Bagagli, tabù e menate mentali, puntata due: borse morbide e zaini

Una settimana fa avevamo parlato di come le diverse personalità portino a fare scelte molto diverse quando si tratta di trasportare vestiti, attrezzi, ricambi, caricatori e attrezzatura da campeggio su una moto. Avevamo parlato soprattutto delle borse laterali e di come per alcuni siano un tabù insormontabile. Ora tocca agli altri sistemi.

di Mario Ciaccia


Riprendiamo il discorso interrotto una settimana fa: tutti i sistemi fanno il loro dovere – ovvero trasportano i bagagli su una moto – ma i motivi per cui qualcuno sceglie le borse laterali, qualcun altro i bauletti, e poi c’è chi vuole le rigide, chi le morbide ecc. sono gli stessi per cui gli esseri umani non sono tutti uguali.

Bagagli, tabù e menate mentali: le borse morbide posteriori

Queste trovano d’accordo tutti, a parte l’amico Chanteclair di cui parlavamo nella puntata precedente. Le usano sia coloro che odiano le laterali, sia chi non ha la moto equipaggiata per poterle montare a bordo.

Il livello base è quello di piazzare una o due borse sulla parte posteriore della sella e bloccarle con le cinghie o gli elastici (altro argomento di discussione). C’è poi il dilemma se mettere la borsa per il largo o per il lungo.

Nel secondo caso è più facile fissare il tutto e sporge anche meno, ma hai ancora meno spazio per le chiappe quando, in fuoristrada, arretri con il corpo in discesa.

In foto notiamo che quella splendida KTM ha una borsa da serbatoio: è un oggetto comodissimo, perché centralizza i pesi e permette di accedere a fotocamere, cartine, panini, smartphone, sciatt al formaggio, biglietto dell’autostrada, portafoglio senza neanche scendere dalla moto.

A seconda delle versioni, spostarla per fare benzina può essere una menata. In fuoristrada viene apprezzata da pochi e quasi tutti coloro che le usano lo fanno sulle grosse bicilindriche, perché sulle mono, che sono compatte e con la sella molto vicina al manubrio, dà fastidio quando si avanza per caricare il peso sull’avantreno.

Con le moto in prova, non equipaggiate con gli accessori che servono a noi, capita di essere in seria difficoltà. Sulla Husqvarna 701 Enduro, nel febbraio del 2016, dovevo caricare le cose per un giro invernale ma non ci stavano.

Dovetti ridurre il bagaglio all’osso e usare due piccole borse una sopra l’altra, messe per lungo perché per largo si scioglievano sulla marmitta. Ma dovevo anche sedermi là sopra con lo zaino fotografico che, ovviamente, non ci stava.

Al momento di fare benzina, dovevo smontare le due borse, perché il tappo del serbatoio era proprio lì sotto. Un disastro, da domandarsi se persino i talebani che odiano le borse laterali potrebbero rimpiangerle. Se fosse stata mia, quella moto, non avrei avuto problemi: le avrei montato portapacchi e telaietti, prodotti per lei da diverse Case.

La stessa Husqvarna ha prodotto, nel 2020, la versione LR (Long Raid) della 701, dotata di serbatoio anche anteriore, telaietti e borse laterali semirigide, piuttosto piccole. Non c’era il portapacchi, ma le maniglie del passeggero ne facevano le veci in maniera egregia.

La 701 è arrivata dopo che gli appassionati aspettavano, da 12 anni, una versione Adventure della KTM 690 Enduro, da cui la Husky 701 derivava. La LR è rimasta in produzione per poco, in compenso sembra che EICMA 2026 potrebbe essere l’occasione buona per vedere, finalmente, una KTM 690 Adventure, dopo soltanto 19 anni di attesa.

Negli anni ’90 notai che molti tedeschi risolvevano il problema del bagaglio usando delle borse cilindriche stagne che legavano dietro. Erano ispirate a quelle nautiche, ma adattate per l’uso della moto.

Si dividevano tra quelle con l’apertura a un’estremità oppure lungo tutto il fianco, ma in comune avevano il fatto che si aprivano e chiudevano arrotolando le due labbra. Un sistema robustissimo, che garantiva una migliore tenuta all’acqua rispetto alle cerniere, che per di più sono soggette a guasti.

Non so quante ne ho possedute e non ricordo tutte le marche, ma una cosa è certa: sono soggette a una forte usura e si rompono dopo qualche anno. Poi ho scoperto le Enduristan, che costano un botto, ma durano anni e sono rifinite benissimo.

