Non siamo tutti uguali, a maggior ragione quando andiamo in moto. Ma la cosa brutta è che se uno fa cose diverse dalle nostre, ci viene da denigrarlo.
di Mario Ciaccia
Questo non è un articolo che parla dei vari modi di godersi la moto – che sono veramente tantissimi e spesso incompatibili con altri – ma di quanto sia difficile capirli. Quante volte avete detto, di fronte a una moto strana o alla foto di qualcuno che sta facendo qualcosa: «Ma che senso ha?»
L’istinto ci porta a pensare che noi siamo intelligenti e gli altri scemi, ma è un grave errore. Se a qualcuno piace fare quella cosa, vuol dire che in qualche modo ha senso, anche se noi non riusciamo a capirlo. A seguire, una sfilza di esempi che mi sono venuti in mente.
Motociclismo degli altri: i sidecar
Il motivo per cui non mi attraggono assolutamente è che non piegano in curva.
Questo perché, per come sono fatto io, il fascino della moto è dato da quel filo di rasoio che è l’equilibrio su due ruote e il momento di massima goduria, che mi fa sembrare di essere in volo, è quando inclino la moto per entrare in curva, fidandomi della fisica.
Il sidecar ha tre ruote, quindi in curva non si inclina. Allora mi viene spontanea la domanda: «Ma che senso ha? Non è meglio un’auto, a quel punto?».
Eppure gli appassionati di sidecar esistono. Di fronte a una domanda come la mia, mi schiaffeggerebbero e farebbero pure bene. Parlo così perché non ho mai guidato quel mezzo, non so cosa si provi, quindi la mia è la classica perplessità dell’ottuso. È evidente che un sidecar offre sensazioni tutte sue, diverse da quelle delle moto e delle auto, ma io ignoro quali siano.
Sembra però evidente che un sidecar, rispetto a una moto, sia più adatto a trainare una roulotte. Questo lo devo riconoscere.
Motociclismo degli altri: le custom
Mi sento sempre dire che ho l’aspetto fisico di un harleista e di un bevitore di birra, ma sono astemio e non ho mai pensato di comprare una custom. Ho dei sentimenti controversi, verso queste moto con il serbatoio a goccia e il manubrio a corna di bue. Mi affascinano perché sono dinosauri sopravvissuti, eredi delle moto americane dei primi del secolo.
Hanno una personalità fortissima e anche i loro guidatori, spesso, si fanno notare. La storia dei chopper è interessante e ha a che fare con la Seconda guerra mondiale, con i soldati che tornano negli USA scombussolati e sconvolti perché nessuno li considera.
Prendere delle vecchie Harley-Davidson, modificarle in maniera estrema, riunirsi in gruppi di ribelli contro la società, darsi delle regole simili a quelle dell’esercito: non è la mia storia, ma ha fascino.
È la classica perplessità dell’ottuso
Anche se poi, leggendo i libri che parlano degli Hell’s Angels, l’impressione è che queste moto venissero usate prevalentemente in cortei autostradali, a velocità contenute, perché lo scopo non era divertirsi a guidarle, ma partecipare ai raduni, spesso con il solo scopo di menare le mani. Non è un tipo di motociclismo verso il quale provo rimpianti per non averlo vissuto.
Poi mi è capitato di guidarle, queste custom. Ho scoperto che quelle giapponesi non vanno male, ma non hanno un grammo di fascino perché non c’è alcuna storia dietro.
Invece le Harley-Davidson mi sono piaciute terribilmente e questa cosa mi ha spiazzato, perché per anni ho abitato in via Paolo Sarpi a Milano e camminavo tutti i giorni davanti alle vetrine della Numero Uno senza degnare di uno sguardo le HD esposte.
È difficile da spiegare perché mi piaccia guidarle e il dinamismo non c’entra: anche se, magari, non frenano e non stanno in strada, le pulsazioni dei motori denominati Evolution e di quelli Twin Cam sono qualcosa che mi sconvolge e che mi fa godere come un pazzo a usarli. E qui siamo nel caso del «Ma che senso ha?», da parte di chi non coglie questo genere di piaceri (e sono tanti).
Da diversi anni, Harley-Davidson ha rimpiazzato i motori Evolution da 883 e 1200 cc con i Revolution da 1250 cc. Le potenze son passate da 52/66 CV a 121/150 CV, quindi c’è stato un innalzamento enorme delle prestazioni, ma è cambiato completamente anche il carattere.
