La Africa Eco Race 2026, l’alternativa “dissidente” della Dakar, ha l’imbarco a Marsiglia e la partenza a Tangeri il 24 gennaio, ma il 19 c’è stata la cosiddetta prepartenza da Bordighera, per i piloti italiani.
di Mario Ciaccia
Se come me sei un frustrato che segue i rally africani dal 1977 senza averne mai fatto uno sei portato a vedere il concetto basilare di questa gara applicato a qualsiasi cosa. Ovvero la partenza da un luogo fatto in un certo modo e l’arrivo in uno completamente diverso, com’erano le filosofie cardine delle Abidjan-Nizza degli anni ’70 e della Paris-Dakar finché s’è corsa in Africa. Questa partiva dalla mondana capitale della Francia, scendeva fino al mare, sbarcava in Africa, attraversava il Sahara e raggiungeva il Senegal, sull’Oceano Atlantico.
Per i piloti, vedere il mare significava la fine di un viaggio-incubo. La moderna Dakar, per quanto attraversi paesaggi incredibili e sia avvincente per come i top rider guidano le moto e “bagarrano” sul filo dei secondi, ha perso completamente il fascino della traversata, del dover a tutti i costi attraversare un qualcosa per arrivare alla meta. Oggi si corre in Arabia Saudita su un percorso ad anello pieno di anelli.
L’Africa Eco Race, o AER che dir si voglia, sua grande rivale, mantiene ancora quella narrativa. L’arrivo sulla spiaggia di Dakar è ancora in cima ai sogni di chi partecipa. Nella foto di Alessio Corradini di Rally Cool l’edizione 2025, cui si riferisce anche la foto di apertura.
Breve storia: nel 2008 Al-Qāʿida annuncia che bombarderà il bivacco della Paris-Dakar una volta entrati in Mauritania. La gara viene annullata e nel 2009 viene spostata in Sud America, continuandosi a chiamare Dakar.
Un gruppo di dissidenti, ex rallisti di peso, decide che è una scemenza, «ci pensiamo noi a fare una gara che arrivi in Senegal» ed è così che nasce l’Africa Race. Lontana dai riflettori della Dakar, questa non è stata bombardata da Al-Qāʿida.
In seguito cambia il nome in Africa Eco Race, anche se non è chiaro cosa abbia di ecologico. Sarebbe la gara che non lascia traccia del suo passaggio.
Si viene subito a creare una spaccatura tra i piloti: i top rider preferiscono la Dakar perché più corsaiola e spettacolare, ma molti altri vanno all’Africa Race perché è più romantica e simile alle origini, perché è aperta anche alle bicilindriche, perché resta fedele all’idea di grande traversata con meta significativa finale.
Avendo sempre in testa questo concetto, mi viene infantilmente da vederlo dappertutto. Per l’edizione 2026 i mezzi andavano imbarcati sulla nave a Marsiglia il 21 gennaio, così la referente italiana, Elisabetta Caracciolo, ha pensato di fare una prepartenza a Bordighera (IM) il 19 gennaio, in maniera da far salutare al pubblico italiano i connazionali che stavano andando al fronte.
Bordighera come Dakar
Così mi sono lasciato andare alle fantasie, vedendo come per alcuni arrivare fin qui fosse già una piccola avventura. Carmelo Palmer, essendo calabrese, s’è sparato 1.200 km di fila per arrivare in Liguria. Fabio Lottero ha la nonna che vive vicino a Bordighera e sembrava messo bene, ma vive in Spagna da 15 anni (ha pure l’accento di laggiù!) e quindi s’è fatto una bella maratona.
Diversi piloti hanno preferito glissare questo appuntamento e prendere l’aereo diretto per Tangeri. Il fotografo ufficiale Alessio Corradini, per motivi che non capiremo mai, è finito al tunnel del Frejus.
Vedere il mare significava la fine di un viaggio-incubo
Quanto a me, sono arrivato a Bordighera direttamente dall’Agnellotreffen, per cui ho vissuto sbalzi climatici e paesaggistici degni di una Dakar in miniatura: partenza sotto la neve con -3°, traversata della provincia di Cuneo con pioggia battente e +3°, scavalcamento del colle di Nava e planata sul Mar Ligure con aria tiepida, bel tempo e +12°.
Incredibile, ma normale, per la Liguria. Unico problema: un vento pazzesco, periferia del ciclone Harry che stava per scatenarsi nel Golfo del Leone, dove avrebbe dovuto transitare il traghetto. Mentre scrivo so che la nave è partita con mezza giornata di ritardo e che ora si trova là in mezzo.
