Dune, palme e dromedari. Avrete imparato anche voi, da piccoli, che i deserti erano quello. Ma più passa il tempo e più ci rendiamo conto che è una somma di aspetto geografico e stato d’animo.
di Mario Ciaccia
In questo periodo ho la fissa sui deserti. Due articoli fa ho scritto quanto fossero cambiati i rally a tappe di tipo africano. Nel secondo ho raccontato la mia esperienza più vicina a una tappa della Dakar. Adesso passo alla filosofia: cos’è veramente un deserto?
La domanda me la sto ponendo da parecchi anni, perché da piccolo pensavo che fosse soltanto quello del Sahara, quindi una distesa infinita di dune sabbiose, con qualche oasi ogni tanto.
In realtà, cercando in rete, la definizione predominante per “deserto” si riferisce a una zona arida priva di vita animale e vegetazione, quindi potrebbe essere anche un ghiacciaio o una città abbandonata, ma io porterò il discorso anche verso gli stati d’animo indotti da determinati paesaggi. In questa prima puntata mi limiterò ai deserti “canonici”, quelli africani.
Avevo già in mente questo articolo quando sono andato a sciare a Pila (AO) e, dalla Platta de Grevon (2.752 m), osservavo il gruppo della Torre del Gran San Pietro (3.692 m) e mi domandavo: perché l’alta montagna non dovrebbe essere considerata un deserto alla stregua del Sahara?
Il mare è pieno di vita e di acqua, ma se ti ci trovi in mezzo, senza vedere terra a 360°, determina sensazioni da deserto anche lui.
Deserti in moto, la Tunisia
Come spiegavo, da piccolo pensavo che il Sahara fosse il deserto per antonomasia. Quando ho iniziato ad andare in moto, ho pensato che prima o poi ci sarei andato. Il modo più facile, da Milano, era andare a Genova, salire su una nave chiamata Habib e sbarcare in Tunisia, dove in meno di 500 km iniziava la pista per Ksar Ghilane, un’oasi con un laghetto pieno di acqua calda nel bel mezzo del Grande Erg.
Così nel novembre del 1997 con un gruppetto, composto tutto da milanesi, organizzammo un viaggetto in Tunisia, facendoci prestare un GPS Garmin a forma di Toblerone da un certo Michele Gallizia, che andava spesso nel deserto ed era considerato il nostro vate. Lo scopo era festeggiare il Capodanno del 1998. Allora a Ksar Ghilane c’era un solo campo tendato mentre oggi sono di più, ci sono anche un paio di strutture in muratura e parecchio fascino se n’è andato.
La mia prima volta nel Sahara fu una folgorazione, anche se a Ksar Ghilane le dune sono piccole e poco spettacolari. Quel panorama mi piaceva tantissimo, lo avevo sognato per anni ma dal vivo era ancora meglio che in foto. Perché la foto non ti fa provare l’euforica sensazione di essere un puntino isolato su una porzione della Terra che si mette a nudo, dove lo sguardo spazia all’infinito senza vedere segni di vita umana o animale.
Questa cosa, irrazionalmente, rende felici o spaventa, a seconda di come si è fatti: è un po’ lo stesso che succede quando nevica. Perché alcune persone, nel solo vedere i primi fiocchi venire a terra, si sentono improvvisamente felici? Non lo sanno neanche loro.
Una cosa simile succede sulle bianche distese di rocce e sassi della Via del Sale di Limone Piemonte, dalle parti del Colle dei Signori (2.107 m). La maggior parte della gente che ci passa è in estasi, ma c’è capitato di sentire degli amici che dicevano «Che schifo, non c’è neanche un albero». Per me, anche il Colle dei Signori è un deserto.
Dunque, la Tunisia mi è piaciuta tantissimo e ci sono tante cose da vedere, alcune particolari come il set dei film della serie Star Wars che resiste da 50 anni. Ma, nell’attraversarla, mi resi conto che di desertico non c’era solo il Grande Erg con le sue piccole dune. A parte il nord, che è coltivato, tutta la nazione mi era parsa arida e disabitata.
La maggior parte del territorio è montagnoso, fatto di terra dura o rocce. Oppure ci sono dei laghi salati completamente prosciugati, con il sale che brilla al suolo. Il più famoso è il Chott el Djerid, che è enorme e ospita un pullman abbandonato e in malora, forse il più fotografato al mondo.