Per cui, piano piano, me ne sono comprate tre: una da 30 litri, una da 50 e la terza da 80 litri. A seconda del giro che devo fare, apro l’armadio e scelgo la borsa. Nella foto sopra vediamo la 50 litri.

Nei miei articoli cito spessissimo le versioni Extreme delle HAT, perché sono uno dei migliori modi per provare le enduro stradali. Allo stesso tempo, avendo le versioni Extreme dei tratti tecnici ed essendo lunghe 850/1.000 km a seconda delle edizioni, serve un po’ di bagaglio – abbigliamento pesante per i tratti in quota di notte, sacco a pelo e materassino – e quindi bisogna trovare il modo di piazzarlo su moto di serie quasi sempre prive di appigli validi.

Quando, nel 2022, facemmo la HAT con la Honda CRF300L, usammo una Enduristan da 30 litri piazzata sul minuscolo portapacchi posteriore. Andò tutto bene.

Di recente, Spidi ha realizzato un sistema combinato che prevede la Top Case WP da 45 litri, squadrata e con cerniera e la Rolltop WP da 35 litri, cilindrica e con chiusura ad arrotolo. A seconda dei giri, puoi usare una delle due oppure piazzare la Rolltop sopra la Top Case.

Potrebbe essere la soluzione ideale per Carlo D’Andrea: avere 80 litri, con la moglie seduta dietro e zero borse laterali. Qui si può vedere bene la differenza tra gli ingombri “orizzontali” di una borsa unica da 80 litri e quelli “verticali” delle due Spidi caricate una sopra l’altra.

Bagagli, tabù e menate mentali: le borsette laterali da serbatoio

Si tratta di una moda esplosa di recente, che ha già una folta schiera di detrattori e sostenitori. Non stiamo parlando di piccole borse da mettere sopra il serbatoio, ma ai lati, davanti alle ginocchia. Esistono da anni, ma erano poco diffuse, erano roba da viaggiatori tedeschi o chopperisti americani.

Io le ho scoperte alla Sette Guadi, la gara di Trescore Cremasco (CR) che si può considerare l’origine degli eventi adventouring. Quasi 20 anni fa, all’edizione del 2008 si presentò un certo Marangoni, che viveva in una malga in Valsugana (TN) e non possedeva computer.

I giornali parlarono di lui perché la moglie partorì in malga, seguendo le istruzioni di un medico per telefono. Lui possedeva una KTM LC4 640 Adventure sul cui serbatoio aveva fissato due bisacce. Non avevo mai visto nulla di simile.

Spiegò che, con gli attrezzi piazzati in quel posto, la moto si guidava molto meglio, perché i pesi erano concentrati al centro. A me sembrava una soluzione assurda e gli altri concorrenti erano stupiti quanto me.

Erano roba da viaggiatori tedeschi o chopperisti americani

Quando parlavamo di lui, dicevamo  «È quello con la KTM con le tette». In gara, lui stracciò tutti, dando tre secondi al giro a Maurizio Zucchetti, che correva con una Moto Morini pistolatissima ed era un campione italiano di motorally. Marangoni ha vinto anche l’edizione del 2009. L’ho perso di vista e poi l’ho incontrato per puro caso sul Passo del Redebus, nel luglio del 2025. Non l’ho riconosciuto. Lui ha detto: «Non ti ricordi di me? Sono quello con la KTM con le tette».

Nel 2016 è uscita la Royal Enfield Himalayan, una delle enduro stradali più originali in circolazione. Un mezzo concepito per le impervie strade sterrate himalaiane a oltre 4.000 m di quota e dotato di accessori strani, come la grata che permette alle donne indiane di sedersi all’amazzone senza che il vestito finisca risucchiato dalla ruota o come i telaietti laterali per le borse piazzati accanto al serbatoio.

Quando vidi quei due cosi appesi lassù in alto mi sono esaltato, ma a tanta gente hanno fatto rivoltare lo stomaco. La solita storia: c’è chi si gasa di fronte agli accessori per portare i bagagli e chi non li vuole neanche vedere.

Fatto sta che, non ricordo quando, sui fianchi dei serbatoi delle adventure bike hanno iniziato a fiorire queste piccole borsette da 5/8 litri di capacità per lato. Inizialmente ritenevo che fossero troppo piccole per poter venire riempite con qualcosa di utile, poi ho pensato: ma se mettessi tutti gli attrezzi lì davanti, non otterrei dei vantaggi?

