Dopo tanti viaggi in deserti “canonici” mi sono reso conto che ce ne sono anche in Europa. Spesso li considero tali per via dello stato mentale cui inducono.
di Mario Ciaccia
Nelle due puntate precedenti (qui la prima e qui la seconda) spiegavo come da piccolo pensassi che i deserti fossero solo quelli con le dune e le oasi di palme, quindi il Sahara e tutti quelli simili a lui. Poi ho scoperto che in Sud America esistevano lande sconfinate senza segni di presenze umane, che davano la sensazione di stare in un deserto anche se il clima era freddo.
In effetti già nella prima puntata ipotizzavo che anche le Alpi, dove regnano solo neve e rocce, potessero essere considerate deserti. Ma è solo dopo essermi tolto lo sfizio di attraversare in moto massimi sistemi come il Murzuq e l’Akakus in Libia, la Patagonia in Argentina e l’Atacama in Cile che ho iniziato a provare “sensazioni desertiche” anche in Europa, persino in Italia.
Ovvero quella piacevole sensazione di sentirmi un puntino in mezzo a un enorme spazio vuoto, dove non vedo presenze umane a perdita d’occhio. Una definizione di deserto potrebbe essere “luogo sconfinato dove potrei mettermi nudo senza sentirmi a disagio, perché non ci sarebbe nessuno a guardarmi”.
Quando la tua mente arriva a elaborare ciò, anche in Europa puoi sentirti in mezzo a un deserto anche se mancano le dune. Di seguito ecco una carrellata di luoghi dove sono stato che considero desertici, anche se non lo sono in senso canonico. Mancano la Scandinavia, soprattutto l’Islanda, perché non ci sono mai stato, maledizione.
Deserti in moto, quelli con le dune costieri
Si tratta di veri deserti in stile Sahara, cioè con le dune e la sabbia, ma sono in riva al mare e, spesso, in posti che manco mi immaginavo, come nel caso della Tramore Beach che si vede qui sopra e che si trova nella costa nord occidentale dell’Irlanda: non sapevo che l’isola avesse spiagge di questo genere.
Tramore Beach è enorme, piatta, bellissima, lunga 2 km, ma ha un entroterra di 8 km con dune. Se la cercate su Google Maps non la troverete subito, perché con tale nome c’è un’altra spiaggia, sulla costa sud est. Questa è subito a nord di Maghera Beach.
Poco più in là di Tramore Beach c’è una spiaggia che i locali chiamano Carn Beach ma che non ha nome su Google Maps ed è caratterizzata da dune enormi ricoperte da cespugli.
L’Irlanda abbonda di meraviglie simili, ma spiagge di questo genere si trovano dappertutto, pensate solo a Piscinas e Capo Comino in Sardegna. Sono tutte oasi incontaminate, dove la moto sarebbe una presenza sacrilega. Ma è molto comoda per avvicinarsi e poi proseguire a piedi.
Invece il Desert des Agriates in Corsica è anche lui costiero, ma non ha le dune e si chiama così perché è molto brullo e arido, con rocce e cespugli.
Ci sono delle spiagge così grandi che, quando ci sei in mezzo, sembrano deserti. La più famosa è quella del Touquet, in Francia, a nord di Parigi, per via della famosa gara di cross, che oggi si chiama Enduropale. La spiaggia è lunga 17 chilometri e larga 500 metri. Le moto, che in genere sono delle 450 da cross, sulla spiaggia raggiungono i 160 km/h.
Rimanendo in Francia, ma scendendo giù giù fino al Mediterraneo, ecco l’impressionante spiaggia di Beauduc, in Camargue, lunga 20 km e larga, nel punto più largo, 900 metri. Vuol dire che c’è un punto in cui non vedi altro che sabbia. Ci si può arrivare solo a piedi o in bicicletta, con una strada sterrata fantastica che collega Saintes-Maries-de-la-Mer a Saline-de-Giraud. Ma non è odiosa questa mania dei francesi di mettere i trattini nei nomi dei paesi?
Il Circeo presenta dune molto alte in riva al mare, ma sono poco estese e poi d’estate sono piene di bagnanti. Però sono belle, eh.
