Gli orrori del monte Cornetto

Un posto strano visto da lontano, una notte da incubo, montagne scozzesi… Siamo in Lessinia e se ne parliamo è per colpa di MBE.

di Mario Ciaccia


Gennaio 2026. Tutta la redazione di RoadBook è a Verona per Motor Bike Expo, la fiera che accende la voglia di moto anche se il tempo è infame. Beh, dai, non proprio infame, se consideriamo che in città sta piovendo ma lassù, sulle alture della Lessinia che incombono su Verona, sta nevicando.

Dalla finestra dell’albergo si vedono quelle montagne e siccome io sono un fanatico, le fotografo con il teleobiettivo, per poi cercare di capire come si chiamano. E un particolare mi turba, dandomi un senso di disagio.

Io il dentino indicato dalla freccia lo conosco bene! E ho imparato a odiarlo. Tanto per essere didascalici: il primo da sinistra è il Corno d’Aquilio (1.545 m), il secondo è il Corno Mozzo (1.535 m) e quello indicato dalla freccia è il monte Cornetto (1.543 m).

Ovviamente, se li cercate su Google Maps non li trovate (è l’app di navigazione più usata, ma è anche una delle più povere di informazioni), a parte il punto fotografico della Croce Corno d’Aquilio e il Ristoro La Cornetta, piazzati su Aquilio e Cornetto.

Monte Cornetto e il suo ecomostro

Nel febbraio del 2019 eravamo sul monte Baldo, a imitare l’Elefantentreffen. Questa montagna è una sorta di balena, messa per il lungo da sud a nord e separa la valle dell’Adige dal Lago di Garda.

Smontate le tende, siamo partiti per la Liguria, con l’intenzione di fare il fiuming del Po e poi montare le tende sulle nevi del Passo del Tomarlo.

Per cui è successo che, a un certo punto, dal Baldo si sono visti i monti della Lessinia, separati da noi dal profondissimo solco della Valle dell’Adige.

E dall’altra parte si notava una costruzione stranissima, simile a una pinna di squalo. Balene di qua, squali di là.

La visione è impressionante, perché tra quella pinna di squalo e il fondovalle c’è un salto di 1.400 m di dislivello e i monti sono quasi verticali.

Comunque eravamo curiosi, così abbiamo estratto il teleobiettivo per vederci meglio. E, a quel punto, da pinna di squalo quella cosa è diventata la coda di un aereo.

Cosa diavolo era? Un rifugio? Un ripetitore? La Fortezza Bastiani de Il Deserto dei Tartari? Una volta a casa abbiamo indagato e abbiamo scoperto che si chiama Punto SIP, che si trova in vetta al monte Cornetto a quota 1.543, che è un ecomostro che faceva da ripetitore, ma che è stato abbandonato.

La SIP ha identificato quella montagna come punto ideale per un ripetitore a fine anni Settanta e lo ha fatto costruire alla ditta Osanni di Minerbe (VR), che lo ha terminato agli inizi degli anni Ottanta.

Monte Cornetto e il Punto SIP, storie tese

Su Google Earth si trova questa foto in cui si capisce meglio come sia fatta la “coda dell’aereo”. A capo del cantiere venne messo il geometra Claudio Bissoli. Lui e appena cinque operai si insediarono a Sega di Ala, un piccolo villaggio turistico a quota 1.240 m e subito si scontrarono con i grossi problemi di dover costruire un ripetitore in vetta a una montagna.

Per prima cosa realizzarono una strada sterrata che arrivava lassù, ma poi dovettero combattere non solo con il freddo dei 1.500 m sulle Alpi, ma anche con il vento, che era fortissimo e incessante quasi tutti i giorni dell’anno.

Andiamo a dormire là dentro, uno dei prossimi inverni

Il lavoro costò molto più del previsto: ben 1.250.000.000 di lire. Tutto questo per un manufatto che funzionò soltanto per una decina d’anni, per poi venire abbandonato.

Si tratta, quindi, di un ghiottissimo luogo degno di urbex (urban exploration), come viene nominata la mania di andare a caccia di edifici abbandonati. Nel nostro caso, siamo sia amanti dell’urbex sia delle tendate in posti selvaggi, per cui ci siamo detti: «Andiamo a dormire là dentro, uno dei prossimi inverni».

