Appunti – La domenica del villaggio

di Antonio Femia


Mentre stiamo per raggiungere Touba, la città santa del Senegal, ci arrendiamo al fatto che il furgone ha problemi seri: anche spingendo a fondo non supera mai i 60 km/h e quelle maledette spie arancioni non ne vogliono sapere di spegnersi.

A nulla è servito pulire il filtro dell’aria, intasato da due giorni di tempeste di sabbia tra Marocco e Mauritania e il pulitore per iniettori diluito nel gasolio si è rivelato efficace come l’acqua fresca sulle stoviglie incrostate.

Mi trovo lì per accompagnare un viaggio in moto di 77 Roads, il tour operator con cui collaboro, che da Marrakech termina a Dakar dopo aver toccato il confine con la Guinea-Bissau. Sono alla guida del furgone di assistenza e trasporto bagagli, che fa anche da scopa: quel mezzo che risolve i problemi e che, se si guasta, diventa lui stesso un problema al quadrato.

Mi consulto con Max, il tour leader, e decidiamo che bisogna quantomeno provare a risolvere la cosa. Qui entra in scena il personaggio principale di questa storia: Cico, il nostro fixer in Senegal, Gambia e Mauritania.

In un viaggio complicato come questo è una figura necessaria: facilita il passaggio delle tante frontiere, sa dove trovare qualunque cosa serva, comunica nelle lingue locali e sa come muoversi in ogni situazione.

Cico propone di portare il mezzo dal suo meccanico: l’officina è a Dakar ma, siccome è domenica, andiamo direttamente a casa sua. Così, mentre Max conduce il gruppo per i 190 km che rimangono per le foreste di mangrovie di Toubacouta, Cico e io deviamo per la cittadina di Fatick.

Il meccanico confabula con Cico, ritorna in casa e ne esce con una cassetta degli attrezzi e un’apparecchio di diagnostica OBD2 (sì, in Senegal lo hanno quasi tutti) e sentenzia che il problema sta nella sonda lambda danneggiata e nel filtro antiparticolato.

Escludendo l’ipotesi selvaggia di togliere il filtro ed eliminare la sonda lambda, gli do mandato di fare tutto ciò che ritiene necessario. Cico riferisce, mi guarda e dice «Mettiamoci comodi».

Dall’altro lato della strada c’è una casa con alcune persone già sedute davanti. Salutiamo, stringiamo mani e ci sediamo sotto il grande albero di fronte alla casa per un lungo pomeriggio di attesa, ma ricco di incontri.

Mettiamoci comodi

Ogni tanto passa qualcuno, saluta i proprietari della casa, poi viene a stringere la mano a Cico e a me. Mi saluta anche chi non si ferma e passa per caso, mi saluta chi viene a comprare un sacco di cemento (a quanto pare gli abitanti della casa campano di questo).

Di tanto in tanto le persone sulla sedia cambiano: per un paio d’ore sono tutte donne e la più spigliata attacca a chiacchierare, prendendomi in giro in un misto anglo-franco-wolof: «Ma come? Tua moglie è incinta in Italia e tu sei qua a perdere tempo? Non sei una persona seria!».

Per una mezz’oretta poi è il turno degli adolescenti, ma quelli sono inquieti e vanno via subito. Poi ritornano quelli di prima insieme agli anziani.

Avrò stretto la mano a una cinquantina di persone quel pomeriggio, mentre il meccanico strisciava sotto il furgone, tirava fuori lo scarico, lo lavava, martellava, bucava, collegava diagnostiche, puliva cose.

A un certo punto arriva un pentolone di riso con verdure e pesce: «Questo è thieboudienne, il nostro piatto nazionale. Dobbiamo mangiare qualcosa». Lo spazzoliamo tutto direttamente dal pentolone come vecchi amici, anche se in tutto abbiamo passato insieme solo una decina di giorni.

Pochi ma intensi, e questo è stato uno dei momenti più memorabili. Una giornata che ha rafforzato due mie convinzioni: la prima è che l’imprevisto è foriero di esperienze per chi sa fidarsi, la seconda è che in Africa è bene programmare tutto ma è meglio ancora improvvisare sul momento.

Cose Che Capitano pubblicato su RoadBook 52