Il “Divorzio alpino” esiste anche in moto

Un recente fatto di cronaca ha portato alla ribalta il problema di quando un partner allenato, in alta montagna, abbandona al suo destino quello lento. Ma non succede solo facendo alpinismo: in moto è un classico.

di Mario Ciaccia


C’è un film, tratto da un libro, di cui non dirò il titolo, altrimenti spoilererei coloro che non l’hanno ancora visto. Succede questo: lui e lei si amano. Lui è un figo, vola con l’aereo e la porta a fare un giro in un deserto africano, ma atterrano male e lei si rompe una gamba.

Allora lui la lascia dentro una grotta, completamente sola e va a cercare soccorsi. Quando torna, lei è morta da un pezzo, tra atroci sofferenze e paure. È una delle storie più struggenti e romantiche del cinema (e della letteratura) e lui viene visto come un eroe.

Quella scena è stata girata a Mides, in Tunisia. Altra storia: lui e lei si amano o, per lo meno, stanno insieme. Decidono di scalare il Großglockner (3.798 m), in Austria. Poco sotto la vetta c’è la bufera e lei ha finito le forze. Non è più in grado di muoversi. Allora lui la lascia lì e va a cercare aiuto. Quando vanno a prenderla, lei è morta assiderata.

Più o meno è la stessa storia di prima, solo che questa è vera, lui è stato accusato di “divorzio alpino” e condannato a cinque mesi di carcere e circa 10.000 euro di multa.

A metterlo in cattiva luce ci sarebbero state alcune cose essenziali che lui non avrebbe fatto (mettere alla compagna le coperte di emergenza e fare segnali luminosi a un elicottero di passaggio) e la testimonianza di una ex fidanzata che sarebbe stata abbandonata a sua volta durante una scalata, dopo una discussione.

Il Johannisberg (3.453 m) nel gruppo del Großglockner, così come lo si vede dall’orrendo garage multipiano del Kaiser-Franz-Josefs-Höhe (2.369 m).

Come successo in occasione del MeToo, questa vicenda ha scoperchiato il vaso di Pandora delle testimonianze di donne che sono state abbandonate in montagna a seguito delle tensioni dovute al fatto che il partner era più esperto e allenato di loro, per cui lei si lamentava che la gita fosse troppo dura, lui si scocciava perché era troppo lenta e così, a un certo punto, lui la mollava al suo destino e se ne andava. Hanno pure coniato quel termine che ho citato prima, “Divorzio alpino”.

Mi viene in mente pure un maestro di sci di Andalo che abbandonò mio figlio di 6 anni in mezzo a una pista spiegando che era negato per questo sport. Ma il “Divorzio alpino” è un grande classico del motociclismo e non solo tra uomo e donna.

Qualsiasi passo tu abbia, troverai sempre qualcuno che va molto più forte di te e qualcun altro che è nettamente più lento. E se tu andrai insieme a costoro, in un caso proverai l’umiliazione di sentirti la palla al piede, nell’altro ti romperai le palle.

La strada del Großglockner è il pretesto perfetto per passare dalla storia della donna lasciata morire assiderata lassù a quella dei “divorzi motociclistici”.

È nota credo a tutti la sensazione di fastidio che si prova quando si ha pianificato un itinerario impegnativo, che richiede un buon passo e ci si rende conto che il compagno non è in grado di farti rispettare i tempi che lo renderebbero fattibile.

Troverai sempre qualcuno che va molto più forte di te

Sarebbe una questione di zik mentale: il sottile confine, nel tuo cervello, tra l’accettare la lentezza dell’altro e passare al piano B (rallentare, rinunciare agli obiettivi prefissati, rilassarsi e mettere a proprio agio il compagno lento) e il non rassegnarsi a modificare i piani, per cui il nervosismo e l’insofferenza per la situazione potrebbero portarti a decidere di proseguire da solo.

Anche perché certe volte il compagno ti viene imposto, quindi parti già col sopracciglio alzato. A me è capitato, durante maratone come la HAT o la Trento-Trieste, di ritrovarmi nel ruolo della vittima e del carnefice.

Divorzio alpino, la vittima

Alla prima edizione della HAT, quella del 2009 con appena 12 iscritti, venni messo insieme a un campione europeo Baja e uno che era arrivato terzo nell’italiano enduro classe 125. Ero conscio di essere troppo lento rispetto ai loro standard e lo dissi, cercai di tirarmene fuori ma poi partimmo e la cosa finì male.