Adesso sembra un’efficiente moto moderna, ma quel genere di pulsazioni che adoravo sono sparite per sempre. Gli Harleisti si sono così divisi tra coloro che hanno rifiutato la novità, quelli che l’hanno apprezzata e coloro che non si sono accorti di nulla, perché per loro conta solo l’estetica.
Quando guardo certe custom così abbassate da strisciare in curva persino con le borse, così come quelle dotate dei cosiddetti manubri ape hanger, che costringono a guidare con le braccia tese verso l’alto, penso proprio che l’estetica domina su tutto, in certi casi. Oppure dalle storie che hanno portato a determinate scelte tecniche.
Nel 2024, quando sono andato a San Francisco a provare le nuove Indian Scout, ero attratto esteticamente dalla versione Bobber, che ha le gomme di ridotto diametro, grande sezione e le sospensioni accorciate.
Spartana ed essenziale, è accucciata a terra e ha un grande fascino, ma questo sono io alla massima piega. Bastava entrare in qualsiasi curva ad andatura moderata per strisciare con parecchia roba là sotto, mentre gli ammortizzatori cortissimi non filtravano nulla.
Per cui la mia domanda resta: «Possibile che uno sia appagato solo dall’estetica?». La famosa frase «Le custom non sono fatte per curvare, ma per le highway rettilinee americane» per me non ha senso, perché ci si può divertire anche con una custom.
Tant’è che, sempre in quella occasione, ci hanno fatto guidare anche la Indian Scout più sportiva, la 101, nei boschi alle spalle di Santa Cruz.
Una ruota anteriore di diametro maggiore e sospensioni più sofisticate (e con maggiore escursione) permettono di piegare quel ciccinin di più da rendere la guida di una moto più divertente rispetto a un’automobile, pur mantenendo tutto il fascino delle moto custom.
In questo caso il V2 delle Indian eroga oltre 100 CV e gira molto bene ma, per i miei gusti irrazionali, il vecchio Harley-Davidson Sportster 1200 resterà qualcosa di unico e inimitabile.
Motociclismo degli altri: le gare di MotoGP
La maggior parte dei miei amici sono viaggiatori in moto ai quali la MotoGP non suscita alcun interesse. La cosa ha senso, perché sono due modi di intendere la moto completamente agli opposti. Per cui non capiscono come mai io sia così appassionato, tanto da guardarmi tutte le gare in tv fin dal 1982, quando Kenny Roberts vinse a Silverstone.
In effetti, la cosa non ha senso. Trovo più facile capire gli amici che mi domandano «Che senso ha?» piuttosto che spiegare perché a me, che amo viaggiare in relax, piace guardare gare dove le moto girano in tondo e sono perennemente al limite dell’aderenza, dell’esplosione del motore e dei battiti cardiaci dei piloti.
Fatto sta che sono felicissimo per avere guidato la moto sull’Himalaya o in Patagonia, ma metto sullo stesso piano l’essere riuscito a scambiare due parole con Kevin Schwantz, uno dei piloti più spettacolari della classe 500 degli anni ’80 e ’90. E mi ha pure autografato il telefono!
Motociclismo degli altri: la guida in circuito
Ecco un caso in cui è facile non essere appassionati di una cosa, ma riuscire a capirla. La guida in pista può sembrare senza senso agli occhi di un viaggiatore, perché sei sempre fermo nello stesso posto, quindi sprechi la benzina e tante altre cose per non vedere il mondo.
Ma non tutti sono viaggiatori! In pista puoi vivere l’adrenalina della guida al limite senza rischiare di finire contro automobili o muri; puoi spremere moto da 200 CV fino al limitatore; puoi piegare fino alle orecchie; puoi fare gare contro gli altri; puoi imparare a guidare in modo da essere poi più sicuro su strada; puoi provare l’appagamento di rifare sempre le stesse curve, rendendoti conto che stai diventando più bravo, giro dopo giro.
Questo vale anche se fai motocross, s’intende.
Motociclismo degli altri: l‘enduro
Questo sembrerebbe molto diverso dalla guida in circuito. Enduro significa attraversare boschi, montagne e campagne su sterrate e mulattiere, ovviamente dove ciò è permesso, quindi sembra l’espressione della massima libertà di percorso. Ma se lo fai a livello agonistico, pur essendo molto diverso dal cross presenta il controsenso di avere un percorso obbligato.
