Deserti in moto, la magia del Sud America

In Sud America i deserti canonici (dune, dromedari) non sono estesi come in Africa, mentre abbondano quelli di terra, roccia, magari con montagne, vulcani e ghiacciai: un’alternanza di freddo/caldo che rende quei posti molto particolari.

di Mario Ciaccia


Nel mio articolo precedente parlavo di quanto i deserti africani, per quanto affascinanti a livelli incommensurabili, mi facevano capire così bene di essere luoghi privi di vita che, a lungo andare, mi mettevano a disagio, facendomi provare nostalgia per luoghi freschi, con i prati e l’acqua.

Niente di tutto questo mi è successo quando sono andato in Sud America. Laggiù non c’è il canonico deserto sconfinato, con le dune e le piccole oasi piene di palme. Quelli con le dune ci sono, ma non sono mai immensi come in Africa.

Il deserto si esprime soprattutto sotto forma di terra e rocce. Soprattutto, anche quando c’è la vegetazione è la costante sensazione di essere in luoghi poco o nulla abitati dagli esseri umani che mi fa provare quella adorabile sensazione di essere in un deserto. Ma laggiù mi veniva voglia di fermarmi a vivere, a differenza che in Africa.

In Patagonia è facile capire perché: il clima è freddo, ci sono i ghiacciai, come il famoso Perito Moreno ma anche montagne simili alle nostre Alpi (sopra: il Fitz Roy, 3405 m). Io adoro i climi invernali, quindi se mi metti un deserto in un posto col clima rigido mi crei il paesaggio ideale.

In più la Patagonia argentina è piena di laghi ed è pure affacciata sull’Oceano Atlantico, quindi il mio cervello non soffre l’assenza totale di acqua come in Libia.

Deserti in moto, andare al mare

Nel 2005 venni inviato laggiù per partecipare a un viaggio organizzato da Beta Argentina, che voleva promuovere la nuova RR, ovvero la enduro racing che, all’epoca, montava motori KTM.

In quegli anni la vita costava 7 volte meno che da noi e la gente poteva permettersi solo moto da 125 cc, per cui queste RR erano viste come delle Ferrari. Io arrivai qualche giorno prima della partenza del giro e venni alloggiato in un albergo di Buenos Aires. Ma Duci, l’importatore, un giorno mi disse che saremmo andati al mare.

Pensavo a una roba alla Rimini, col costumino e l’ombrellone, ma lui mi venne a prendere con un furgone, le moto a bordo e l’abbigliamento da fuoristrada.

Pensavo a una roba alla Rimini

Percorremmo qualche centinaio di km a sud della capitale e arrivammo in una pianura, con prati a destra e a sinistra.

Scaricate le moto, prendemmo una sterrata con fondo sabbioso e, dopo pochi km, la strada finì e io non credetti a quello che vedevo.

Per arrivare al mare non c’era una strada, ma si doveva superare una catena di dune enormi. Possibile che non stessi sognando? Era una roba tipo Libia, con dune che passavano i cento metri di altezza.

C’erano tracce di altri veicoli qua e là. Duci mi disse che in questo posto, se volevi andare al mare, non c’erano alternative, dovevi scavallarti tutte queste dune.

La consistenza della sabbia era solida, per cui si riuscivano a scalare anche le dune più alte senza essere Kevin Benavides. Poi, di colpo, oltre una di queste ecco l’Atlantico: una spiaggia immensa, che si estendeva per 37 km a nord di Pinamar. Soprattutto, era deserta.

La gente, per venire qui a fare il bagno, usava quad o 4×4. Io ho fatto il bagno solo perché ho la mania di farlo in tutti i mari che mi capitano a tiro, tipo collezione, ma fu una cosa breve perché passai la giornata ad andare su e giù per le dune.

La cosa inverosimile è che si smotazzava in spiaggia in mezzo ai bagnanti, bambini compresi, senza che nessuno dicesse nulla. Se fai una cosa simile in Italia, ti linciano. L’unico problema è che la gente non era abituata a vedere queste moto e così continuavano a fermarci per fare domande.