Verso il km 330 io ero cotto come si deve, perché era la prima volta che facevo una cosa simile e non avevo ancora imparato a gestire le forze. Andavo sempre più piano e ciò fece uscire di testa gli altri due, che erano velocissimi.

Non erano capaci di andare piano, nessun campione di enduro lo è. Se ci prova, si stressa a livelli indicibili. Così i due a un certo punto aprirono il gas e mi mollarono tutto solo sulla Strada dei Cannoni, alle tre di notte, proprio mentre io avevo una crisi, mi girava la testa, faticavo a stare in equilibrio su una moto da oltre 200 kg e non c’era campo per telefonare. Mi arrabbiai molto, ma non era colpa loro, quella era la loro natura.

Divorzio alpino, il carnefice

Alla Trento-Trieste del 2017 ero con un compagno che aveva un passo compatibile con il mio. Andavamo bene, eravamo nei tempi per riuscire a fare i 900 km del percorso tra il venerdì sera e la domenica a pranzo.

Durante la prima notte, però, trovammo uno che era completamente solo e bloccato su un gradino. Ci disse che, siccome era troppo lento, i compagni di merende lo avevano abbandonato al suo destino, dopodiché lui si era piantato su quella salita ed era lì da circa 20 minuti.

Lo aiutammo e, a quel punto, ci chiese di unirsi a noi, per non restare solo. Sono quelle richieste imbarazzanti, in cui tu stai facendo una cosa che richiede un partner affiatato e un passo costante, ma trovi uno che chiede di aggregarsi, che non vuoi lasciare solo ma che, allo stesso tempo, ti impedisce di perseguire l’obiettivo che ti eri prefisso.

Ora, io avevo lo stesso passo che aveva fatto impazzire dalla noia i due campioni, eppure al confronto con questo io ero un missile terra-aria. Perché, come dicevo prima, troverai sempre qualcuno più lento e qualcuno più veloce di te. Sempre.

Ci rendemmo conto che, rimanendo con lui, non saremmo mai stati in grado di fare tutto il percorso, perché teneva una velocità media insufficiente. Adesso ero io ad avere la fregola.

Risolvemmo la cosa quando raggiungemmo due partecipanti che andavano molto piano: chiedemmo loro se potevano adottare il nostro compare. A lui lo spiegammo chiaramente: sei troppo lento per questo evento, è una questione di medie orarie. Lui (apparentemente) non si offese, si unì a quei due e noi riprendemmo il nostro ritmo.

I divorzi alpini sono frequenti

Questi episodi succedono anche girando su asfalto. Una volta uno mollò tutto il gruppo senza neanche avvisare perché era scocciato dal percorso scelto: eravamo sulle colline dell’Oltrepò Pavese e lui cercava di dirottare il giro a Piacenza («Perché là non ci sono curve», frase incredibile se pensate che possedeva una motardona Gilera Nordwest 600).

Sappiamo anche di coppie di fidanzati, ciascuno sulla sua moto, che litigano e si separano: quasi sempre è lui la mente del viaggio, quello esperto, che sa dove andare, che ha caricato attrezzi e altre cose importanti. Lasciare da sola la partner sa di vigliaccata.

Adesso ero io ad avere la fregola

È in sterrato che si registrano le differenze più elevate di passo. Le maratone da 500 e oltre km sono micidiali, in questo senso, perché esasperano psicologicamente sia chi resta indietro, sia chi va troppo forte.

Molte amicizie si incrinano, perché si tende a sottovalutare quanto possa essere devastante affrontare un percorso da oltre 20 ore di fila con qualcuno che ha un passo differente dal tuo, in positivo o negativo.

In effetti io tendo ad avere un’andatura più costante che veloce, perché ciò che conta per me è durare ore e ore (foto Carlo Acquistapace). Ma buona parte dei motociclisti che conosco sono predisposti per una guida più vicina al limite, da far durare poco tempo.

Quando chiedo a qualcuno di farmi da “schiavo” (termine scherzoso per indicare colui che deve starmi sempre dietro, pronto per farsi fotografare), gli spiego che, probabilmente, sarò più lento di lui, ma non deve comunque superarmi, perché altrimenti sarebbe difficile fermarlo per le foto.

Una volta mi è capitato uno che mi ha spiegato che non poteva stare dietro «Altrimenti la gente penserà che guido male come te».