Tipo portare intorno al baricentro della moto un peso non indifferente e toglierlo da dietro; liberare spazio dentro le borse posteriori; poter fare fuoristrada senza le borse.  È tutto vero ma, nel frattempo, insieme alla moda sono arrivati i denigratori.

Ci sono quelli che dicono che sembra di guidare con i cilindri sporgenti di un boxer (pensate che roba, allora, mettere quelle borsette su una BMW GS!).

Il tema principale degli hater è che queste borse sarebbero ridicole e verrebbero montate da gente “vorrei ma non posso”, che sogna le avventure ma non vanno oltre il comprare una maxienduro e dotarla di faretti, borsette, navigatori, per poi finire come nella canzone “La Verità” di Brunori Sas: «Te ne sei accorto, sì. Che parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più».

Io ho comprato una coppia da 8 litri ciascuna di una marca dal nome assurdo (Tiandirenhe), le ho montate sui tubi paraserbatoio GIVI e un tipo mi ha detto: «Ma dai, pure tu. Da te non me lo aspettavo» come se avessi tradito la Patria.

Eppure, quelle borsette hanno un grandissimo senso. Pesano 1 kg la coppia. Ho pesato gli attrezzi che ci metto dentro: in tutto fanno 7,7 kg. Quando non giro con la tenda e faccio giri in fuoristrada, di solito monto delle borse morbide leggere pesanti 2,3 kg e ci metto dentro quei 7,7 kg. Altro non porto: l’antipioggia sta dentro lo zaino fotografico.

In sostanza, ho tolto 10 kg tondi dalla coda e li ho rimpiazzati con 8,7 kg al centro. Il peso di 3,8 kg dei tubi paramotore GIVI non lo conto, perché li ho montati molto prima di acquistare le Tiandirenhe, nel senso che mi servono per non rovinare il serbatoio, borse o non borse.

Certo, se non fossi pigro toglierei anche i telaietti laterali e il portapacchi, alleggerendo la coda di ulteriori 5,6 kg. In ogni caso, quello spostamento di 10 kg dalla coda in cambio di 8,7 kg al centro di sente tantissimo in fuoristrada, così come godo dei 16 litri guadagnati nelle borse laterali. Quindi, per me, queste borsette sono una grande invenzione.

Bagagli, tabù e menate mentali: lo zaino

È uno dei sistemi di trasporto più pratici, ma anche uno dei più odiati dai motociclisti, sia per questioni estetiche sia funzionali. Potrei parlare di un vero tabù.

C’è chi soffre a guidare con quella sorta di panda aggrappato sulla groppa: le accuse sono che faccia venire il mal di schiena o che il suo peso si senta nella guida dinamica. Però  dipende anche dalle dimensioni e dal peso, perché ci sono zainetti leggerissimi che portano soltanto l’antipioggia ed è praticamente impossibile accorgersi della loro presenza.

Nella foto sotto ho addosso uno zaino da 20 litri con dentro soltanto l’antipioggia e un paio di guanti invernali.

Dal punto di vista estetico, il disprezzo che viene riservato allo zaino penso che sia una questione culturale. Durante le presentazioni alla stampa di moto dedicate al turismo, i giornalisti hanno quasi sempre uno zaino, perché non hanno altro modo di portare l’antipioggia, però quando ci sono le sessioni fotografiche lo lasciano a terra.

Anche quando l’evento è focalizzato su un viaggio, lo zaino non deve mai comparire nelle foto, è davvero un tabù. Penso che sia perché l’estrazione di buona parte dei giornalisti di settore è pistaiola/corsaiola/smanettona e molto poco turistica. Per cui si è radicata questa idea del non-zaino che ha finito per influenzare anche chi non gira in pista.

Io invece lo tengo, perché mi sembra assurdo parlare di un viaggio in moto o della prova di una moto adatta a fare turismo facendo credere che si è in giro senza un solo grammo di bagaglio.

Uno dei più odiati dai motociclisti

È la vita vera, una moto non viene compromessa se chi la guida ha quel coso sulla schiena, a meno che non sia una supersportiva, una naked dal motore muscoloso o una Honda Gold Wing. Come dicevo, se lo zaino è piccolo manco ti accorgi di averlo.

Ma ci sono anche situazioni in cui ti tocca guidare una moto su cui non si riescono a caricare borse, quindi lo zaino è l’ultima salvezza. Nella foto sopra, scattata da Michael Minelli, sto viaggiando in Tunisia (ne parleremo sul numero 54 di RoadBook) con una BMW R 12 G/S che, di serie, è molto difficile da bagagliare, infatti si vede lo zaino. Leggero perché, dormendo in albergo, non serve portarsi dietro tanta roba.