A farmi sembrare Bordighera una località esotica e isolata c’è stato il fatto che in gennaio la città era deserta e che era stato aperto, per l’occasione, un grande albergo, alto sulle colline, chiamato Riviera Belsoggiorno e che mi colpiva per due cose: i poster dei tram milanesi (ho scoperto che era uno degli alberghi per i soggiorni del personale della ATM, Azienda Trasporti Milanese) e le viste pazzesche che si godono dalle vetrate del bar: mare e montagne innevate insieme!
Nelle foto si vedono Bordighera in primo piano e Mentone sullo sfondo (città francese sede di una prepartenza con tutti i piloti, qualche anno fa), mentre la montagna innevata è una meta motociclistica di grande interesse: l’anello delle fortezze sopra il Col du Turini, che si arrampica fino ai 2.000 m ed è tutto asfaltato. Se guardate bene si vede la fortezza che si trova in vetta al Pointe des Trois Communes (2.078 m).
Grandi attese per la Africa Eco Race 2026
Da frustrato che non ha mai corso un rally africano, ero molto contento di andare alla prepartenza e pensavo che a Bordighera avrei visto un sacco di moto. Invece no: gli italiani al via sono 17 ma non tutti viaggiano in nave, non tutti si sono fermati a Bordighera on the road to Marsiglia e non tutti hanno avuto voglia di scaricare le moto dai furgoni per esporle nel Palazzo del Parco, sede dell’evento.
La mia massima curiosità era vedere la Yamaha Ténéré ufficiale, che immaginavo essere tutta nuova visto che deriva dal modello con i faretti quadrati di ultima generazione. Mi sono dovuto tenere la curiosità, perché di Yamaha a Bordighera non c’era neanche l’ombra.
Ma correrà, eccome se correrà: probabilmente si tratta del team più forte perché, oltre ad Alessandro Botturi (che un anno fa, a 50 anni, arrivò secondo e che vediamo nella foto di Matteo Longobardi di Rally Cool), quest’anno sulla T7 ci sono anche il fortissimo crossista francese Gautier Paulin, 35 anni, secondo nel Mondiale MXGP 2015 (che ha già corso una volta l’AER, ma con un SSV, tra l’altro vincendo la sua categoria), il rallista portoghese Antonio Maio e il tedesco Kevin Gallas, uno dei funamboli che arrivano dal trial e pubblicano reel di acrobazie incredibili in sella alle bicilindriche.
Nel team Yamaha c’era già Pol Tarres ad avere queste capacità, ma lo spagnolo è stressato dalla pericolosità dei rally e si concentrerà sui video acrobatici. La stranezza delle ultime edizioni è che le squadre ufficiali, che ingaggiano i piloti più forti, sono Yamaha e Aprilia, che corrono solo con bicilindriche.
Le altre bicilindriche latitano alla Africa Eco Race 2026
Chi ha corso entrambe le gare dice che la Dakar ha un’organizzazione più professionale e percorsi più tecnici, ma le moto ammesse sono le 450 rally, gioielli di efficienza che però non hanno uno sbocco commerciale.
Mentre la AER è aperta alle maxienduro bicilindriche, che sono le moto più vendute del momento, quindi c’era da aspettarsi di vedere adesioni di massa e team ufficiali di Ducati, KTM, BMW, CFMOTO, Honda, Triumph, Voge…
Ma non è andata così o, almeno, non fino adesso. Ci credono solo la già citata Yamaha, Kove con Matteo Bottino e Aprilia, che ha vinto le due ultime edizioni con Jacopo Cerutti e il prototipo ricavato dalla Tuareg 660, differente da quella di serie per una marea di cose come il telaio con geometrie diverse e irrobustito per assecondare le altissime velocità in fuoristrada, il motore meglio refrigerato per le alte temperature, i serbatoi davanti e dietro, la postura di guida, le sospensioni, i cerchi, le gomme, la strumentazione, i freni (con un disco in meno, tra l’altro)…
Una chicca: le sporgenze in gomma sui fianchetti, che fanno da appoggio quando guidi in piedi ad alta velocità. Il team Aprilia era presente al completo, quindi c’era anche Jacopo Cerutti, vincitore delle ultime due edizioni e unico a riuscirci con una bicilindrica. «Pago mezzo quintale di peso nei confronti delle mono, se sono riuscito a batterle è perché l’Aprilia è fantastica pur pesando così tanto».