Come si arriva sul monte Cornetto

Quella montagna si trova esattamente tra due passi stradali: il Passo delle Fittanze, 1.399 m e il Col di Pealda Bassa (1.471 m) che su Google Maps non è indicato, ma lo trovate seguendo la SP12 fino al punto in cui si stacca la strada per il Ristoro La Cornetta.

Il Fittanze è tutto asfaltato e presenta un versante nord ripidissimo e pauroso, per via degli strapiombi, mentre a sud è un altopiano che degrada dolcemente verso Verona.

Il Pealda Bassa invece è sterrato per un tratto lungo qualche km e d’inverno viene abbandonato a se stesso.

Nel marzo del 2015 avevamo già provato a raggiungere il Pealda Bassa, ma era ancora innevato e noi avevamo moto completamente stradali.

S’è creata la solita discussione tra gli irrazionali che dicono «Dai, proviamoci, spingiamoci» e i razionali «Solo un imbecille può andare avanti in una situazione simile» e abbiamo girato le moto.

Monte Cornetto, perché tanto odio?

Nel gennaio del 2022 abbiamo deciso di andare a dormire dentro il Punto SIP. Ovviamente la strada sarebbe stata chiusa per neve, così abbiamo deciso di usare le biciclette.

Eravamo in tre: mio figlio Filippo detto Pupu’z, un amico chiamato Franz Ferro e io. Il Pupu’z aveva 15 anni e lo abbiamo motivato con i soliti discorsi del valore eroico della fatica, del cervello che controlla la voglia di mollare, dello stringere i denti a ogni costo, delle lacrime & sangue. Ma poi ci siamo presentati al via a bordo di e-bike, mentre lui aveva una muscolare.

Le previsioni meteo erano terribili. Aveva nevicato a dicembre, poi le temperature s’erano alzate e, insieme al vento, avevano spazzato via la neve.

Ciò che restava era una crosta di ghiaccio vivo, su cui avanzavamo a fatica spingendo le biciclette, mentre la pinna di squalo del Punto SIP si ergeva minacciosa là in fondo.

Per la notte erano previste tantissima pioggia con venti belli potenti. Ma questa era l’ultima occasione di stare in giro due giorni con il Pupu’z prima che tornasse a scuola, per cui andammo lo stesso.

Ovviamente ci sparammo gli UomoMezzo con il Punto SIP dietro di noi. La cosa strana è che iniziammo la salita con zero gradi e, più salivamo di quota, più la temperatura si alzava, mentre il vento aumentava. In vetta c’erano 2 gradi sopra lo zero.

Il piano era quello di terminare la salita prima che si scatenasse la tempesta e di piazzarci dentro la coda dell’aereo, per goderci al caldo dei sacchi a pelo lo scatenarsi dell’uragano là fuori.

Ma quello che non sapevamo è che, pochi mesi prima della nostra gita, quell’ecomostro era stato acquistato da tre ragazzi, Andrea Laiti, Ivan Marconi e Samuele Tommasi, tutti e tre di Sant’Anna d’Alfaedo (VR), che si trova lì sotto.

Fin da piccoli erano abituati a vedere quell’edificio in cima alla montagna, che stava andando in malora da 30 anni, così hanno pensato di acquistarlo per farne un rifugio, che è il Ristoro La Cornetta che si vede su Google Maps.

Nel frattempo, la SIP era diventata Telecom, poi TIM. La trattativa per l’acquisto, durata a lungo, è stata affrontata con la TIM di Mestre.

Noi non sapevamo nulla di questa storia, del resto il posto era appena stato acquistato e doveva ancora essere messo a posto. Però gli avevano costruito un cancello tutto intorno, chiuso con il lucchetto. Una cosa era certa: non avremmo dormito lì dentro.

C’eravamo comunque portati le tende, quindi è sorta la discussione su dove montarle. Franz Ferro, “il razionale”, diceva: «C’è troppo vento, scendiamo a Sega di Ala e accampiamoci tra le case».

Io mi indignavo: «Ma così uccidi la Poesia! È molto più intrigante dormire in vetta. Cosa vuoi che sia un po’ di vento?». Il Pupu’z aveva 15 anni, la nostra discussione non lo interessava.