Le gare, infatti, si svolgono su anelli lunghi 50-150 km, da ripetere più volte e a orari imposti (sopra, Andrea Verona durante la vittoriosa Sei Giorni italiana del 2021). Devi passare in punti predestinati a una certa ora, né prima né dopo. Ogni tanto trovi gente ferma ad aspettarti per prestare assistenza, darti da mangiare una banana, riempirti il serbatoio, risolvere al volo qualche problema tecnico.
Questo modo di usare la moto divide nettamente in due l’umanità. C’è chi lo trova aberrante e chi, invece, si sente sicuro e protetto dal dover rispettare orari e avere la certezza di trovare sempre qualcuno che ti assiste.
Non capisce la passione di chi ha motivazioni diverse
Mi aveva divertito un confronto con un regolarista dei tempi d’oro, che stava assistendo alla partenza di un evento adventouring e si metteva le mani nei capelli: «Non ci sono tabelle di marcia, orari da rispettare, assistenze. La gente si ferma dove gli pare. Questo non è andare in moto».
Se non sei uno che ama fare le gare, una frase simile sembra delirio. Ma ho sentito altri enduristi/rallysti dire cose simili, nei riguardi di chi “va a spasso”: «Se non c’è cronometro non è motociclismo» e «Andare in moto è un’altra cosa».
È uno dei più emblematici casi di “motociclismo degli altri”, di gente che ama la moto, la usa sugli stessi percorsi ma non capisce la passione di chi ha motivazioni diverse.
Motociclismo degli altri: i motoraduni
L’esigenza di convergere tutti in un punto per festeggiare la comune passione è dovuta al fatto che buona parte dei motociclisti ritiene di cavalcare un mezzo nobile, che richiede amore e dedizione, nonché resistenza ai chilometri, alle buche, al freddo, al caldo e alla pioggia. Ed è pure pericoloso, per cui ogni motociclista che incontriamo è un fratello, un sopravvissuto, uno su cui contare.
Chiaramente è una visione molto romantica, però ha il suo perché. Mio padre, che odiava le moto e non capiva questo loro aspetto, mi diceva: «Ma ti sembra normale? Sarebbe come se facessimo gli autoraduni».
Però c’è chi ama andare in moto ma non ai raduni, perché fugge dalla confusione e dal casino che fanno alcuni esaltati.
Altri, invece, non capiscono come mai la maggior parte della gente che va ai raduni riduca al minimo l’aspetto motociclistico: fanno un trasferimento autostradale, arrivano il venerdì sera, passano tutto il sabato in loco senza andare in moto e tornano, rigorosamente in autostrada, già alla mattina della domenica.
Queste cose succedono soprattutto ai raduni con annessa tendata, soprattutto a quelli invernali, dove buona parte dei partecipanti passa il tempo a cucinare, mangiare e travestirsi da qualcosa (qui sopra, l’Agnellotreffen del 2025).
Non c’è un solo motivo razionale per spiegare come mai la gente ami andare alle mototendate invernali, perché trasmettono un disagio estremo.
Sembra che io stia parlando così perché lo considero un “motociclismo degli altri”, ma di fatto, anche se non amo i raduni, finora ho partecipato a 21 mototendate invernali organizzate ufficialmente.
Motociclismo degli altri: l’inverno
Che la maggior parte dei motociclisti non abbia alcuna voglia di prendere freddo e perdere aderenza, per cui considera i patiti di giri invernali dei deficienti, ci sta. Che poi molti si ritrovino su strade ghiacciate non per vocazione ma solo per partecipare a raduni tipo Elefantentreffen o Agnellotreffen, è vero.
Ma quello che non capisco è il livore con cui molti commentano le foto e i video che, postate sui social, ritraggono motociclisti su strade innevate.
Una foto come quella sopra, che ho scattato al raduno Millevaches del 2015, dovrebbe provocare emozione e struggimento in alcuni e perplessità in altri («Che senso ha?»), invece, nella maggior parte dei casi, suscita sdegno e insulti.
Le frasi più frequenti che capita di leggere sono «Ma cosa vuoi dimostrare?» e «Poi se ti rompi una gamba fai spendere soldi alla sanità nazionale, cioè a me». Nel primo caso la totale mancanza di empatia non è solo la questione che siamo di fronte a un “motociclismo degli altri” di cui non si capisce il senso, quindi va denigrato, ma fa sorgere anche una domanda: chi dice una cosa simile va in moto solo per dimostrare qualcosa? Nel secondo caso, se volessimo evitare tassativamente di pesare sulla sanità nazionale non dovremmo proprio andare in moto.
