Appunti – La vera mappa d’Italia

di Dario Tortora


Questo numero di RoadBook è particolarmente ricco di resoconti da eventi per tutti i gusti, dalla passeggiata turistica al fango in bocca, da quelli che si chiudono a birre a quelli che finiscono a suon di imprecazioni.

Proprio leggendo tanti racconti così diversi salta all’occhio un importante elemento in comune: l’adventouring nasce dal basso. In Italia, un Paese fortemente antropizzato, un territorio non lo conosci per sentito dire, ma lo devi frequentare, rispettare e soprattutto negoziare.

È qui che entrano in scena i motoclub, nel senso della preziosa infrastruttura umana: è gente che vive proprio lì, che sa quali strade si possono percorrere senza trasformare una domenica in una causa civile, che conosce i proprietari, i sindaci, le guardie forestali, le abitudini della valle e anche i suoi nervi scoperti.

Lo scouting vero è questo: non una linea colorata su BaseCamp, ma uno sforzo di relazioni, verifiche, permessi, sopralluoghi e compromessi. Senza quel lavoro, l’evento adventouring resta un’idea carina buttata lì in un gruppo Facebook.

Vent’anni fa c’erano molte più cavalcate e le organizzavano i motoclub, con un gran lavoro di volontariato, il benestare del sindaco e una generale sensazione di festa di paese.

Poi la burocrazia e i costi sono cresciuti a dismisura, il tempo libero si è ristretto e l’offerta si è dovuta adeguare. Non per avidità, ma perché qualcuno quel lavoro deve pur farlo, e farlo bene costa energia, ferie, benzina e pazienza.

Anche perché i partecipanti, attrezzati da rally ma paganti a suon di bigliettoni, a questo punto vogliono andare sul sicuro: il fine settimana dura due giorni e poi si torna in ufficio, chi ha tempo e voglia di esplorare a vuoto? Meglio affidarsi a una regia che ci porti sul sicuro, senza sorprese sbagliate.

C’è poi un punto che in questi giorni pesa più del solito. Alla Africa Eco Race è morto Daniele Santini, una figura di spicco di questo mondo. Non stava gareggiando: era in Marocco al seguito della corsa, da appassionato e collaboratore di una testata specializzata, uno di quelli che ci vanno perché non riescono a farne a meno.

Questa notizia lascia una domanda secca: quanta parte del nostro mondo vive grazie a persone che lavorano senza un vero tornaconto? Quanti eventi, quante cronache, quanta logistica, quanta “cura” esistono perché qualcuno mette tempo, competenza e presenza prima ancora di pensare al portafogli?

Farlo bene costa energia, ferie, benzina e pazienza

I motoclub sono questo, nel bene e nel male: una rete di lavoro gratuito (o quasi) che tiene in piedi pezzi di motociclismo reale.

Quando quella rete si assottiglia, non spariscono solo le motocavalcate ma vengono meno tracce pulite nei boschi, rapporti di fiducia con le istituzioni, accessi concordati con i residenti, percorsi che non fanno male a nessuno. Sparisce, in sostanza, la possibilità di fare eventi belli per tutti senza consumare il territorio come se fosse un prodotto.

Forse la direzione, oggi, è smettere di dare per scontato quel lavoro. Raccontarlo meglio, sostenerlo di più e riconoscere che la qualità di un evento non è solo nel video finale, ma nelle telefonate fatte prima.

In Italia l’avventura non è “andare dove non c’è nessuno” (è impossibile): è passare dove si può, grazie a chi c’è già passato.

Editoriale pubblicato su RoadBook 52