Team Aprilia: Jacopo è il primo da sinistra. Accanto a lui c’è Francesco Montanari, che un anno fa era terzo quando ha bruciato la frizione. Segue Marco Menichini, il classico “giovane da crescere”, che è andato a scuola ai Bottu Training di Alessandro Botturi. I due in piedi sono i fratelli Guareschi, Vittoriano e Gianfranco, un tempo piloti.
Vittoriano vanta due secondi posti nel Mondiale Supersport, è stato collaudatore della Ducati Desmosedici, poi team manager del team. Adesso i due fratelli preparano le Aprilia ufficiali che corrono nei rally. All’estrema destra c’è Elisabetta Caracciolo.
Alessandro Botturi è soprannominato “il Gigante di Lumezzane” e, come si vede sopra, è alto circa dieci metri. Scherzi a parte, ha deciso di andare diretto a Tangeri per stare di più con la famiglia e ha fatto questo video intervento per salutare lo storico rivale Cerutti, che lo ha battuto nelle ultime due edizioni.
Entrambi sono consci che quest’anno ci sono piloti più forti, quindi pensano di avere meno chance che in passato. Jacopo ha detto «Mi piacerebbe vincere almeno una tappa» ma stava volando davvero bassissimo!
Vengono invitati a salire sul palco i tre piloti “privati ma assistiti” presenti a Bordighera. Il primo da sinistra è Luca Perna, che si era iscritto alla Africa Eco Race 2025 ma s’è spaccato spalla e polso al Rally del Marocco del 2024 e così ha dovuto saltare. Lui ha disputato alcune gare con una Kove 450 Rally di prima generazione, ma adesso ha la Kove 450 Rally EX.
Il suo meccanico ne parla come di moto molto robuste, a cui ha dovuto fare abbassare le pedane perché Perna è altissimo, ma la EX va molto più forte in basso ed è molto più leggera. Sa dei grossi problemi di alimentazione che Andrea Gava ha avuto alla Dakar con la stessa moto, ma non pensa che sia un problema cronico.
La AER è aperta alle maxienduro bicilindriche
Stefano Dogliotti è quello con la felpa blu e anche lui ha una Kove 450 Rally EX, che è famosa per il rapporto peso/potenza favorevole. Costa 19.000 euro contro i 15.000 della versione precedente. Corre con Kove perché ne è concessionario. Arriva dall’enduro e non ha mai corso un rally, ma vuole festeggiare i 40 anni in questo modo quindi anche lui è andato al Bottu Training.
Il terzo da sinistra è Mirco Bettini, veterano d’Africa, che ha corso la AER 2025 con una Suzuki V-Strom 800 DE e non intende ripetere l’esperienza: troppo pesante. Così lui e suo figlio Tommaso, debuttante in un rally africano ma non in Africa, correranno con due Beta 480RR. Oltre a correre sono impegnati in un progetto di beneficenza, se ricordo bene in Senegal.
La malle moto italiana alla Africa Eco Race
Questi, invece, sono i duri e puri della Malle Moto, la categoria dove non hai assistenza e non puoi neanche farti aiutare, se non da un altro pilota. Anche in questo caso non c’erano tutti.
Il terzo da sinistra è Sebastiano Antonello, amico di Andrea Gava e anche lui in sella a una Kove 450 EX. Si è fatto male pochi mesi fa e si sta ancora riprendendo. È impegnato in progetti di beneficenza in Guinea.
Colui che sta parlando è il noto Youtuber Andrea Vignone, detto CrazyVigno, che si è già visto in Rete, tra le altre cose, per avere tentato l’Erzbergrodeo (la gara vera, non il prologo) con la sua GasGas ES 700 Enduro e poi, con la stessa moto, andare sulla neve con i cingoli. Debutta nel mondo dei rally affrontandone uno dei più duri.
Ecco la sua GasGas, della quale non si può non notare lo sponsor (ma veramente recensiscono le escort? Come noi le motociclette?).
Vista la natura turistica della testata RoadBook, il rendimento di questa moto ci interessa parecchio, visto che è una delle poche presenti che può fare a meno di un carrello per fare i trasferimenti.
La linea non è stata stravolta, non sembra una moto dakariana, eppure ha a bordo 22,5 litri di serbatoi.