Deserti in moto, la Patagonia

Come genere di viaggio mi lacerava l’anima in due. Non era come partire da casa con la propria moto piena di bagagli e assaporare la sfumatura di paesaggi e popoli che, giorno dopo giorno, mi avrebbe portato lontanissimo.

Esattamente come in Libia, avevo preso un aereo, ero finito in poche ore in un mondo completamente diverso dal mio, mi avevano dato delle enduro racing e i bagagli me li portava un furgone: non sembrava un viaggio, eppure lo era. Il grosso vantaggio è che avevamo moto leggerissime e sbagagliate, per cui potevamo affrontare terreni davvero tosti.

Di base era un viaggio anche banale: si partiva dal Lago Buenos Aires e si arrivava al Perito Moreno percorrendo la Ruta 40, una delle strade più famose al mondo. Un’autostrada di ghiaia (all’epoca: so che negli ultimi anni l’hanno asfaltata per lunghi tratti) lunga 5200 km se la fai tutta.

Nel nostro caso avremmo dovuto percorrerne circa 1000 km, ma erano previste un sacco di divagazioni ed è a quello che serviva avere delle enduro leggere.

Molto spesso affrontavamo dei tratti talmente fuoripista che c’erano da attraversare dei canyon nel senso della larghezza, quindi prima scendendo sul fondo e poi cercando di capire come venirne fuori.

Qua sembra il film Hamburger Hill. In pratica tutti questi tratti portavano realmente da qualche parte, ma questa era la prima edizione e non sapevamo che il rallysta che era stato pagato per farci da guida si era intascato i soldi dello scouting senza venire prima a provare il percorso.

Era pura improvvisazione. La gente aveva pagato per fare un percorso bello tosto, lungo oltre 1000 km e che nessuno aveva mai provato prima.

Qui sopra vediamo un bel guado e uno dei laghi salati che capitava di affrontare ogni tanto, dove andare a manetta come a Bonneville.

Le Beta RR erano state dotate di rapporti molto più lunghi di quelli di serie e, nei tratti con vento a favore (che era fortissimo), i più bravi arrivavano a 190 km/h. Io però non osavo superare i 130.

Sci fuoripista. Queste improvvisazioni in cui passavamo diverse ore andando a naso avevano il comprensibile effetto di farmi sentire sempre più in un deserto.

Si era intascato i soldi dello scouting

Altre immagini di tratti fuoripista patagonici, entrambi poco distanti dal lago Cardiel, dove la spedizione conobbe il momento più drammatico, quando il rallysta perse definitivamente l’orientamento e ammise che non aveva mai fatto lo scouting.

Cosa significa attraversare un deserto: la tipa a sinistra e il signore baffuto in mezzo erano due francesi che avevano bucato tre volte sulla Ruta40. Erano rimasti a piedi. Così hanno chiesto aiuto a un’auto di passaggio, le hanno dato una ruota da riparare e questa, che andava verso nord, aveva la missione di raggiungere la prima officina lungo la strada.

A quel punto il gommista avrebbe dovuto dare la ruota riparata a qualcuno diretto a sud. I due francesi erano fermi da due giorni, senza avere alcuna notizia. Non era da escludere che i tipi sull’auto si fossero zanzati la ruota per rivenderla.

Il primo da destra era il medico del viaggio Beta. Stava chiedendo loro come fossero messi a livello cibo e acqua. Una situazione angosciante, ma i due erano apparentemente sereni.

E poi c’erano quelli che chiamavo i “Bagdad Cafè”, ovvero quei posti isolati in mezzo al Nulla che fanno da benzinaio, da emporio, da motel, da punto di incontro per i viaggiatori e per gli eremiti che vivono in zona. A questi ho dedicato loro un articolo e ho parlato del mio preferito, La Siberia, fatto di lamiere ondulate azzurre che sbattevano sbem sbem sbem a causa del vento fortissimo.

