Appunti – Il mondo dietro casa

di Antonio Femia


I viaggi in terre esotiche e lontane sono senza dubbio quelli che solleticano di più la fantasia e l’istinto di scoperta, quella nostalgia di luoghi non vissuti mista al desiderio che accada qualcosa di imprevisto che ci spinge ad andare più in là.

Spesso però si commette l’errore di pensare che l’avventura e la catarsi dell’esperienza di viaggio si possano ottenere solo andando lontano o compiendo sfacchinate da 600 chilometri al giorno per mettere una bandierina in un posto che, in fin dei conti, non è molto diverso da quello in cui viviamo.

Eppure, se ci penso, ho vissuto avventure gustose anche dietro casa. Quando vivevo a Roma mi è capitato spesso di non avere finanze adeguate per uscire dall’Italia, perciò approfittavo della discesa verso la casa paterna in Calabria per esplorare l’Appennino, passare a trovare amici tra Puglia, Campania, Basilicata e la stessa Calabria, battendo strade secondarie e paesaggi rurali.

Ho continuato a farlo anche una volta trasferito a Milano quando viaggiare in moto è diventato mestiere, allungando le tappe e battendo più regioni, magari approfondendo la conoscenza di alcune aree per tirarci fuori un reportage.

Quelli che iniziavano come viaggetti di ripiego, con la sensazione di accontentarsi di quel poco che passa il convento, si rivelavano presto viaggi di tutto rispetto, forieri di esperienze formative e incontri illuminanti.

Non è mai mancato neanche il brivido dell’incertezza e del non sapere come e dove andrà a finire la giornata, in una parola l’avventura: proprio per l’illusione di essere più al sicuro perché dietro casa, si accetta di spingersi più in là con l’esplorazione.

Di aneddoti e storie da raccontare ne avrei tanti che non basterebbero le pagine di un numero di RoadBook ma, tra questi viaggi domestici, quello più intenso è stato quello in Aspromonte.

Sono nato a Locri, cresciuto tra Catanzaro e Riace, ho studiato a Reggio: fino all’età di trent’anni ho vissuto in quella regione senza mai visitare l’Aspromonte e i suoi paesi con l’occhio del viaggiatore.

Sulla montagna bianca (questo vuol dire in greco bizantino) passai cinque o sei giorni di scoperte, seguendo il filo della musica popolare che porta tra luoghi dell’abbandono e della memoria, attraverso le radici bizantine di una cultura ricca di sfumature e una natura inquieta e soverchiante.

Tutto questo panegirico non serve per dirvi di andare in Aspromonte, cosa che vi invito a fare a prescindere, ma per dare un consiglio a chi quest’estate non riuscirà a partire o non si sentirà sicuro nel farlo.

Viaggi di tutto rispetto, forieri di esperienze formative e incontri illuminanti

Tra un paio di settimane i social network si riempiranno di pollici in alto e faccioni sorridenti davanti a cartelli stradali esotici, postati da gente di cui non sappiamo nulla e che ci dice che è tutto bello e fico.

Non cadete nella trappola: l’architettura di queste piattaforme è progettata per alimentare il litigio e fomentare l’invidia, e la vanità è il peccato preferito dal demonio (per citare Al Pacino in L’avvocato del diavolo).

Piuttosto che deprimervi, mettete due stracci nelle borse, saltate in sella e andate a trovare un vecchio amico, o visitate i luoghi in cui sono cresciuti i vostri nonni, o dove si sono conosciuti i vostri genitori, cose così.

Lasciate perdere l’autostrada e le città d’arte, unite i puntini con le strade secondarie, le provinciali scassate. Perdetevi dietro casa, c’è un mondo che neanche immaginate. Ed esiste solo lì, non dall’altra parte del globo.

Cose Che Capitano pubblicato su RoadBook 55