E se decidessimo di andarci, non solo dovremmo evitare le strade scivolose, ma anche i passi alpini fatti a manetta, il fuoristrada di qualsiasi genere e, soprattutto, la guida in città: è molto più facile farsi male guidando nel traffico, piuttosto che a passo d’uomo su una strada innevata.
Motociclismo degli altri: il fango
In effetti anche le foto delle moto in mezzo al fango provocano reazioni che vanno dalla feroce presa in giro all’insulto. La tendenza è quella di denigrare chi si pianta come un maiale come se avesse scelto di finirci apposta. Della serie «Oggi vado in fuoristrada, cercherò di affondare nelle sabbie mobili».
Di solito, chi va in fuoristrada spera di non trovare robe come quella sopra, ma capita. Anche in giornate in cui non piove da giorni. Prendi uno sterrato asciutto, lo percorri per 12 km, poi ti trovi davanti a una fangaia lunga 30 metri.
Torni indietro? No, sei un fuoristradista, il fango fa parte degli ostacoli da superare, ci provi. Ma non sei uscito apposta per questo, come molti maligni pensano.
Motociclismo degli altri: le gran turismo
Qua l’ottuso sono io. Ho delle perplessità sulle moto da viaggio stradale, quelle con motori oltre il litro di cilindrata, potenze oltre i 100 CV, equipaggiate con selle-materasso comodissime anche in due, carenature che proteggono come dentro un’automobile, tris di valigie rigide da oltre 100 litri di capienza totale, riscaldamento per manopole e sella, sospensioni elettroniche, impianto stereo, cruise control adattivo con radar, pesi a cavallo dei 300 kg.
Sono moto che danno il massimo in autostrada, facendoti stare comodo come in automobile e di solito, alle presentazioni stampa, tutti pensano che guideranno un camion, ma poi si ricredono.
Le Case si sforzano di renderle piacevolmente guidabili, concentrando i pesi al centro e in basso e con geometrie che le rendano il più agili possibile, compatibilmente con i tre quintali di peso. Quasi sempre, i tester scrivono che moto siffatte sono pesanti nelle manovre ma, appena ci si muove, si resta stupiti dalla loro maneggevolezza. Ed è vero.
In foto sto provando la BMW R 1300 RT durante la presentazione ufficiale del 2025, in cui ci hanno fatto fare il Passo del Muraglione, dove ci siamo divertiti molto. E senza passeggero. La strada l’hanno scelta loro ed è una sfilza di curve scorrevoli.
Ma in un’altra occasione mi sono ritrovato a girare per la Maremma con la passeggera e una BMW R 1250 RT.
Si è trattato di una prova più simile a quello che può capitare in realtà, perché oltre a strade scorrevoli e divertenti in stile Muraglione mi sono anche infilato in paesini medioevali, con strettissime curve in salita e fondo a cubetti di porfido; oppure in stradine di montagna tortuose, con fondo malmesso. Mi sono trovato in diverse occasioni a fare inversione dentro vicoli in pendenza.
In queste situazioni ho avvertito tutto il peso e la fatica di maneggiare da fermo una moto così grossa. Intendiamoci, sono alto e tocco bene per terra, poi vado in moto da secoli quindi ho una certa esperienza, per cui non ho avuto alcun problema, però sono perplesso.
La mia perplessità deriva dal fatto che se queste moto devono essere la tesi di laurea del comfort, allora per me devono essere comode anche quando le parcheggi.
Si dice che siano le “moto della pensione”, che le prendi oltre i 60 anni perché sei invecchiato, sei meno resistente e devi viaggiare comodo, ma allora non dovresti pensare alle manovre come a un momento di tensione.
Conosco diversi proprietari che sono esaltati dal comfort autostradale della loro GT, ma che sono impacciati al momento del parcheggio, delle inversioni o di quando si trovano in coda al semaforo. Però ti dicono che sì, fanno fatica, ma poi possono viaggiare 8 ore di fila senza soffrire.
Ho trovato pesanti nelle manovre anche le Honda Gold Wing, le Harley della famiglia Glide, la Triumph Trophy 1200.
La Honda NT1100 è molto più maneggevole, ma mi sono sentito dire, da proprietari di moto concorrenti, che quella è “troppo piccola”, pur essendo un 1084 cc da 102 CV, con sella comodissima, tris di borse, cambio automatico ecc. Probabilmente una parte dell’appagamento sta nel dominare una moto enorme, per cui accetti la fatica di fare inversioni in spazi angusti. Mi ricordo un giorno che ero in centro a Milano e dovevo concentrarmi bene per piazzare una Gold Wing su un marciapiede già affollato di moto.