Deserti in moto, le Highland scozzesi
La Scozia è accanto all’Irlanda e viene spesso paragonata a essa per la natura dei suoi paesaggi, ma io l’ho trovata profondamente diversa dal punto di vista psicologico. Come paesaggi sì, ci sono somiglianze, però in Irlanda certe situazioni che danno la sensazione del deserto durano poco, sono zone poco estese, il paesaggio cambia relativamente in fretta. In Scozia invece percepisci la sensazione dello spazio senza vita dilatato all’infinito e questo, per i miei gusti, la rende più intrigante.
Quando ho attraversato la Scozia in moto l’ho fatto in modo da vivere la totale sensazione di isolamento tipica dei deserti, con clima umidissimo e nebbioso. Per dire, era previsto che pescassimo pesci da mangiare per cena e quindi ci accampavamo in riva a laghi, come il Loch Shin in foto, che ci trasmettevano un senso di desolazione assoluta, che era ciò di cui eravamo in cerca.
Alcune spiagge scozzesi sono così vaste, come quella di Torrisdale in foto, da far venire in mente il Sahara. E abbiamo pure beccato un “Bagdad Cafè”: ovvero il posto in mezzo al nulla dove si può mangiare, dormire e fare benzina, per cui diventa il riferimento per i viaggiatori e gli abitanti dei dintorni. Si chiama Crask.
Stavamo finendo la benzina, eravamo immersi nel più tipico paesaggio delle Highland (vedi foto) e puntavamo a Crask pensando che fosse un vero paese. Invece trovammo un albergo, una casetta e una pompa di benzina, riservata però ai clienti dell’albergo. Questo però succedeva 29 anni fa. Oggi il posto si chiama The Crask Inn e sarebbe assolutamente identico ad allora, se non fosse che la pompa di benzina è sparita…
Deserti in moto, la Romania
Nel 2003 sono stato inviato al Carpat Rally, una delle gare a tappe più belle che siano mai state realizzate, perché attraversava zone di montagna totalmente disabitate, tanto che il road book in molti casi ti faceva andare avanti seguendo il CAP, ovvero una direzione da mantenere usando la bussola, esattamente come succede nel Sahara.
Vedete la montagna là in fondo? Si chiama Șteflești (2.242 m) e noi dovevamo raggiungerne la vetta in fuoripista, seguendo la bussola o, nel mio caso, le tracce lasciate dagli altri, perché non avevo né bussola né GPS.
In Italia non permetterebbero mai di andare in moto attraverso i pascoli e a ragione. Ma nella Romania di 23 anni fa nessuno faceva caso a una trentina di moto che attraversavano le praterie come guerrieri a cavallo. Anche perché i prati tornano a posto in fretta, dopo che una moto è passata.
L’esperienza è stata clamorosa, la ricordo ancora oggi come una delle cose più belle mai fatte in moto, ma anche una delle più paurose. In quanto fotografo mi ritrovavo spesso da solo, in fondo al gruppo, dopo che lo avevo immortalato nella prova speciale.
C’era il serio rischio di impattare contro qualche orso ma non successe; in compenso, proprio sullo Șteflești venni circondato da un branco di cani randagi capitanati da un mostro dagli occhi opachi e dotato di un collare punk-dark pieno di punte. Una visione terrificante. Scappai, ma il terreno era impervio e il capo della banda mi correva di fianco, tentando di mordermi.
Mi sono salvato ma, per il resto delle tappe, ho guidato con le chiappe strette, col terrore di beccare altri cani. In questo caso la sensazione desertica mi arrivava come consapevolezza di luogo disabitato, dove gli animali possono ucciderti senza che nessuno lo venga a sapere.
Deserti in moto, la Basilicata
In questa regione italiana il senso di isolamento e desolazione cosmica lo si prova in molte zone e mi viene da assimilarlo alla Romania per il terrore che anche qui ho provato verso i cani randagi.
La grossa differenza con la Romania è che là sembrava un posto che dovesse venire ancora popolato, mentre qua si percepisce lo struggimento dei tanti paesi che sono stati abbandonati. Tant’è che nello Speciale Luoghi Misteriosi che abbiamo pubblicato mesi fa non parlavo di un paese singolo, ma di un giro che ne toccava diversi. Qui sopra vediamo Craco, il più famoso, disabitato a causa del dissesto geologico.