In foto vediamo un tipo partito dagli Stati Uniti con una BMW boxer. Lo invidiavo e mi dicevo che anche io avrei fatto questi viaggi di migliaia e migliaia di km (aspettavo sempre di avere abbastanza soldi e tempo) ma proprio in Patagonia successe una cosa terribile.

Punto di incontro per i viaggiatori e per gli eremiti

Paola, la mia compagna, mi scrisse una e-mail dicendo che le mancavo tantissimo, che sapermi dall’altra parte della Terra le metteva l’angoscia e che «Dovremmo mettere un segno a questa storia d’amore facendo un cicciolotto». Mannaggia, era la fine del sogno di fare viaggi lunghissimi, per lo meno di lì ai prossimi anni.

A una lettera così bella non si poteva dire di no, per cui, quando facemmo la foto di gruppo insieme a una famiglia di cileni che gestiva un Bagdad Cafè, io presi in braccio un cicciolotto, per allenarmi alla nuova vita che mi aspettava.

Deserti in moto, l’Agua Negra

Io sono un turista, non seguo le gare di enduro, ma ogni tanto capita. Sono stato mandato a seguire la Sei Giorni solo due volte, nel 2007 in Cile e nel 2021 in Italia e la cosa assurda è che ha vinto l’Italia in entrambe le occasioni. L’assurdo sta nel fatto che, tra il 2008 e il 2020, non c’è mai riuscita.

Sono atterrato a Santiago del Cile e ho guidato per 500 km fino a La Serena, sempre in ambiente desertico. Credevo che la costa del Pacifico fosse verdeggiante…

Qui, per dire, del verde c’era, ma ai piedi di dune di sabbia belle grandi. Eppure sapevo che nelle valli dell’entroterra, come quella dell’Elqui, c’erano le vigne, dove venivano prodotti vini tipo Syrah, Sauvignon Blanc, Chardonnay e Pisco.

Honda mi aveva fornito una XR250 Tornado, che non è mai stata importata da noi. Era equipaggiata con un monocilindrico ad aria dotato di testa bialbero 4 valvole, mentre le XR250 che arrivavano da noi erano monoalbero. Con questa moto ho girato lungo i percorsi della Sei Giorni, vedendo sempre e solo deserti di terra dura.

Anche la costa era desertica e vi si trovavano villaggi di pescatori isolati, poveri ma molto suggestivi. Quello a sinistra si chiama Chungungo, quello di destra Guanaqueros.

In foto vediamo Alex Salvini e Andrea Belotti scalare rampone di terra in un panorama lunare, un enorme deserto di montagne di terra tondeggianti. E dove sarebbero state le verdissime valli dove coltivavano il vino?

Eccole! In effetti le vigne c’erano, ma si trovavano in pieno deserto, macchie verdi che non c’entravano niente con l’ambiente circostante. Il tempo laggiù è bello per 300 giorni all’anno, quindi non piove e il sole splende, però di notte fa freddo e questa combinazione rende succulenta l’uva.

Inoltre la presenza di cieli tersi per quasi tutto l’anno rende la zona ideale per scrutare il cielo notturno, per cui vi sono stati installati diversi telescopi. Qui sotto l’osservatorio di Mamalluca, a quota 1100 m.

Io dovevo seguire la gara per sei giorni, giusto? Ma ero anche in una zona pazzesca del mondo, per cui ho deciso che al terzo giorno avrei fotografato solo la prima speciale e poi avrei fatto una corsa sul Paso de Agua Negra, che distava 220 km da La Serena, di cui 150 erano sterrati.

Sarebbero stati 440 km tra andata e ritorno, di cui 300 sterrati, con partenza dal livello del mare, giro di boa a 4780 m di quota e ritorno al mare.

Fu una gita da sprovveduto, perché non sapevo nulla di quella zona e non pensavo che sarebbe stata la traversata di un vero deserto. L’ultimo distributore era a Vicuña, alla fine dell’asfalto, a 160 km dal passo.

Con un serbatoio da 11,5 litri come quello della Tornado, che faceva più di 30 km/litro, ce l’avrei fatta al pelo, se avessi fatto benzina lì.