La sensazione era di stare scorrazzando per un enorme deserto, in cui le dune e la sabbia erano solo una parte dello spettacolo. Gallizia e altri ci avevano detto che la Tunisia era il modo più facile e rilassante per iniziare a viaggiare in Africa, ma noi lo trovammo un viaggio tosto.
Poiché avevamo un GPS con caricati i waypoint delle località che ci interessavano, viaggiavamo spesso e volentieri in fuoripista, quindi o su pietraie belle consistenti oppure tentando di scalare dune piccole e molli, ripide e con la consistenza del borotalco.
Avevamo tutti quanti monocilindriche giapponesi con cilindrate comprese tra i 350 e i 600 cc. Faceva eccezione Gian Ernesto Astori, che aveva una Yamaha Super Ténéré 750 ed era il più bravo del gruppo, tanto che a partire dal 2004 ha partecipato a diverse Dakar.
Non avremmo mai pensato che in Tunisia avremmo trovato mulattiere a gradoni simili a quelle che ci facevano soffrire nelle valli bergamasche. Incredibile poi come i local arrivassero in qualsiasi posto con i cinquantini monomarcia!
Deserti in moto, il Marocco
Come evoluzione di un viaggio simile la volta dopo si andava in Marocco, perché in Algeria c’era la guerra civile e in Libia c’era la menata della guida obbligatoria. Una volta assimilato il concetto che le sensazioni da regione desertica potevano arrivare anche da paesaggi rocciosi e terrosi, il Marocco diventava una meta seducente.
Il deserto: una zona arida priva di vita animale e vegetazione
Più lontano e difficile da raggiungere della Tunisia, con meno deserti di sabbia ma montagne che superavano i 4.000 m contro i 1.500 tunisini, il Marocco me lo ricordo diviso nettamente in due dall’Atlante, con un po’ di verde a nord e l’aridità assoluta a sud, soprattutto sotto forma di curiose gobbe di terra che si estendono a perdita d’occhio
Se siete appassionati di fotografia, sappiate che la foto sopra l’ho scattata con una compatta a pellicola che mi faceva impazzire, la Contax TVS con ottica Zeiss, che scattava foto nitide con colori molto belli. Ho ritrovato qualcosa di simile, nel mondo digitale, con le Fuji della serie X100, ma la divagazione fotografica finisce qui. Scusate la botta di nostalgia, ma quella foto mi ha fatto ricordare quel gioiello, che poi mi venne rubato sotto il naso durante un Elefantentreffen.
Tornando al Marocco, ci colpì il fatto che c’erano delle zone piene di sabbia, ma senza dune, come in questa pista tra M’Hamid El Ghizlane e Foum Zguid. Come si formano le dune? Solo col vento? E come fanno a diventare alte persino 300 metri? È uno dei misteri della natura che non riusciamo a comprendere neanche quando ce lo spiegano.
Tuttavia, ciò che in assoluto rende il Marocco un posto eccezionale sono le piste sterrate che si arrampicano sull’Atlante fino ai 3.000 metri di quota, su montagne di colore rossastro/rosato.
Deserti in moto, l’Oman
Quando sono riuscito a fare della passione per la moto un lavoro, mi sono tolto un’impressionante serie di sfizi riguardo ai deserti, rafforzando la percezione che le dune fossero solo una parte del discorso.
Negli Emirati Arabi Uniti e in Oman, che sono in Asia ma geograficamente sembrano africani in tutto e per tutto, ci sono deserti immensi con dune enormi, come nell’Al-Rimāl Wahiba che vediamo a sinistra, ma ci sono anche montagne che raggiungono i 3.000 metri di quota senza avere una sola pianta sulla loro groppa, come il Jabal Sham qui sopra a destra. Sulla vetta dello Sham, tra l’altro, ci si arriva con una goduriosa lasagnona sterrata.
Deserti in moto, Libia
Credo di poter affermare che Libia e Namibia siano la tesi di laurea delle dune altissime, anche 500 m, simili a profiterole. Ci sono stato due volte e in ciascuna di esse non credevo a quello che vedevo. «Ma è roba vera? Ed è sabbia o cioccolato?».
L’euforica sensazione di essere un puntino isolato
Dopo avere visto questo, avrei potuto morire felice. E ho anche scoperto che laggiù le dune erano più solide che in Tunisia, per cui scalarle fino in cima era relativamente agevole. Nello specifico sto parlando del deserto del Murzuq, che si trova proprio in mezzo alla Libia ed è grande come la Svizzera ma non ha neanche un albero, un paese o un corso d’acqua.
