Appunti – Vatti a fidare

di Antonio Femia


Agosto 2007. Il sole sta calando dietro i rilievi che cingono la baia di Kotor, in Montenegro. I paesini della costa brulicano di gente che ritorna dal mare: donne in pareo si affrettano a comprare le ultime cose per preparare la cena, gli adolescenti si attardano sulla spiaggia in prove generali di conquista di ragazzine civettuole che fingono di ignorarli.

Sui balconi degli appartamenti fronte mare gocciolano i costumi stesi ad asciugare mentre baretti e localini, semplici quanto ricchi di varia umanità, si preparano per una lunga notte di divertimento a prezzo onesto.

Ho trentaquattro anni, sono al mio primo viaggio in solitaria su due ruote, è sabato e anch’io voglio far parte di questo fermento palpabile. Sono sbarcato a Zara, Croazia, una settimana prima con il mio Piaggio Beverly 250, ho percorso la costa verso sud e da Spalato ho puntato verso Sarajevo; sono tornato sul mare per prendere il traghetto che da Kotor mi porterà a Bari.

Vorrei darmi ai bagordi dell’ultima sera prima della partenza ma ho un problema: nel pomeriggio, a Dubrovnik, mi sono accorto che la mia carta di credito non è più in grado di prelevare, ma solo di effettuare pagamenti POS. Non mi è rimasta neanche una moneta e in più non riesco a trovare da dormire perché tutti i posti sono al completo, e i pochi che hanno una stanza accettano solo contanti.

È buio quando, ormai rassegnato, mi fermo a studiare la mappa alla luce fioca di un lampione, cercando di capire dove poter piantare la tenda per la notte. Un ragazzo di passaggio mi chiede una sigaretta e mentre gliela arrotolo, gli chiedo se per caso quel cantiere navale di fronte a noi che pare abbandonato sia un posto buono per accamparsi.

Milan, così si chiama ‘sto ragazzone sulla trentina dalla fisionomia tipicamente serba, sgrana gli occhi e mi fa capire che non sarei affatto al sicuro. Gli spiego la situazione e lui mi offre ospitalità in cambio di qualche drink durante la serata. Prometto di offrirgli un buon pranzo l’indomani, che ora non ho contanti e i locali non hanno il POS. Affare fatto!

Mentre andiamo a casa sua mi dice: «Sei coraggioso: ci vuole un po’ di incoscienza a passare la notte da uno sconosciuto». Gli rispondo: «Beh, anche tu che ti porti a casa uno straniero appena incontrato e senza soldi». La casa è in realtà una baracchetta in blocchi di cemento con un letto, un divano e un cucinino da campeggio; il bagno è in un bugigattolo all’esterno.

Milan è di Belgrado ed è li che vive: la casa l’ha iniziata suo padre e lui continua ad aggiungere un pezzetto alla volta per costruire la sua «dimora estiva». Il mio nuovo amico ha gli occhi buoni e vagamente tristi, è sveglio e profondo e parla un ottimo inglese.

Rimaniamo svegli fino a tarda notte a chiacchierare delle nostre vite e dei rispettivi Paesi. lo subisso di domande sull’ex-Jugoslavia e su quella guerra che (non) ho visto distrattamente in TV, lui è affascinato dall’Italia dove non è mai stato: un esercizio di decostruzione di luoghi comuni piacevole e molto interessante.

L’indomani, dopo un giro della baia in scooter, onoro la mia promessa e facciamo fuori un pranzo di pesce in uno dei migliori ristoranti di Kotor, ben poca cosa rispetto al suo gesto enorme. Al momento dei saluti gli occhi sono lucidi: «Antonio, mi è venuta voglia di comprare uno scooter Piaggio e partire all’avventura!».

Io gli auguro di avere la fortuna che ho avuto io di incontrare gente come lui. Nella vita ci vuole fortuna e questa, è proprio vero, aiuta gli audaci: la mia è stata quella di sperimentare in questo viaggio per la prima volta l’accoglienza e il senso di protezione che si riserva al viaggiatore solitario.

Mi offre ospitalità in cambio di qualche drink

Per tutto il tempo ho interagito solo con sconosciuti che, in varia misura, mi hanno reso partecipe di un breve tempo della loro vita, e Milan è stato il momento più alto di questa “provvidenza umana”. Se al contrario avessi avuto esperienze spiacevoli, probabilmente non sarei rimasto così impallinato con ‘sta storia dei viaggi in moto e la mia vita sarebbe stata diversa.

L’audacia è stata non tanto quella di partire da solo (che per quello basta andare) quanto quella di fidarmi delle persone incontrate, di guardarle negli occhi prima di giudicarle.

Purtroppo non ho una foto di Milan, né di tutto il viaggio: tornato a casa, non avevo ancora scaricato la scheda quando uno degli inquilini mi ha rubato le fotocamere (sia la Canon digitale usata in viaggio, sia la bellissima Zenit sovietica con tutti gli obiettivi, maledetto!) e il laptop. I suoi occhi non mi erano mai piaciuti, ma ce l’avevano presentato alcuni buoni amici come persona seria. Vatti a fidare…

Cose Che Capitano pubblicato su RoadBook 49