
di Dario Tortora
Sto scrivendo questo editoriale prima che si alzi il sipario sulla 82esima edizione di EICMA, ma è facile fare un pronostico: molti lamenteranno l’invasione di bicilindrici da 300-450 cc incastonati in moto con nomi che fatichiamo a pronunciare, oppure associati a marchi gloriosi dell’industria italiana sepolti nella memoria dei tempi andati.
Sono tutte moto cinesi e sì – lo dico subito – è una gran bella notizia. Perché se torniamo indietro solo di qualche anno il panorama era desolante: o avevi almeno quindicimila euro da spendere per il giocattolo nuovo, oppure restavi sul divano a guardare gli altri partire su YouTube.
Le moto “vere” (ossia europee o giapponesi) sono diventate spesso un lusso, sovrabbondanti di peso e di ambizioni. Eppure nei più il desiderio di partire non si è mai spento, bastava solo che qualcuno lo rimettesse a portata di mano.
Ecco allora queste piccole motorette che arrivano dalla Cina e stanno cambiando le regole del gioco. Non pretendono di sostituire le maxi, ma di riempire il vuoto lasciato da decenni di rincorsa alle prestazioni. Costano poco, consumano niente e in più fanno pensare alla moto non come a un oggetto da venerare in garage, ma come a uno strumento da usare, da sporcare, da vivere.
Lo si vede agli eventi adventouring: accanto alle regine da ventimila euro cominciano a spuntare questi piccoli pedoni con livree spesso discutibili, gomme tassellate e borse morbide. Moto che forse non faranno mai il giro del mondo, ma che portano ovunque senza chiedere un mutuo o il cuore in gola.
La cosa più bella è che le guidano tutti: il giovane squattrinato che non vuole restare a piedi, il cinquantenne che aveva venduto la moto quando sono arrivati i figli e ora riscopre la voglia di polvere, la ragazza che ha sempre sognato di viaggiare ma non può gestire 250 chili di ferro. È una piccola rivoluzione democratica delle due ruote.
Nei più il desiderio di partire non si è mai spento
Dice: “però sono cinesi”, come se bastasse la provenienza a definire la qualità. È un riflesso condizionato, figlio dei tempi in cui Made in China voleva dire “usa e getta”. Ma il mondo cambia in fretta e la Cina motociclistica di oggi non è più quella delle copie mal riuscite.
È un laboratorio gigantesco dove si sperimenta, si assembla, si migliora. Le aziende europee e giapponesi ormai collaborano apertamente con quelle cinesi, condividono progetti e processi industriali. I risultati si vedono: telai solidi, motori puliti, finiture che non fanno più venire in mente i giocattoli da spiaggia.
Poi, diciamocelo: chi se ne frega se il marchio sul serbatoio ha una consonante di troppo. L’importante è che quella moto ci faccia uscire di casa e imboccare una strada bianca senza la paura di graffiarla o buttarla per terra. Una moto “da battaglia”, nel senso più nobile del termine.
C’è anche un altro aspetto: queste moto hanno rimesso in circolo la passione. Con cinquemila o seimila euro oggi ci si porta a casa un mezzo nuovo, con garanzia, ABS e un motore che spinge quanto basta. Magari è la seconda moto in garage, utile per le uscite più selvagge.
A vederla così questa nuova ondata non deve fare paura, perché fa bene a tutti. Fa bene al mercato, ma soprattutto fa bene a noi motociclisti. Ci ricorda che la moto non è solo un oggetto, ma un mezzo per ritrovare qualcosa che avevamo perso per strada: la leggerezza.
Editoriale pubblicato su RoadBook 51