Inizia l’incubo sul monte Cornetto

Vincevo io e iniziava così la peggiore notte in tenda della mia vita… ma anche degli altri due.

Io amo la tenda, la uso dagli anni Ottanta, ci dormo svariate volte all’anno, estate e inverno, ho preso un sacco di pioggia, temporali e notti fino a -25°C. Ma non m’era mai capitata una cosa simile.

Per montare le tende, che erano piccole monoposto, occorrevano tre persone tutte insieme. Il telo volava via, i picchetti non entravano nel terreno congelato. Franz si infilava in tenda alle 18 e si metteva a dormire. Io e Pupu’z tentavamo di cucinare, ma il vento spegneva la fiamma.

Ci rassegnavamo a cenare con un pandoro: può capitare di peggio. Eravamo comunque vestiti bene, amavamo la montagna e i suoi comportamenti estremi, quel vento ci affascinava, le tende reggevano, insomma, era meglio che stare a casa.

Mio figlio non è di quelli che viene costretto dal padre a seguirlo nelle idiozie, come dire… è scemo di suo.

Poi, come previsto, si è messo a piovere forte. Molto forte, mentre il vento aumentava. A me piace molto stare dentro la tenda, ficcato dentro un piumone d’oca da due chili, ascoltando il picchiettare della tenda e l’urlare del vento. Mio figlio invece si guardava il film Inception sullo smartphone, con le cuffie.

Mezzanotte sul monte Cornetto

Tutti e tre ricordiamo quella notte come un disperato tentativo di dormire e fare finta che andasse tutto bene, mentre intorno a noi si scatenava un uragano. Ognuno era dentro una tenda monoposto e si sentivano urla: «Papà, mi si staccano i picchetti». «Anche a me».

Per Franz Ferro la notte s’è risolta con tanti scossoni, ma la sua tenda Louis ha tenuto. Sulla Bertoni Stealth di mio figlio c’è stato solo un piccolo strappo, ma l’acqua ha iniziato a entrare da lì e gli gocciolava addosso.

Alla mia Ferrino Nemesi 1 è andata invece malissimo. Non so che diavolo di giri facesse il vento, là fuori, ma ha stritolato la mia tenda, spingendo da entrambi i lati, per cui tutte e due le pareti mi hanno schiacciato. Il contatto con le pareti bagnate ha permesso all’acqua di passare e così mi sono reso conto che l’intero sacco a pelo da 2,3 kg si stava riempendo d’acqua e io non potevo farci nulla.

La peggiore notte in tenda della mia vita

Piano piano l’acqua ha attraversato tutte le piume e io ho iniziato a bagnarmi. Un sacco a pelo enorme di piume d’oca è una meraviglia, se è asciutto. Se è bagnato, è come stare in fondo a un pozzo pieno di acqua ghiacciata.

La tentazione era quella di uscire e cercare riparo, ma eravamo in cima a una montagna, col buio pesto, il nulla intorno e sterrate ricoperte di ghiaccio per scendere a valle. A questo si aggiunge il particolare stato di depressione di quando ci si trova sdraiati, di notte, al buio e si tende ad avere pensieri devastanti.

L’unica cosa era aspettare che arrivasse l’alba, concentrandomi per resistere al freddo spaventoso che provavo essendo bagnato fradicio.

L’alba è arrivata e già il fatto che ci fosse la luce ha messo le cose in una prospettiva meno tragica. In questa foto, scattata dal Pupu’z, ci sono io completamente fradicio che sto tentando di mettere le calze asciutte di ricambio, ma sono sotto la pioggia, sai che idea geniale.

La mia tenda era rovesciata, scomposta, il sacco a pelo era uscito ed era dentro una pozzanghera ma me ne fregavo, era già bagnato e io là dentro avevo già dato.

Volevamo solo fuggire

Franz era l’unico asciutto, ma era anche l’unico pirla che non si era portato la tuta antiacqua, per cui si è bagnato una volta uscito.

Il viaggio di rientro è stato uno dei più bagnati e nebbiosi che io ricordi di avere mai fatto in bicicletta. La cosa strana è che ricordiamo questa cosa come un incubo, ma siamo contenti di averla vissuta, anche se la maggior parte della gente a cui la racconto (e voi che leggete) mi dà del fesso.