A me ha colpito molto la zona intorno al Castello di Monteserico: tutte quelle casette sono state costruite per ospitare famiglie di contadini, ma la cosa non ha funzionato e così si vaga in una campagna fantasma, su strade sterrate o asfaltate talmente scassate da raccomandare l’utilizzo di una moto da enduro stradale.
I dintorni di Matera: una campagna di natura carsica, poco antropizzata. La stessa città ricorda alcune oasi di montagna dei deserti tunisini, per questo suo sfruttare le grotte come abitazioni.
I calanchi di Aliano, se attraversati in piena estate, sono un’esperienza mistica. Qui la temperatura passa i 40 gradi e fermarsi vestiti da moto per ammirare il paesaggio può rappresentare una sfida. Ma quei pinnacoli puntati verso il cielo non vi fanno venire in mente un famoso deserto europeo?
Deserti in moto, la Spagna
Quando viaggio nella Penisola Iberica ho spesso la sensazione che sia praticamente un immenso deserto, ma ce ne sono alcuni ben delineati, come quello di Bardenas Reales ubicato nel nord est della Spagna, a una distanza relativamente breve sia dai Pirenei, sia dall’Oceano Atlantico. Il punto più famoso e fotografato è quel pinnacolo di terra, il Castello di Terra.
Il deserto occupa 420 km quadrati ed è attraversato in lungo e in largo da strade sterrate, che si possono percorrere in moto a patto di non superare i 30 km/h. Si tratta di un deserto fatto di terra, sassi, cespugli e piccoli laghetti. A me fa venire in mente la serie tv Breaking Bad.
L’altro deserto molto famoso è quello di Tabernas, che si trova nell’entroterra a nord di Almeria, quindi molto più a sud rispetto al Bardenas Reales. Ha formazioni meno pittoresche, ma è famoso per un motivo.
Ecco quale: i film western, compresi quelli del maestro Sergio Leone. Ne hanno girati tantissimi, spesso per mano di registi di serie B, ma era un’industria così fiorente che sono stati costruiti diversi villaggi ad hoc. In seguito, quando la moda dei film di cow boy è venuta meno, i villaggi non sono stati smantellati e oggi sono mete turistiche, visitabili a pagamento.
Un altro elemento che rende interessante questo deserto è che si estende fino alla Sierra de Los Filabres, per cui è possibile arrampicarsi su interessanti passi di montagna come l’Alto de Velefique (1.791 m).
Se parliamo di Spagna non possiamo non considerare anche le isole Canarie che, trovandosi di fronte alle coste del Marocco, hanno un aspetto desertico, anche se non sempre. Uno dei punti più spettacolari è il deserto di Las Minas de San José, dove si trovavano delle miniere dove estraevano roccia vulcanica. Si trova nel cratere del vulcano Teide, a Tenerife, a 2.000 m di quota. Quei puntini bianchi che si vedono là in cima sono telescopi.
Per i miei gusti personali considero la traversata integrale dell’isola di Tenerife, attraverso tre gruppi montuosi tutti diversi tra loro, il più bel percorso asfaltato che abbia mai fatto in moto. Varietà e qualità dei paesaggi, stato delle strade, clima ideale, assenza totale di insetti, scarso traffico, automobilisti civili, cucina gustosa… Che cosa potrebbe andare meglio?
Deserti in moto, l’Albania
In questo Paese non m’è capitato di attraversare deserti definibili tali canonicamente, ma lo metto in questo articolo per lo stato mentale costante che ho avuto per tutto il tempo che l’ho attraversata. Era il 2005, cioè 21 anni fa, quando l’Albania era ancora molto arretrata. Giravamo con una cartina che indicava le strade come statali di grande comunicazione.
Eccone una. Sterrata, stretta, con i burroni e i cartelli stradali fatti a mano. 70 km così, tra Gostimë e Maliq. Traffico: incontrati zero veicoli.
