o nelle aree picnic, dove sono abituati a farsi dare da mangiare dai turisti, cosa che mi dicono essere assolutamente deleteria. Le foto sopra le ho trovate in rete, basta cercare “Transfăgărășan orsi”.
Sembra che anche qui ci sia stata una riproduzione incontrollata: in tutta la Romania ci sono oltre 10.000 orsi ed è il secondo Paese europeo ad averne di più, dopo la Russia. Negli ultimi vent’anni, ventisei persone sono state uccise dagli orsi in Romania. Da noi il solo Andrea Papi. Ma ventisei mi sembrano anche poche, considerando quello che si vede nei reel.
Mi sembra un delirio collettivo: in certi video l’orso ha reazioni improvvise e la gente scappa ridacchiando. Questo mi fa pensare che Farang Zin fosse meno matto di quello che sembra, visto che non era l’unico a giocare col fuoco.
È come se arrivassi su una spiaggia dove la gente si diverte a farsi fotografare accanto agli squali, per poi scappare. Se la cosa dovesse diventare normale, per quanto assurda, magari mi farebbe pensare che in fondo gli squali non siano così pericolosi e potrei cadere nella fatidica tentazione del selfie.