Il proprietario della BMW 1250, quando gli ho espresso le mie perplessità, mi ha detto che ho sbagliato a infilarmi nei vicoli con la RT, che non è fatta per quello. Ok, ma se io compro una moto da viaggio, beh, nei miei viaggi è previsto che io esplori i paesini medioevali.
Motociclismo degli altri: la tenda
Non sapevo se metterla in questo articolo, che parla delle incomprensioni dei gusti altrui. Perché chi va in tenda capisce benissimo i motivi per cui c’è chi la odia; mentre quelli che la disprezzano ne capiscono il fascino, ma hanno dei motivi precisi per non amarla.
Un mio ex collega, quando passava i miei pezzi, li chiamava “I Viaggi del Disagio”. In effetti arrivare la sera stanchi, magari dopo avere guidato nel fango sotto la pioggia per otto ore, non fare la doccia, montare la tenda, cucinare con i fornellini, cenare all’aperto, dormire sdraiati per terra infilandosi dentro un loculo, sperando che zanzare, ragni, grilli talpa e cimici restino fuori è un lavoro ingrato, se ci pensate.
«Spendiamo soldi per vivere come profughi» aveva commentato un tipo qualche anno fa. A tutto questo va aggiunto che caricare sulla moto tenda, sacco a pelo, materassino, fornelli e altro ancora la rende molto più pesante e meno maneggevole, con i pesi distribuiti in modo sbagliato.
Eppure tanta gente ama campeggiare. Il concetto che piace è sapere di essere totalmente liberi e indipendenti, con tutto quello che ti serve per vivere legato sulla moto.
Non hai orari, non devi prenotare, se trovi un posto idilliaco in cima a una montagna ti accampi, ti godi il tramonto, ti fai una bella cenetta sotto le stelle chiacchierando con gli amici. Molti trovano questa cosa talmente appagante che tutti i difetti citati a monte della foto passano in secondo piano.
Motociclismo degli altri: le notturne
I detrattori delle notturne insultano coloro che le amano quasi con gli stessi epiteti che vengono riservati a chi guida sulla neve. Ovvero tirano in ballo il fatto che sicuramente andrai a sbattere da qualche parte, finendo in ospedale e gravando sulla sanità nazionale.
E tutto questo per «Non vedere nulla», quindi sei proprio un deficiente. Eppure, se c’è chi ama girare di notte significa che qualcosa di interessante ci dev’essere, non saranno mica tutti scemi?
Anni fa c’è stato il boom delle notturne. La HAT del 2009 è stata la manifestazione che le ha fatte esplodere. Fino alle soglie del 2020 c’erano diverse manifestazioni che prevedevano di guidare per tutta la notte, poi la moda è passata. La HAT Sanremo-Sestriere continua ad avere una parte notturna, ma la maggior parte della gente preferisce fermarsi a dormire in albergo e poi tagliare pezzi il giorno dopo.
Ma cosa ci sarebbe di così affascinante nel guidare la moto di notte, al posto che farsi una bella nanna sotto al piumone? È una questione di sensazioni e di percezioni, tutte diverse rispetto al giorno.
Ci sono persone che sono suggestionate dalle atmosfere notturne, spesso legate più a fattori psicologici che visivi. È un viaggio che inizia con il crepuscolo, quando i nostri istinti atavici ci dicono che bisogna cercare un riparo. Invece qui si va avanti, si entra nel buio, lo si vive.
C’è chi è affascinato dal girare nelle città quando tutti dormono, ma il discorso vale anche al di fuori di esse: nei boschi, sui passi di montagna, nell’attraversare i paesini. Il paesaggio non lo vedi, ma lo percepisci. Ci sono poi situazioni in cui in realtà il paesaggio lo intravedi, come quando c’è la luna piena.
C’è poi una fase, tra le tre e le quattro, nel cuore più nero della notte, in cui ti senti un bambino cattivo abbandonato dalla mamma.
Poi arriva l’alba (qui siamo a Colla Melosa, sulla via del Sale) e arrivarci dopo essere passati per il crepuscolo e la Morte Nera è un momento straordinario, il ritorno alla vita. Ma per un giorno che ricomincia, qui abbiamo un articolo che finisce.