Al momento di lasciare Gostimë, un abitante del luogo ci ha messi in guardia: «Non fatela, è infestata da lupi e poi sicuramente vi perderete, è un labirinto». In realtà andò tutto bene e io ero esaltato: «Ho provato le stesse sensazioni di quando attraverso le piste dell’Atlante marocchino».
La “Desert Sensation” non ci abbandonava neanche nelle grandi città, per via degli scheletri di interi quartieri iniziati e mai finiti a causa dello scandalo delle società piramidali, per cui un sacco di brava gente (2.000.000 di persone su 3.500.000) investì soldi, perse tutto, si ritrovò sul lastrico e scatenò la sua ira sul governo con i disordini del 1997, che provocarono duemila morti.
Deserti in moto, i magredi
Viene chiamato così, in Friuli, quel particolare tipo di fiume che, sceso in pianura dalle montagne, sprofonda nel sottosuolo, mentre il terreno sopra di sé diventa un immenso tappeto di sassi. I più noti sono il Tagliamento, il Cellina e il Meduna, ma ci sono anche il Fella, il Cosa e altri. Sono talmente larghe, le loro pietraie, che le si vedono comodamente con Google Earth da un’altezza di 80 chilometri!
La V che si vede a sinistra è composta da Cellina e Meduna. Quello a destra, bello lungo, è il Tagliamento. In alto, dove si biforca, a sinistra è sempre lui, a destra invece è il Fella. Nel film “Come Dio comanda” di Gabriele Salvatores, tratto dal romanzo omonimo di Nicolò Ammaniti, si vede uno dei protagonisti scappare correndo su un magredo. Dovessi scommettere direi Fella.
A Sequals (PN), dove la montagna finisce e inizia la pianura, il Meduna ha questo aspetto: un vero deserto di pietre, made in Italy! Andarci sopra in moto è difficile perché i sassi sono abbastanza grossi e per galleggiare occorre una certa velocità. Inoltre è vietato da diversi anni. Però qui vi organizzano ogni anno la Italian Baja, che è la gara che vide cadere malamente il campione di specialità Nicola Dutto (stava viaggiando a 150 km/h).
Questo invece è il Cellina. Insieme al Meduna e al Tagliamento è stato, per anni, la palestra di sviluppo delle BMW e delle KTM ufficiali per le Dakar, perché è uno dei pochi posti che presenta lunghissimi tratti rettilinei su terreno smosso. Fabrizio Meoni e un giovane Alessandro Botturi hanno sviluppato anche qui la KTM LC8 950 Adventure che il campione toscano portò alla vittoria nel 2002.
Il grande Edi Orioli, che ha vinto quattro Dakar tra il 1988 e il 1996, ha raccontato che, nel 1997, sviluppò un ammortizzatore per la BMW F 650 GS monocilindrica facendo 600 km di fila sui magredi, avanti e indietro tra Meduna, Cellina e Tagliamento. Qui lo vediamo nel 2015, mentre prova sul Tagliamento la Honda Africa Twin 650 del conduttore Alberto Porta.
Ogni tanto sul Tagliamento si formano delle dune belle alte, per essere di fiume.
Deserti in moto, la Via del Sale di Limone Piemonte
L’avevo già accennato nella prima puntata: lo storico percorso in quota, amatissimo dai possessori di maxienduro, si può considerare un deserto?
Pochi pascoli, tanta roccia, tanti sassi di colore chiaro. E d’inverno nevica e si muore di freddo. Del deserto ha il disagio che provoca su alcuni: la totale assenza di alberi e di corsi d’acqua ha fatto dire a dei miei conoscenti: «Questo posto fa schifo, è aridissimo, non c’è un albero, solo sassi, come fate a dire che è bello?». Si tratta della stessa reazione che certe persone hanno quando si trovano in un deserto.
Se ci pensate, ci sta: i deserti sono la negazione della vita, mancano degli elementi necessari per campare. La norma dovrebbe essere fuggire da loro, non esserne attratti. Come mai lo siamo? Non lo so. Ma non è strano quello che raccontavo nella prima puntata, ovvero che a me la Libia piace tantissimo ma che, dopo dieci giorni, il mio cervello mi faceva pensare continuamente ai boschi, ai prati e alle cascate d’acqua fresca.