Il momento peggiore avviene durante le salite impestate, perché io tendo a salirle piano piano, copiando gli ostacoli come un diesel, mentre chi mi segue in genere le sale in velocità, galleggiando sugli ostacoli e, chiaramente, si scoccia se qualcuno davanti a lui lo rallenta.

M’è capitato di affrontare due 1000 Sassi con la dakariana Silvia Giannetti in qualità di schiava (foto sopra, di Fotografica Sestriere). Ovvero, la poveretta doveva stare sempre dietro e mangiare la mia polvere, sempre per esigenze fotografiche.

Schietta e genuina, non ha fatto giri di parole: si è rotta le palle, specie in salita. Lei è una agonista, abituata a marciare ad andature elevate per ore e ore, senza fare soste. Girare con uno come me significa ucciderla, ma è riuscita a non divorziare.

In quel caso io e Silvia abbiamo sempre avuto due bicilindriche, ma ho scoperto che il migliore modo per convivere con uno “schiavo” più veloce di me è dare a me una monocilindrica e a lui una bicilindrica.

Qui sopra vediamo un esempio di convivenza perfetta: io con la motina e le gomme molto tassellate, dietro Davide Biga con la motona e le gomme da strada (1000 Sassi del 2022, Fotografica Sestriere).

Avevo trovato un accordo meraviglioso con il mio amico Luca Nagini: io usavo la mia Suzuki DR-Z400 e lui la sua Honda Africa Twin 750. Io, con la motina, avevo lo stesso passo che aveva lui con la motona.

Il rovescio della medaglia è che quando tornavamo a Milano avveniva sempre un “divorzio alpino”, perché lui apriva il gas e tornava a 140 km/h, mentre io col DR-Z con 5 marce rapportate corte andavo a 90.

Ma spesso mi capita di essere io quello con la bicilindrica, mentre lo schiavo ha il mono. In questo caso, il poveretto deve avere davvero tanta pazienza.

Il divorzio alpino, già 15 anni fa

Un’abbinata sbagliata di questo tipo si è verificata durante la HAT del 2011, quando io avevo la Honda Africa Twin 750 e la mia compagna di team Giada Beccari la Yamaha WR450F.

In realtà andò tutto bene e facemmo l’intero percorso senza problemi, solo che in quel periodo ero invasato dai libri di alpinismo himalayano, così in una mailing list raccontai che Giada aveva bucato una gomma, alle tre di notte, a quota 2.500 m, che nevicava, che faceva troppo freddo per aiutarla, che avremmo perso troppo tempo, per cui avevo preso la saggia decisione di abbandonarla, lasciandole qualche barretta energetica e proseguendo senza di lei.

Avevo preso la saggia decisione di abbandonarla

Un vero e proprio divorzio alpino, 15 anni prima che questo termine venisse inventato. Giada lesse la mia email e scrisse che lei era ancora lassù, che aveva finito le barrette, che il vento le aveva fatto volare via un guanto per cui aveva una mano congelata.

Ormai era allo stremo delle forze, quindi aspettava serena la morte. Come sempre capita quando scrivo delle robe palesemente assurde e inventate su Internet, ci fu chi ci credette ed era inorridito nei miei confronti.

Divorzio alpino africano

Nel 2008 venni mandato a fare le foto al TRX, un rally a orientamento in Libia dove si doveva viaggiare a coppie. Per una serie di sfighe successe che io e il mio compare finimmo in penultima posizione, ma venimmo raggiunti anche dalla coppia dietro di noi.

Proprio in quel momento bruciai la frizione. I tre mi chiesero se avessi problemi, risposi di sì e loro se ne andarono senza neanche rispondere.

Eravamo in cima a una duna, così osservai incredulo i tre che filavano via a tutto gas, lasciandomi lì. Visto il posto in cui ci trovavamo (il deserto del Murzuq) era una sensazione inquietante.

Sapevo però che alle mie spalle c’erano ancora l’ambulanza e l’organizzatore… e lo sapevano anche quelli che mi hanno mollato lì. «Non avremmo potuto aiutarti, era tardi e non volevamo arrivare con il buio» mi hanno spiegato all’arrivo.

In effetti venni poi aiutato dall’organizzatore e riuscimmo ad arrivare a fine tappa prima del tramonto (adoro le notturne, ma le dune al buio sono difficilissime da fare perché non capisci quando finiscono). Ma voi cosa siete, più vittima o carnefice?