La Harditaroad Trento-Trieste: un tributo a Valter Rasera

Per mettere in piedi certe manifestazioni bisogna essere proprio dei visionari. La Harditaroad Trento-Trieste è stato uno degli eventi adventouring più folli degli ultimi anni.

di Mario Ciaccia


Sono venuto a sapere da Vanni Giroletti – organizzatore della Céf Adventure – che il buon Valter Rasera non c’è più. Purtroppo era da anni che non ci sentivamo e non sapevo neanche che fosse malato. Ci sono rimasto male, ovviamente. Insieme all’amico Maurizio Dal Ben aveva dato vita a una manifestazione incredibile, decisamente folle anche solo da concepire.

In questa foto che ci ha mandato il suo amico Silvio, detto Lumezzane, è il secondo da sinistra. Il fatto che il primo da sinistra sia un “dakariano sudamericano” (Livio Metelli) e il primo da destra un “dakariano africano” (Bruno Birbes) fa capire che la Trento-Trieste era una gran maratona.

Penso che il modo migliore per ricordare Valter sia raccontare cos’è stata la Harditaroad, raccontando la prima, storica, a tratti demenziale edizione.

Un’idea improbabile

Quando ho conosciuto Valter e Maurizio, che facevano parte dell’Anni Ottanta Offroad Group, ho pensato che non avessero idea di cosa stessero dicendo. Eravamo a EICMA 2015 e i due amici vennero da me: «Abbiamo partecipato alla HardAlpiTour e c’è piaciuta talmente tanto che abbiamo deciso di organizzare un evento identico, ma dalle nostre parti, chiamandolo Harditaroad».

Avevano un accento veneto, e si sa che nel Nordest non è facile organizzare eventi per moto fuoristrada. «Siete veneti? Allora siete pazzi». Erano di Nervesa della Battaglia, un paese a perenne rischio alluvioni attaccato al Piave.

E se la HAT era un’epica traversata delle Alpi Occidentali, che diavolo volevano fare a Nervesa? «Partire da Trento e arrivare a Trieste». La mia risposta fu lapidaria: «Ma siete scemi? Se solo osate chiedere un permesso a un solo Comune del Trentino, vi sparano alle gambe».

I due erano convinti, dicevano che avrebbero chiesto e ottenuto i permessi. «Sta’ tranquillo, a giugno ti invitiamo, facci un bell’articolo».

Trento-Trieste: un trip pazzesco

A giugno ero a Trento, incredulo due volte. Da un lato perché erano veramente riusciti a ottenere i permessi per una roba lunghissima, in una zona d’Italia che odia profondamente il fuoristrada in moto.

Dall’altro perché la partenza era prevista al mattino del sabato e l’arrivo, tassativamente, per l’ora di pranzo della domenica, ma la traccia misurava 900 km.

Andai da Maurizio a spiegare che era una cosa assurda: «Volete che facciamo i chilometri di una HAT Extreme nel tempo di una HAT Classic, non siamo mica Cerutti». Maurizio chiuse gli occhi e disse «Vai, Mario. Guida la moto e non pensare ad altro».

Valter e Maurizio erano molto diversi tra loro, eppure erano amici. Valter sulle prime sembrava un partecipante, un cliente di Maurizio che però aveva un grande carisma e che ci metteva l’anima, in questa Harditaroad.

Trasmetteva una passione smisurata ed era in sella a una Yamaha Ténéré 600 prima serie, la 34L, che a suo dire aveva passato i 250.000 km senza cambiare motore. Ero stordito dalla meraviglia, avendo esperienze dirette e indirette negative sulla durata dei grossi mono.

Anche per la foto sopra dobbiamo ringraziare Silvio. È una gran tristezza vedere le foto di gruppo con uno che piaceva a tutti e che sapeva fare squadra… e che adesso non c’è più.

Valter vestiva casual e aveva una notevole empatia verso i partecipanti, per questo dico che sembrava uno di loro. Senza conoscerlo, si capiva che era sanguigno, genuino, alla mano. Uno che viveva la moto a livello viscerale.

Maurizio era più distaccato ed elegante, era quello diplomatico, più adatto a tenere i contatti con i Comuni, con la stampa e con gli sponsor. Era la classica coppia che funziona perché i due si compensano con le rispettive attitudini, esattamente come succede alla HAT.

Tra il nome Harditaroad e la formula, la Trento-Trieste sembrava un’imitazione spudorata della HardAlpiTour. Ma non mi va di bollarla così: è come quando un cantante ammira così tanto una certa canzone che desidera rifarla, interpretandola a modo suo.