Già: 13,5 litri di serie, 5 al posto del filtro e 2 + 2 nelle borracce appese ai lati. Come si vede, il grosso filtro ellittico lascia il posto a uno più compatto. «La moto non perde potenza, Andrea?». «No, non va per niente male». Bene, siamo curiosi. Passiamo quindi a un pilota che ha un rapporto altalenante con i serbatoi della benzina.
Fabio “Superfabio” Lottero, che arriva dal ciclismo e dall’enduro, corre con una leggerissima KTM 500 EXC equipaggiata con un serbatoio da 17 litri. Non sembra certo una rally, bensì una enduro racing, cosa che del resto è.
Spiega che 17 litri «basteranno sicuramente in Marocco, poi monterò un serbatoio aggiuntivo sulla coda». «Non sei al pelo? Non sarebbe meglio montarlo subito?». «No, con tutte le pietraie che ci sono in Marocco lo perderei sicuramente».
Parlo di un suo rapporto altalenante con i serbatoi perché alla Dakar 2024, durante la notte della marathon nel Quarto Vuoto, un figlio di buona donna gli ha rubato la benzina, tagliando i tubi del serbatoio posteriore della sua KTM 450 Rally. Il modo più irritante di ritirarsi alla Dakar. «Me ne sono accorto in mezzo all’Empy Quarter, la moto era rimasta a secco. Ma nessuno era in grado di aiutarmi». Non ci aspettavamo che alla Dakar, tra i concorrenti, ci fossero dei delinquenti.
Fabio nel 2025 ha deciso di venire alla AER, ma è stato fermato da una peritonite. Allora s’è organizzato per fare la 2026 con assistenza, insieme agli amici, ma gli hanno tirato il pacco. Per cui ci prova nella malle moto.
Usa una KTM 500 da enduro e non una 450 da rally per spendere meno, avere meno kg e più coppia. Usa una gomma Michelin Desert Race Baja posteriore perché dice che la Desert Race, più duratura e con tasselli più fitti, è diventata introvabile.
Anche Giovanni Pozzo corre con una KTM 500 EXC, ma è stata preparata da Fernando “Pikolo” Prades, uno dei guru nel campo della preparazione delle moto da rally. Ha su 34 litri di serbatoi in alluminio, ma è strettissima: due anteriori verticali da 8 litri ciascuno e uno posteriore da 18, avente funzione portante, cioè fa da reggisella.
Ha già corso la AER nel 2022 con l’assistenza ed è riuscito a finire nonostante alcuni problemi. Adesso torna ma vuole fare l’esperienza più pura possibile, la malle moto.
Con una rally pronto gara c’è Corrado Palmer, che ha una RS Moto, ovvero la Honda CRF450RX preparata meticolosamente da Simone Agazzi. Questo aveva corso una Dakar con il muletto di Kevin Benavides e se lo era studiato per bene, in modo da fare un kit pronto-Dakar per la CRF450 da enduro.
Come abbiamo già detto, Palmer arriva dalla Calabria: è l’unico pilota italiano ad arrivare da sud di Roma. Questa è la sua seconda AER.
Tanto vale nominare gli italiani che non erano presenti a Bordighera e che non sono mai stati citati nell’articolo: Paolo Caprioni e Massimo Ferrari.
La AER non è un Paese per vecchi, ma una gara per veterani
Chiudiamo con un intervento dei tre organizzatori dei Motodays di Roma. In videocall si vede Mauro Giustibelli spiegare che Motodays vuole premiare il migliore veterano di ogni tappa.
Si vede quindi la Caracciolo svelare un fantastico elmo da gladiatore di metallo con spine, che verrà dato al migliore, come la maglia rosa del giro d’Italia. Sei il migliore di tappa? Ti porti quel coso nella tenda. Domani non lo sei? Lo restituisci. Vinci la classifica finale dei vecchiacci? Te lo tieni per sempre. Bella idea, vero?
La cosa buffa è che, secondo il regolamento, “veteran” è colui che ha passato i 45 anni. Ebbene, su 105 motociclisti iscritti alla Africa Eco Race, ben 50 sono veteran, tra cui due pezzi da 90 della Storia della Dakar: David Frétigné, che nel 2004 vinse tre tappe con una Yamaha WR450F a due ruote motrici e Marc Joineau, che nel 1982 e 1983 lottò per la vittoria in sella a una Suzuki DR 500 S di serie. Il pilota va per i 67 anni, quindi è ancora più anziano di Franco Picco.