Il Murzuq è una goduria, se per caso dovesse capitare di trovarsi lì con una fotocamera in mano. Mi sono trovato diverse volte completamente solo, in cima a una duna, ad aspettare che arrivassero le moto e ho scoperto una cosa fantastica: ogni tanto sulle dune ci sono delle slavine.
Si staccano “placche” di sabbia, come sulla neve e viene a crearsi un incredibile rumore di campanellini, assolutamente celestiale, che ricorda quello dei cristalli che sbattono tra loro quando i laghi stanno passando dallo stato liquido a quello ghiacciato e c’è un po’ di vento.
Altri due generi di deserti libici: quello dell’Akakus, un mix di dune di sabbia e rocce di colore scuro e quello delle periferie delle città che Gheddafi sperava di popolare, come Sebha.
Deserti in moto, la claustrofobia
Non sto sbagliando. Lo so che la claustrofobia ti viene quando ti ritrovi in uno spazio così ristretto che non vedi vie di fuga, ti senti soffocare e ti viene da impazzire. Nel deserto succede il contrario: a farti sentire imprigionato è l’idea di avere tutto quello spazio vuoto intorno.
Negli anni ’80 ci fu un famoso endurista (non dico chi è perché magari non ama venire ricordato per questo) che venne ingaggiato per correre la Dakar ma si ritirò durante la prima tappa, perché non riuscì a gestire l’angoscia di ritrovarsi da solo in mezzo al nulla. Che poi è la stessa sensazione che ad altri dà euforia e gioia di vivere, come succede a me. Ma io sto parlando di claustrofobia da deserto.
La prima volta che mi successe fu in Marocco ad agosto: la temperatura era sempre sopra i 40°, negli alberghi ci facevano dormire sui tetti perché le stanze erano delle fornaci (nella foto sopra, due camere matrimoniali), non c’era energia elettrica e quindi si potevano bere solo bevande calde, che poi erano soprattutto Coca Cola perché non ci fidavamo dell’acqua confezionata.
E la Coca Cola calda non disseta, è una roba appiccicosa che scorre lentamente nella tua gola. Dopo qualche giorno passato a bere soltanto quella roba, il cervello inizia a farsi viaggi. A farmi soffocare e a darmi l’effetto di claustrofobia fu il fatto che, dopo 5 giorni, ero in astinenza totale da sensazioni di freschezza di qualsiasi genere.
Acqua, aria, frigoriferi, aria condizionata, non c’era nulla. Non mi era mai capitato di stare così lontano dalla frescura, per cui mi sentivo oppresso, chiuso in una gabbia di calore. Da una parte ero esaltato dalle cose che vedevo e che vivevo, dall’altra mi sentivo soffocare. E mi arrabbiavo con me stesso per essere così.
La seconda volta m’è successo in Libia, più o meno al quinto giorno di viaggio. Era novembre e non soffrivo né il caldo né la sete, di notte faceva fresco, ma questa volta è stata la totale mancanza di verde e di fiumi a farmi sentire strano e ingabbiato in un panorama a cui mancava qualcosa.
È difficile spiegare questa faccenda, perché i paesaggi della Libia mi hanno esaltato veramente (sopra vediamo l’Akakus) però ogni giorno che passava provavo questo malessere che cercavo di scacciare dal mio cervello. Il non vedere elementi “rassicuranti” del paesaggio che mi era familiare mi stava straniando la mente.
Avete in mente quando siete in astinenza e vi vengono i pensieri impuri? Ecco, a me venivano in mente cascate, onde marine, boschi di abeti. Quando ci dissero che saremmo andati ai laghi salati del deserto dell’Awbāri, mi immaginavo laghetti svizzeri dominati da ghiacciai.
L’effetto era un po’ diverso, ma era già sufficiente per provare benessere. C’ho pure fatto il bagno in quella broda, ma non nuotato perché c’era così tanto sale che i piedi galleggiavano da soli, come se fossi sdraiato su un materasso.
Dopo dieci giorni di Libia, vedendo sempre e solo sabbia e rocce, quando tornai in Italia e scesi a Malpensa stava piovendo e il paesaggio era ai massimi livelli di squallore, ma c’era un’aiuola con erba e fiori e ricordo che provai un senso di benessere inaudito, nel vederla.
La stranezza è che io sono esaltato dai deserti, così come tantissimi tra voi, quindi questa sensazione di claustrofobia fa parte del loro fascino.
Nella prossima puntata parlerò dei deserti del Sud America, incredibilmente belli anche loro, però lì non ho provato mai quella strana sensazione di claustrofobia.

