
di Donato Nicoletti
Scrivo dal Vietnam, dove sono impegnato a fare quello di cui parlo in queste righe. Se il mio ingresso nel mondo editoriale avvenne per caso (nel 2007) lo stesso accadde per i viaggi in moto organizzati.
Nel 2011, dopo l’avventura in Harley-Davidson attraverso l’Asia, tornai a Milano con le tasche vuote e un mutuo sulle spalle. Essendo particolarmente allergico al lavoro, soprattutto a quello ripetitivo e alienante, pensai di mettere le esperienze maturate in oltre vent’anni di viaggi al servizio di chi voleva conoscere il mondo in moto, ma non aveva voglia e tempo di imbarcarsi in imprese non alla portata di tutti.
Così cominciai col dare una mano a un amico spagnolo che con la sua agenzia organizzava viaggi in Ladakh – Himalaya indiano – dove ero già stato un paio di volte. Poi, grazie ad altre connessioni internazionali, scorrazzai motociclisti thailandesi e indonesiani attraverso l’Europa.
Nel 2015 ebbi l’onere di guidare un gruppo da New York a San Francisco e dal 2016 presi l’abitudine di tornare regolarmente in Ladakh. Nel 2019 cominciai invece a collaborare con 77 Roads, agenzia per la quale presto la mia opera di accompagnatore.
Dal 2013 ho viaggiato in quattro continenti, visitando oltre venti Paesi e conducendo circa cinquanta tour. Tutto molto bello, tutto affascinante e ammirato da chi vorrebbe cimentarsi nello stesso ruolo: ma c’è un “ma” ed è anche bello grosso.
L’agenzia riceve continuamente proposte di collaborazione da chi, spesso, una mattina si alza convinto che per svolgere questa professione siano sufficienti la passione e la voglia di girare il mondo, perché quello che i loro occhi vedono è la rappresentazione di un’opera sul palcoscenico di un teatro, ignorando totalmente tutto quello che si cela dietro i fondali dipinti da selfie, reel e post entusiastici sui social.
La realtà invece è ben diversa, non sempre idilliaca, e molto complessa. Vi è infatti una enorme differenza tra il viaggiare da soli o con amici, e guidare un gruppo. Nel primo caso è il diletto il fine ultimo, nell’altro concorrono fattori fondamentali e di un certo peso, perché si sta offrendo un servizio professionale.
Entrano quindi in gioco la responsabilità morale verso i partecipanti, la capacità di gestire il gruppo, con teste diverse tra loro, di affrontare le emergenze burocratiche, logistiche e sanitarie, e le pretenziose abitudini che alcuni si portano dietro anche nel mezzo del Sahara.
Un’enorme differenza tra viaggiare con amici e guidare un gruppo
Poi serve una sufficiente conoscenza storica e culturale generale, idem per la geografia, e la capacità di farsi capire in un’altra lingua – meglio anche due.
Tutto questo si svolge ogni giorno dalle ore 00.00 alle 24.00, dall’inizio alla fine del tour e in ogni condizione climatica e umorale. Per questo, a chi si propone con entusiasmo, e talvolta spocchia, faccio presente che lo spettacolo a cui assistono è sì bellissimo, ma per conoscerlo realmente dovrebbero farsi un giro dietro le quinte.
Cose Che Capitano pubblicato su RoadBook 53