Ma avevo fatto il pieno a La Serena, appena 60 km prima, quindi tirai dritto convinto che avrei trovato chissà quanti distributori. Non lo sapevo ancora, ma in quel modo mi stavo condannando a dover fare 380 km con un pieno, alla media non impossibile di 33 km/litro. Sarebbe bastata una tanichetta da 5 litri per essere tranquillo.

Ma il problema non si pose perché, a quota 2100 m, dentro un canyon di roccia caldissimo, in località Junta del Toro (non la trovate su Google Maps: lì è segnato come Toro Boards of Complex Border) trovai una caserma/dogana e un cancello, con un militare che mi disse che il passo era chiuso per neve e che dovevo tornare indietro.

Tirai dritto convinto che avrei trovato chissà quanti distributori

Mancavano ancora 71 km e 2800 m di dislivello. Era novembre, che laggiù, come clima, equivale al nostro maggio. In effetti, da noi a maggio i passi più alti, quelli oltre i 2000 m, sono ancora chiusi. Questo arriva a quasi 5000! Avevo peccato di arroganza.

Deserti in moto, la grande duna di Iquique

La Dakar nel 2009 ha fatto il suo debutto in Sud America, tra mille perplessità. Laggiù era pieno di deserti dal punto di vista geografico, ma erano molto più civilizzati che in Africa.

Tuttavia, durante l’edizione del 2010 gli appassionati andarono in estasi quando in TV si videro le immagini di una moto che scalava una duna dopo l’altra, finché di fronte a lei non comparve l’Oceano Pacifico, immensamente più in basso.

La moto iniziò un’interminabile discesa su sabbia che ricordava il chilometro lanciato sugli sci. Questo posto incredibile, di cui manco immaginavo l’esistenza, era la città di Iquique, nel nord del Cile.

Per diverse edizioni, questo è stato l’arrivo di tappa più noto e atteso della gara. Io stesso mi dicevo: «Prima di morire ci voglio andare». Cercando in internet e studiando il posto con Google Earth, avevo scoperto che nel nord del Cile il deserto dell’Atacama arriva a ridosso della costa pacifica con dune di sabbia che oltrepassano i mille metri di altezza.

Non ho capito se è sabbia pura o se è uno strato appoggiato sopra un’anima di rocce, ma è comunque una cosa impressionante. In questo contesto c’è una città moderna, Iquique, che sorge sul mare e si arrampica sulle dune.

Qui si vede bene come la strada costiera sia “appoggiata” su queste immense dune. Nel 2015 la sede asiatica di GIVI organizzò un viaggio per i suoi addetti ai lavori (sponsor, fornitori, concessionari e persino Lucio Cecchinello, manager del team LCR della MotoGP) proprio a Iquique, per seguire la tappa della Dakar e io venni inviato come fotografo.

La città sembrava un fotomontaggio fatto con la AI (che 11 anni fa non esisteva) che mischiava l’oceano, i grattacieli e le montagne di sabbia. C’era un’autostrada che saliva su una duna! Iquique era un’oasi in mezzo al deserto, con il mare da una parte e la sabbia dall’altra.

Prima di morire ci voglio andare

Una delle città più emozionanti dove sia mai stato, proprio per il fatto di trovarsi lì. Tra l’altro, quando tornai a casa e raccontai a mia madre dov’ero stato, lei rispose: «Ma perché non mi hai detto che andavi a Iquique? Lì ci vive un mio cugino, avresti potuto andare a trovarlo».

La Dakar arrivava dall’entroterra, dove il paesaggio era questo. Non ti aspettavi di trovare una città in riva all’oceano, oltre quella duna. Il posto era incredibile, ma noi avevamo grosse moto con gomme stradali. E in certi tratti la sabbia sembrava borotalco…

Tra le foto che scattai alla partenza della prova speciale della Grande Duna mi colpì questa situazione: i piloti avevano le moto incrostate di sale, che davano problemi, perché arrivavano dal Salar de Uyuni, in Bolivia, un lago che era sia salato, sia allagato.