Ricordo quando ne parlai a un amico acido, di quelli che tendono a coglierti in fallo: «Mario, impara la geografia. Tra Trento e Trieste ci sono 300 km, non 900».

E invece erano proprio 900, Cicciobello. Ovviamente non si trattava di una traversata diretta, ma sembrava che i due amici avessero messo insieme tutti gli sterrati che conoscevano.

La prima cosa da fare, una volta iscritti, era recarsi al venerdì alla sede italiana di Touratech, che si trovava a Trento, per ritirare il pacco gara. Questo, tra le varie cose, comprendeva una torcia di quelle di nuova generazione: un tubo di alluminio aeronautico con dentro una lampadina a led e una pila 18650.

Oggi è roba banale, dieci anni fa era un gran bel regalo. Aveva pure le prolunghe per fare le spade laser di Star Wars! Come seconda cosa, ci siamo cercati un posto in mezzo alla natura selvaggia per montare le tende. Il mattino dopo siamo partiti dall’aeroporto di Trento perché i due amici avevano la fissa degli aerei.

Il briefing fu tenuto da Valter. Ci sono eventi dove l’organizzatore tiene il briefing, ma demanda molti compiti, come la tracciatura del percorso. E tu lo capisci, che non sa di cosa stia parlando. Ma qua non era così, Valter ci metteva la faccia.

Essendo organizzato da un MC chiamato Anni Ottanta Offroad Group, c’erano diverse chicche, come la Yamaha XT500 griffata Harditaroad sul serbatoio. Ma credo che nulla fosse più conturbante della Bacou Replica in sella alla quale si presentò Danilka Livieri, uno dei due amici con cui facevo squadra. L’altro amico, Luca Nagini, scomparso pure lui, aveva un’Africa Twin 750. Io, invece, avevo una SWM RS 650 R in prova.

Eravamo rassegnati a tagliare: non solo c’erano da fare 900 km in 28 ore alla media di 32 km/h (sembra una velocità bassissima, ma non lo è per niente considerato il fuoristrada, i pasti, le pennichelle…), ma io dovevo fare sia le foto per raccontare la traversata, sia quelle per la prova della SWM che, tra l’altro, mi piaceva tantissimo in ottica “moto totale”.

Questo evento aveva una caratteristica più unica che rara: gli organizzatori ci tenevano spasmodicamente ad avere tutti i partecipanti alla stessa ora ai punti di ristoro. Di solito i più veloci arrivano prima, i medi sopravvivono e i lenti soccombono.

Qua no: facevano dei calcoli e, se per una certa ora non eri in un certo posto, mettevano un uomo-cancello a deviare il traffico: «È tardi, tira dritto su asfalto fino al prossimo punto di ristoro». Era una faticaccia, che richiedeva una grossa organizzazione e che era facilitata dal fatto che tutti avevamo i transponder.

Solo che, fin dai primi km, una marea di gente s’è fermata con le gomme bucate. Era un incubo di tutte le edizioni, cui si riferiscono le foto. La leggenda dice che fosse colpa di chiodi lasciati giù durante la Grande Guerra. Quando è successo a me, ero esattamente di fronte al gommista di Enego.

I più veloci arrivano prima, i medi sopravvivono e i lenti soccombono

All’inizio siamo stati bravi. La prima tappa misurava 116 km. Da Trento si saliva a Vigolo Vattaro e, attraverso la vecchia e fighissima strada della Fricca, si raggiungevano gli altopiani di Lavarone e Folgarida (TN).

Passando per le piste da sci e per Arsiero si arrivava all’altopiano di Asiago (VI), dove ci si doveva fermare per pranzo al rifugio Forte Verena. Pur fermandoci spesso per fare le foto, riuscivamo a tenere i 32 km/h di media e ad arrivare in tempo per il pranzo, che era divino. Il monte Verena è alto 2005 metri e non si può negare che sia un posto molto panoramico.

La seconda tappa misurava 181 km e terminava in vetta al monte Grappa. Ma lì le cose sono andate nella cacca. È veramente difficile fare queste maratone in tre, senza che ad almeno uno capiti qualcosa.

E la somma delle sfighe di tre persone ti rallenta così tanto che, per dirla con Cornacchione, «quando il Destino si accanisce, l’Uomo soccombe». Eravamo in una condizione dove non potevamo permetterci di perdere tempo oltre le soste fotografiche.

Ho iniziato io quando le vibrazioni del monocilindrico hanno spezzato i cavi con cui alimentavo il GPS. Qui si navigava seguendo la traccia, quello strumento era necessario. Una persona intelligente avrebbe portato con sé delle pile di ricambio, ma io sono un cretino.