Probabilmente il contatto con la natura permesso dalla tenda è un’esperienza così potente che si accetta di viverla anche quando le condizioni si fanno toste e aggressive per la nostra comfort zone.

Così non ho detto «Mai più», ma ho deciso che è meglio avere una tenda a due posti, in cui le pareti non mi toccherebbero in caso di venti stritolanti. Dobbiamo però ringraziare Bertoni, che ci ha riparato lo strappo senza chiedere soldi.

In più, se prevedono notti come quelle, cerco posti riparati, anche se le vette sono molto più fighe.

Il Passo delle Fittanze segnava il ritorno all’asfalto, ma mancava ancora parecchia strada. Ero stato qui diverse volte in moto, ma con quella nebbia aveva un fascino irripetibile.

Tre anni dopo

Nel marzo del 2025 ho deciso di tornare a dormire in quella zona, ma in moto e l’ho proposto agli amanti del genere.

Come già raccontato, il Cornetto si trova in cima alla montagna che separa il Fittanze dal Pealda Bassa e c’è una sterrata che collega i due valichi passando per l’ala dell’aereo. Ci sono anche tante altre sterrate. Alcune sono palesemente vietate, altre aperte al traffico, altre ancora non hanno cartelli ma non si capisce.

Barcamenandoci in questi dubbi abbiamo percorso una strada sterrata che passava sotto al Cornetto, evitando però quella fatta in bicicletta. Manco a farlo apposta, il tempo era ancora cattivo, anche se non a quei livelli.

Siete mai stati in Lessinia? Nella parte alta presenta montagne tondeggianti con pochi alberi, stradine costeggiate da lastre di pietra, è davvero suggestiva e ricorda da matti le Highlands scozzesi.

Poiché sapevamo che sarebbe venuto a piovere, cercavamo un riparo. Dal 2022 a oggi ho preso ancora tantissima pioggia in tenda, ma mai ai livelli di quella tempesta sul Cornetto. Quello è stato un caso eccezionale.

Ma siccome siamo un bel gruppo e ci piace cucinare con i fornellini, ascoltare musica e chiacchierare fino a tardi, cerchiamo tettoie, quando piove. Abbiamo anche i tarp, che sono delle verande tascabili, ma preferiamo una tettoia.

Vedevamo, là a destra, una malga chiusa. In marzo, di solito, qui c’è un metro di neve, ma il 2025 è stato un disastro, dal punto di vista invernale.

Infatti al posto della neve, c’erano prati gialli e un’atmosfera plumbea che ci dicevano comunque che non era primavera. Tutte le malghe erano chiuse e non c’erano animali al pascolo. Per cui abbiamo pensato che la tettoia all’estrema destra della foto potesse andare bene per la cena.

Ma siamo fuggiti. Là sotto c’era uno strato impressionante di cacche di capra. Succede spesso: troviamo dei posti buoni per cenare sotto la pioggia, ma sono ricoperti da quella roba. Era comunque suggestivo cercare tettoie in un posto completamente privo di esseri viventi: niente persone, auto, animali.

Alla fine l’abbiamo trovata. Ha piovuto, ma noi stavamo bene. C’erano persino delle sedie e dei tavoli. E non c’era vento. Però eravamo arrivati qui senza vedere la pinna dello squalo. Quella l’abbiamo vista il giorno dopo, quando ci sgranchivamo le gambe.

Eccola lì. Al tempo, era già diventata il Ristoro La Cornetta. Buffissimi quei balconi senza finestre, messi su quasi per scherzo. Da quelli il panorama dev’essere notevole. Buffo però come noi si sia portati ad accettare gli ecomostro quando siamo suggestionati dalla storia che c’è dietro di loro.

Come già successo in bici, anche quelli delle moto si sono fatti fare l’UomoMezzo con il Punto SIP alle spalle.

Quindi l’articolo finisce con noi che scendiamo dal Fittanze giù giù fino al fiume Adige, per poi andare a mangiare sul Passo del Redebus e a piantare le tende sul Passo Rolle. Però, prima di morire, un salto a mangiare al Ristoro La Cornetta lo dobbiamo fare.