Qui vediamo lo spagnolo Marc Coma (che era in testa alla gara e la vinse, per la quinta volta) che sta aiutando il debuttante australiano Toby Price, che arrivò terzo e che vinse l’anno dopo.

La mitica duna da cui si buttavano i piloti per raggiungere l’oceano era alta 870 m sul mare. In foto vediamo la moglie di Nani Roma scendere insieme al suo tutor. L’ambiente era desertico, ma la presenza di spettatori con tanto di ombrelloni e di venditori di bibite era un insulto nei confronti delle Dakar africane.

Deserti in moto, l’Atacama

Iquique rappresentò solo un pezzetto di quel viaggio. In realtà penetrammo nel deserto dell’Atacama così profondamente da salire su passi di montagna più alti del Monte Bianco. Così coronai il mio sogno di salire dal livello del mare a quasi 5000 metri in un giorno solo. In gennaio, laggiù era piena estate.

Ho scoperto che, in estate, la costa del Pacifico del deserto dell’Atacama è fredda e nebbiosa. Ho fatto il bagno lo stesso, per mere questioni di tacca sul fucile, ma era ghiacciato come il Lago di Garda.

Ogni tanto ci sono dei villaggi fatti di baracche di legno o lamiera, come quelli che avevo visto intorno a La Serena. Sono poveri, ma li trovo di una bellezza devastante.

Andare nell’entroterra significa arrampicarsi subito fino ai mille metri, sulle dune, perdendo tutto il freddo e le nebbie dell’oceano. Oltre le dune inizia un altopiano leggermente inclinato, dove i sassi e le rocce prendono il posto della sabbia. Il caldo è terribile, tipo 45 °C all’ombra, ma l’ombra non c’è. La foto sopra è stata scattata dalle parti di Calama, a 3000 m di quota, dove inizia a fare fresco.

I versanti est e ovest del valico senza nome alto 3009 m che, dal mare, porta a Chuquicamata, la più grande miniera di rame del mondo.

Avete in mente quando dite «Ho fame» e vi rispondono «Dai, fermiamoci al prossimo ristorante»? Comunque si avanza allontanandosi sempre più dal mare, con dei passi che portano da un altopiano deserto all’altro, fino a San Pedro de Atacama.

Questo è un villaggio posto a 2300 m di quota, dove le strade sono sterrate ed è pieno di turisti giovani che si spostano con le mountain-bike e prendono in affitto tavole da snowboard per fare le discese dalle dune. Intorno ci sono canyon dove è bello infilarsi con la moto.

Ma la parte veramente mozzafiato, almeno per i miei gusti, arriva oltre San Pedro, sulle Ande, sempre aridissime. Non le superi con un passo di montagna in stile alpino (salita di qua, discesa di là, in mezzo pochi metri in piano) ma con altopiani dove viaggi per decine e decine di chilometri stando sempre sopra ai 4000 metri.

Dalla strada per il Paso de Jama (4200 m), che porta in Argentina, si vede la Bolivia, con un lago salato e una serie di vulcani, uno dei quali vanta il pittoresco nome di Putana ed è alto 5890 m.

Da San Pedro de Atacama al passo ci sono 154 km e quando ci sono stato non c’erano distributori di benzina. Adesso pare che ce ne sia uno proprio sulla sommità.

Anche se il passo è alto 4200 m, la strada per due volte sale fino a 4820 m, dieci metri più del Monte Bianco. A quell’altitudine, però, non c’è una cupola di ghiaccio, ma un altopiano sabbioso.

Ci sono laghi a 4200 m con i fenicotteri e strane formazioni rocciose, simili a dolmen. Questo per me è il panorama più bello che abbia mai visto. Ma ci sono andato da solo: il resto del gruppo era stanco ed era rimasto in albergo, perché c’era la spa.

Laguna Miscanti, uno dei tanti laghi a quota 4000 m dell’Atacama. Ci si arriva con un passo sterrato che supera i 4200 m. Tutto bello, però la prossima puntata per me è la più intrigante, perché parlerò dei deserti europei, compresi quelli italiani.