Ma devo confessare che, per quel che mi riguarda, se io amo lo zaino c’è un’altra motivazione, più profonda: era usato dai piloti delle prime Dakar, pure dagli ufficiali.

Quello a sinistra, fotografato dal mago delle Dakar Gigi Soldano, è Andrea “Bogio” Marinoni durante la Dakar del 1985, quando si piazzò quarto, sulla Yamaha-Belgarda 600. L’altro è Kevin Benavides, quando ha vinto l’edizione 2026 con la KTM 450.

Il fatto che, ai tempi di Bogio, i piloti fossero costretti a portarsi tanta roba dietro (attrezzi, ricambi e qualcosa per passare la notte all’aperto) conferma il fatto che le prime Dakar erano molto più avventurose e piene di incognite rispetto a quelle moderne, dove i piloti corrono equipaggiati quasi come se stessero girando dentro una pista da cross.

C’è poi la situazione in cui vuoi farti un giro in moto con la tenda ma devi usare una moto su cui non riesci proprio a fissare una borsa, come nel caso dell’Aprilia RXV450: era il marzo del 2006, quella bella bicilindrica era appena uscita, la curiosità di provarla era troppa e così misi tutto nello zaino.

Quella V2 era posta su uno spartiacque molto sottile tra l’essere la moto da gara che voleva Aprilia, però molto particolare e poco capita, oppure una dual sport coi controfiocchi, cosa che non fu mai, ma le mancava davvero poco. Peccato che sia uscita di scena in maniera piuttosto mesta, perché era una motocicletta formidabile, dal punto di vista delle sensazioni di guida.

Qui vediamo un grosso misunderstanding. Siamo alla HAT Extreme da 1000 km del 2023. Io e il mio compare, Davide Bigna detto Willy Wonka, abbiamo a disposizione due moto, che dovremo scambiarci lungo il percorso più volte, per metterle a confronto.

Io mi porto a casa la Voge 300 Rally, l’altro la KTM 390 Adventure che vedete in foto. Io bagaglio la Voge in modo che la borsa posteriore da 20 litri sia compatibile con il mio zaino fotografico. Davide invece odia gli zaini e così monta due borse piccole, che occupano la parte posteriore della moto. Non gli viene in mente che, con quelle cose là dietro, il mio zaino non potrà starci.

L’appuntamento con lui è in autostrada, a un autogrill che dista una cinquantina di km da casa sua. Quando vedo come ha equipaggiato la moto, mi dispero. Se mi siedo, lo zaino mi stritola e mi spinge sulla testa. Se guido in piedi, quella moto ha il manubrio troppo basso e devo guidare con il collo troppo piegato all’indietro.

Su una distanza di 1.000 km, con tantissimi sterrati sassosi, questi disagi assumeranno dimensioni enormi. Io gli domando: «Perché non usi uno zaino?» e lui è tassativo: assolutamente no.

È un tabù, non ne vuole sapere, lo vede come un impiccio, un fastidio, un peso.  Eppure è giovane e forte, manco dovrebbe accorgersi di avere uno zaino. E non è diverso da altri motociclisti che conosco, che non sopportano la sola idea di fare in giro in moto con qualcosa sulla schiena.

Chiudo l’articolo con una storia buffa: nel dicembre del 2012 ho fatto un viaggetto invernale con una Honda Gold Wing 1800 equipaggiata con il canonico tris di borse laterali e baulone.

Avevo un grosso zaino fotografico ed ero abituato a guidare tenendolo sulle spalle, ma ero influenzato dalla caratura della moto: qua lo zaino mi sembrava davvero fuoriposto, non mi sembrava bello usarlo su questa Rolls-Royce.

Pensavo che le valigie fossero enormi, ma non lo erano abbastanza per quello zaino. Allora ho pensato di legarlo sulla sella del passeggero, ma avevo gli elastici con i ganci e su quella moto non c’era un solo appiglio valido.

Non so se le cinghie avrebbero funzionato, ma il dubbio è che quella bestia a sei cilindri fosse stata concepita per non venire deturpata da un bagaglio che non fosse nascosto nel tris di borse.

E così m’è toccato tenere lo zaino in spalla, ma non andava d’accordo con il forte dislivello presente tra la poltrona del pilota e il trono regale riservato al passeggero. Per cui feci un viaggio scomodissimo, sulla moto più comoda del pianeta.