
di Dario Tortora
Fino a qualche anno fa andare in moto significava sparire. Non del tutto, certo, ma abbastanza da non essere raggiungibili ogni trenta secondi. Bastava infilarsi un casco, chiudere la visiera e il mondo rimaneva fuori.
Oggi, invece, il mondo riesce a entrare anche lì dentro: vibra nella tasca della giacca, compare sul TFT, ti interrompe mentre guardi un panorama o mentre stai cercando di capire dove accidenti finisce quella stradina appetitosa che si infila nel bosco.
Così succede una cosa curiosa: sempre più persone partono per staccare la spina, ma finiscono per portarsi dietro una centrale elettrica.
Le tecnologie hanno cambiato anche il motociclismo. Non sempre in peggio, sia chiaro. Hanno fatto nascere amicizie, viaggi, comunità. Hanno convinto persone che avevano paura della Tangenziale Est a partire per la Mongolia; hanno mostrato che non serve essere campioni della Dakar per infilarsi in avventure appaganti.
Però hanno anche trasformato certi luoghi in palcoscenici permanenti. Ci sono passi di montagna che ormai sembrano studi fotografici all’aperto. Gente che fa avanti e indietro sulla stessa curva per rifare il video; droni che ronzano sopra i tornanti come sciami di zanzare; fenomeni che entrano in curva pensando al reel e non alla traiettoria.
Nessuno può dirsi davvero libero mentre cerca l’inquadratura giusta per fare vedere agli altri quanto sia libero.
Il punto non è demonizzare le tecnologie, sarebbe ridicolo. Però bisogna riconoscere che il problema arriva quando smettiamo di vivere le cose per trasformarle immediatamente in contenuti.
Quando il viaggio non è più un’esperienza per sé stessi, ma una prova da documentare per vedere come performa online accompagnato da musica epica e da una frase motivazionale in Arial Bold.
Per fortuna la motocicletta ha ancora una capacità taumaturgica, ossia costringerci a stare nel presente. Non possiamo distrarci troppo mentre guidiamo, non possiamo scrollare uno schermo in una pietraia.
La moto pretende attenzione e in cambio restituisce la vera ricchezza di questa epoca: il silenzio mentale, anche quando il motore romba sotto il culo.
La motocicletta ha ancora una capacità taumaturgica
Forse è proprio questo che bisognerebbe recuperare. Non il motociclismo “di una volta”, che spesso esiste solo nei racconti nostalgici di chi dimentica convenientemente le gomme di legno, i carburatori capricciosi e i cavi della frizione spezzati, ma il diritto a vivere un viaggio senza trasformarlo per forza in una prestazione pubblica.
Ogni tanto bisognerebbe partire senza dire per dove, fare una strada solo perché ci ispira, fermarsi in un luogo dimenticato e senza particolari attrattive. Capace che a fine giornata il ricordo più bello è quello che non abbiamo raccontato a nessuno.
Editoriale pubblicato su RoadBook 53