Per fortuna, il Garmin serie 600 poteva funzionare anche con le pile stilo, che però andavano comprate, uscendo dalla traccia e vagando per l’altopiano di Asiago in cerca di un paese con emporio.

Ma, prima ancora di trovare l’asfalto, Danilka forò la gomma posteriore. I due amici mi dissero: «Tu vai piano come un paracarro, quindi procedi. Noi ripariamo e poi ti raggiungiamo a manetta». A quel punto esplose un temporale spaventoso, con tanto di grandine. Io uscii dalla traccia e andai alla ricerca di un negozio che vendesse pile, ma trovavo o bar che non le avevano o botteghe chiuse. E diluviava, per cui dovevo guidare felpato.

Tra il rifugio Broscon e il monte Corno la grandinata si fece potente, in pratica era come guidare sulla neve, quindi la velocità scese drammaticamente.

Poi uscii dalla traccia per cercare un benzinaio e ovviamente fu quello il momento in cui Danilka e Nagio, i miei compari, mi passarono davanti pensando di essere dietro. Per fortuna che c’era un punto di controllo, dove chiesero se qualcuno mi aveva visto passare, capendo così di doversi fermare ad aspettarmi.

Sul monte Frate, a quota 1.680, il trio era di nuovo ricomposto. Attraversammo la magica Piana di Marcesina e abbandonammo l’altopiano di Asiago. Planati in Val Sugana, trovammo Valter Rasera in persona, in mezzo alla strada e con le braccia spalancate.

«Siete in ritardo, dovete tagliare su asfalto dritti fino a Nervesa della Battaglia per la cena». Ci stava dicendo di tagliare 209 km secchi di percorso, su e giù per le montagne, in cambio di 76 km di noiosissimo asfalto di pianura.

Allora ci mettemmo a contrattare per poter fare almeno il monte Grappa, che è il pezzo più figo.«Ma poi avreste meno tempo per dormire». In effetti il programma prevedeva che, dopo la cena, si dormisse qualche ora, per ripartire tutti insieme all’una di notte. «Siamo veterani della HAT, non dormiamo».

Eravamo troppo curiosi di vedere che percorso era stato scelto per salire ai 1.726 metri del Grappa, e non restammo delusi.

Ma a Nervesa della Battaglia (TV) arrivammo solo alle 23:00. C’era ancora cibo per la cena, ma pochissimo tempo per dormire. La cosa fantastica è che questo punto tappa era ubicato in un museo aeronautico, quello della Fondazione Jonathan, pieno di aerei storici, molti dei quali ancora in grado di volare (c’era pure la pista di decollo).

Ci dissero di andare a dormire in mezzo agli aerei. Ma noi, avendo già partecipato a sette HAT, avevamo capito che non eravamo in grado di dormire a orari stabiliti, ma solo quando ci venivano i colpi di sonno.

Per cui risolvemmo la cosa a modo nostro, con i classici microsonni da un quarto d’ora qua e là. Nelle foto siamo a Modolo (BL) e a Pian della Rosada, sull’altopiano del Cansiglio (BL).

La tratta notturna era un tappone da 233 km che andava concluso per l’ora di colazione a Spilimbergo (PN). Ci vide in cima al Monte Torresel (1.000 m), su una sterrata parallela alla strada asfaltata del famoso Passo San Boldo e poi, attraverso l’altopiano del Cansiglio, affrontammo le interminabili sterrate di campagna nei dintorni di Aviano (PN). Ma i microsonni ci resero troppo lenti, così dovemmo segare via il Col Gallina. Di quei 233 km riuscimmo a farne 198.

Avevamo molte aspettative dalla tratta sui magredi, ovvero i fiumi che sprofondano nel sottosuolo, lasciando in superficie impressionanti deserti di ghiaia. In foto vedete il Cellina, ma ci sono anche il Meduna, il Tagliamento, il Cosa, il Fella e altri.

Gli appassionati incalliti di Dakar conoscono bene questi posti perché è dove KTM e BMW hanno sviluppato le loro moto da rally. Qua Meoni, con un giovanissimo Botturi, svezzò la KTM LC8 950 Adventure.

Però qua la traccia passava solo su asfalto… Peccato, peccato davvero, se la traccia fosse passata per i ghiaioni sarebbe stata una citazione storica, ma ci siamo rifatti sul Tagliamento.

A Spilimbergo, a fare la colazione con noi, trovammo proprio Valter Rasera. Si faceva anche lui la notte in piedi. Non so spiegare perché, ma ho partecipato a quattro Harditaroad e non ho una sola foto di Maurizio. Solo di Valter. Ricordo che lungo il percorso incontravo solo lui.