Deserti in moto, gli altopiani degli Appennini
Sono spesso di natura carsica e mi piace paragonarli a ciotole incastonate tra i monti. Da sotto sembrano montagne normali, poi ti arrampichi e in cima c’è la sorpresa. Sulle Alpi ce ne sono pochi, sugli Appennini tantissimi.
Per anni pensavo che ci fossero soltanto il Pian Grande di Castelluccio di Norcia e Campo Imperatore. Poi ho scoperto il Rascino e il Cascina. Ma in realtà ce ne sono a bizzeffe, alcuni con nomi buffi tipo Campobuffone (che su Google Maps non c’è: dovete cercare la via di Monte Calvo tra Campaegli e Livata) o Pian di Metano (attraversato dalla SP472 tra Vallo di Nera e Mucciafora).
Ma cosa avrebbero di desertico, essendo sempre ben delineati dalle montagne circostanti? Mi ricordano la Mongolia e gli altopiani del Pamir, che considero entrambi deserti freddi, dove la neve è una forte componente del senso di isolamento.
In effetti, la volta che ho goduto maggiormente di questa sensazione è stato quando ho dormito nel Pian Grande di Castelluccio di Norcia, nel febbraio del 2015, con tanta neve e una minima di -12 °C. Non c’era nessuno, non passava nessuno e il terremoto non era ancora arrivato, anche se mancava solo un anno e mezzo.
Siamo saliti a fare colazione a Castelluccio, c’era un bar aperto. Da lassù le nostre tendine sono quasi invisibili, due puntini accanto alla strada. Non mi è mai sembrato così bello, questo posto, anche se è l’inverso dell’inno alla vita di quando, in primavera, si colora con i papaveri, la lavanda, le lenticchie e i baobab (trova l’intruso).
Deserti in moto, la Pianura Padana
Non sono un drogato, giuro. Sono nato e vissuto a Milano. Ho odiato per anni la noia della pianura, che mi separava dalle Alpi e dagli Appennini.
Poi, più deserti del mondo vedevo, più scoprivo che la pianura di casa mia era bellissima. Mi piaceva scoprire scorci bucolici. Ma poi ci sono state situazioni in cui proprio mi sentivo come nei deserti, un puntino in mezzo all’infinito, in ambiente ostile e ciò mi affascinava.
Esempio: gennaio 2026. Vado all’Agnellotreffen. Ho deciso di andarci facendo sterrate, quindi Milano-Vercelli-Monferrato-Saluzzo e poi dentro la valle. Ma non trovo nessuno che venga con me. Parto solo, piove, le sterrate sono delle paludi, c’è foschia.
La foto sopra l’ho scattata prima di Vercelli, tra Cerano e Terdobbiate. È palesemente un PostoDisagio, ma mi piace proprio per questo. Mi fermo, mi guardo intorno, non vedo nulla di vivo, provo un senso di intimità con il luogo, potrei stare nudo senza imbarazzo (ma con un gran freddo): è un Deserto!
E poi c’è il fiume Po, per il quale provo una passione tipo Mal d’Africa. Nonostante sia un corso d’acqua e non una pianura sconfinata piena di sabbia, spesso mi dà quel genere di goduria lì, quella di sentirmi da solo in mezzo al Nulla. Specie sul Delta e con la nebbia.
A darmi questa sensazione contribuiscono anche i paesini, sempre piccoli e isolati. Il top, per me, è Pila (RO), uno dei più isolati, nel cuore del Delta, cui si riferisce la foto sopra. Il paese è là in fondo, lo vedete? Io no.
Chiudo il Trittico dei Deserti con una scoperta: la chiesa qui sopra, ufficialmente, si chiama Santuario della Madonna della Speranza e si trova vicino a Grumello Cremonese (CR).
Gianluca Vialli, il compianto calciatore, ha iniziato la sua carriera nell’oratorio di Grumello e aveva l’abitudine di venire in questa chiesa isolata per pregare, nelle occasioni speciali. Ciò che ho scoperto è che la gente del posto la chiama Santa Maria del Deserto perché è in mezzo al Nulla. Allora non sono l’unico a percepire certe sensazioni!