Con questa formula in cui eri obbligato a rispettare l’orario dei ristori è vero che tagliavi un sacco di pezzi se non eri impeccabile, però non era male ripartire ogni volta insieme a tutti gli altri. Ti sentivi come un alunno bocciato ma promosso.

Della successiva tappa, 120 km fino a Redipuglia, ho un vuoto di memoria. Ricordo che fu bello come sempre costeggiare il Tagliamento, ma poi noi facemmo un drittone su asfalto che ridusse la lunghezza a 85 km, saltando pezzi.

Non so se ciò fosse dovuto al fatto che Valter ci aveva detto ancora di tagliare perché s’era reso conto che 900 km in 28 ore erano decisamente troppi per tutti, anche perché c’erano le soste e le ripartenze obbligate che dilatavano i tempi.

Fatto sta che, arrivati al Sacrario di Redipuglia (GO), Valter annunciò che era troppo tardi per tutti. La tappa finale, 108 km attraverso la Slovenia, venne eliminata del tutto e rimpiazzata con 37 km di asfalto dritti dritti fino a Trieste. Arrivarci così, senza un metro di fuoristrada, apparve un po’ come una forzatura.

Ti sentivi come un alunno bocciato ma promosso

Ma fu comunque grandioso finire questa faticaccia in Piazza Unità d’Italia, con un ottimo pranzo a base di pesce. Era davvero bello essere lì. Si noti che, su 900 km previsti, ne avevamo fatti “solo” 670, ma nello stesso tempo in cui alla Hat Classic ne facevamo 540.

A quel punto, dopo avere dormito poco o nulla, ci aspettavano i 400 km di autostrada per tornare a Milano, con il caldo torrido dell’estate, che aumenta i colpi di sonno. Rispetto ai 220 km freschi per tornare dalla Hat, questi erano infinitamente più faticosi. Ma era il prezzo da pagare per una traversata di grande fascino.

Le altre edizioni della Trento-Trieste in brevissimo

Visto che ho già scritto un botto, non posso che fare un riassuntone. Per la seconda edizione, Valter e Maurizio avevano chiaramente capito che i tempi andavano dilatati. Partendo il venerdì sera e facendo due notturne, persino io riuscii a fare quei 900 km senza tagliare un solo pezzo, Slovenia compresa.

Addirittura arrivai al ristoro in vetta al monte Grappa prima che venisse aperto, dovendo così affrontare l’attesa con un freddo porco, nonostante fosse luglio.

Fu un’edizione magnifica, al termine della quale Valter litigò di brutto con Maurizio. Un’amicizia che risaliva all’adolescenza finì di colpo, con uno che diceva «Non so perché» e l’altro «Non lo voglio dire». Così Maurizio è andato avanti da solo.

All’edizione 2018 sentii molto la mancanza di Valter in mezzo alla strada a infondermi coraggio… o a dirmi di tagliare, però Maurizio se la cavò benissimo. Il percorso fu il più bello di sempre, dato che si spinse fino al Cadore e alla Carnia (in foto vedete la Panoramica delle Vette sul Monte Crostis).

Il problema è che la gente era stufa di dover arrivare per forza fino a Trieste, perché il ritorno a casa era una purga sia per la distanza, sia perché ormai la maggior parte della gente era schiava di carrelli e furgoni e dovevano andare a riprenderseli a Trento.

Io la consideravo una sofferenza necessaria per avere un percorso così bello e una meta finale agli estremi confini dell’Italia, ma la maggior parte delle persone ci vedeva più scocciature che poesia. Così, per il 2019, Maurizio cambiò radicalmente il percorso: partenza e arrivo a Marostica, più abolizione della guida in notturna.

Il percorso era sempre bellissimo, anche se molti paesaggi erano cambiati per colpa dell’uragano Vaia di 9 mesi prima (in foto, la Piana di Marcesina). Ma le modifiche al percorso avevano reso questo evento uguale a tutti gli altri.

Un conto è partire sapendo che hai una meta lontanissima da raggiungere e un altro è sapere che stai facendo un anello: è molto meno affascinante, anche se è immensamente più pratico. E poi non c’era neanche più la Magia della Notte (sì, lo scrivo maiuscolo).

All’uomo succede così: inventa cose geniali, affascinanti ma faticose, quindi le addolcisce e, a quel punto, non hanno più il fascino di prima. Vedi l’enorme differenza di fascino tra una moto da enduro con aria e pedale e una moderna. So che di Harditaroad è stata fatta ancora qualche altra edizione, ma non vi ho più partecipato.

Soprattutto, mi sono sempre domandato se la Trento-Trieste sarebbe diventata una Marostica-Marostica, se Valter Rasera vi fosse stato ancora coinvolto.